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Rossini
La Pietra del Paragone
English
Synopsis
Title Page
Italian
Act I
Act II

 
L’azione si finge in un popolato e ricco borgo, poco lontano da una delle principali città d’Italia, nelle vicinanze del borgo medesimo, e particolarmente in un’amena villeggiatura del Conte Asdrubale ivi situata.
 
Sinfonia
 

ATTO PRIMO

Giardino.
 
Scena prima
Coro misto d’ospiti e di giardinieri del Conte Asdrubale; indi Pacuvio; poi Fabrizio da una parte, la Baronessa Aspasia dall’altra; e finalmente Donna Fulvia.
 
Introduzione
 
Coro
Non v’è del Conte Asdrubale
più saggio cavaliere:
ha sensi e cor magnanimo,
è dolce di maniere;
e in casa sua risplendono
ricchezza e nobiltà.
Le femmine rispetta;
qui con piacer le accoglie:
ma par che poca fretta
si dia di prender moglie;
sia forse nello scegliere
la sua difficoltà.
 
Pacuvio
(con alcuni fogli di carta spiegati in mano, e in atto di leggere)
Attenti; ascoltate:
che rime son queste!
 
Coro
(voltandogli le spalle)
Di grazia lasaciate...
 
Pacuvio
(inseguendoli)
Io fingo che Alceste
facendo all’amore,
coll’ombra d’Arbace
ragioni così.
 
Coro
Lasciateci in pace.
(Più gran seccatore giammai non s’udì.)
 
Pacuvio
‘Ombretta sdegnosa
del Missipipì...’
 
Coro
(ironicamente)
Bellissima cosa!
(con somma impazienza)
Ma basta fin qui.
 
Pacuvio
(veggendo a comparir Fabrizio abbandona gli altri, e va ad incontrarlo con trasporto)
Le orecchie, o Fabrizio,
ti vo’ imbalsamare.
 
Fabrizio
(mostrando molta fretta per liberarsene)
Per certo servizio
lasciatemi andare.
 
Baronessa
(da un’altra parta chiamandolo)
Fabrizio...
 
Pacuvio
(rivolgendosi verso di lei)
Signora, qui badi per ora:
è Alceste, che parla...
(in atto di leggere)
 
Baronessa
Non voglio ascoltarla.
 
Pacuvio
(ora verso gli uni, ora verso gli altri)
Quest’aria allusiva
eroico-bernesca
cantar sulla piva
dovrà una fantesca
per far delle risa
gli astanti crepar.
 
Baronessa, Fabrizio e Coro
È bella e decisa,
non voglio ascoltar.
 
Pacuvio
(leggendo)
‘Ombretta...’
 
Fulvia
(contemporaneamente chiamandolo)
Pacuvio...
 
Coro
(volendosi dispensare)
Di grazia...
 
Pacuvio
(come sopra verso la Baronessa senz’avvedersi di Fulvia, che lo chiama)
Ombretta...
 
Fulvia
Pacuvio...
 
Baronessa
Son sazia...
 
Pacuvio
(come sopra a Fabrizio)
Ombretta...
 
Fulvia
Pacuvio...
 
Fabrizio
(con impazienza)
Non posso.
 
Baronessa
Ha il diavolo addosso.
 
Fulvia
Ma, caro Pacuvio,
badatemi un po’.
 
Pacuvio
Ho in petto un Vesuvio;
frenarmi non so.
 
Baronessa, Fabrizio e Coro
Da questo diluvio
si salvi chi può.
 
Recitativo
Pacuvio
(a Fabrizio)
Ombretta...
 
Fabrizio
(ritirandosi)
Per pietà...
 
Pacuvio
(alla Baronessa)
Sdegnosa...
 
Baronessa
Io parto, se non tacete.
 
Pacuvio
(avvedendosi solamente in questo punto di Donna Fulvia)
Oh! Donna Fulvia... Appunto
qui giungete a proposito: è uno squarcio
degno d’illustri orecchie.
 
Fulvia
Io volentieri l’ascolterò.
 
Pacuvio
(alla Baronessa con enfasi accennando Donna Fulvia)
Queste son donne!
 
Baronessa
(con sarcasmo)
È vero: si chiama Donna Fulvia.
 
Fulvia
(egualmente)
È molto meno, che Baronessa.
 
Pacuvio
In somma chi non ama il musaico, o parta o taccia.
 
Fabrizio
(a Donna Fulvia, partendo)
Mi consolo con lei.
 
Baronessa
(egualmente)
Buon pro vi faccia.
 
 
Scena seconda
Pacuvio e Donna Fulvia.
 
Pacuvio
Che ignoranza maiuscola!
 
Fulvia
Io suppongo che sia malignità.
 
Pacuvio
Peggio per loro!
(nell’atto di tornare a spiegare il foglio)
Odi, mio bel tesoro...
 
Fulvia
Non dir così: sai che alla destra aspiro del Conte.
 
Pacuvio
Già; ma non per genio.
 
Fulvia
È ricco.
 
Pacuvio
(sospirando)
Pur troppo! ed io...
 
Fulvia
Ci vuol pazienza. Avrai a buon conto stipendio,
alloggio e tavola, quando sposa io sarò.
 
Pacuvio
Fa sempre onore
alle famiglie un letterato in casa.
 
Fulvia
Io ne son persuasa.
 
Pacuvio
(tornando a piegare il foglio)
Ascolta dunque...
 
Fulvia
Osserva Giocondo con Macrobio.
 
Pacuvio
Ah! quel Giocondo non lo posso soffrir.
 
Fulvia
Dunque bisogna evitarlo.
 
Pacuvio
Sibbene: andiam di sopra;
anzi, per far più presto
entriamo in quella camera terrena,
dove ti recitai la prima scena.
(partono)
 
 
Scena terza
Macrobio e il Cavalier Giocondo, che si avanzano altercando insieme.
 
Duetto
 
Macrobio
Mille vati al suolo io stendo
con un colpo di giornale:
s’ella in zucca ha un po’ di sale,
non ricusi il mio favor.
 
Giocondo
Vil timore ai versi miei
mai non fece alcun giornale:
ma una bestia come lei,
se mi loda, io ne ho rossor.
 
Macrobio
Stamperò, signor Giocondo.
 
Giocondo
D’ordinario io non rispondo.
 
Macrobio
Senza entrar nella materia
potrei metterla in ridicolo.
 
Giocondo
Forse allora in aria seria
rintuzzar potrei l’articolo.
 
Macrobio
Rintuzzar...? cioè rispondere?
 
Giocondo
Senza dubbio, et toto pondere.
 
Macrobio
Vale a dir?
 
Giocondo
Con tutto il peso.
 
Macrobio
Somma grazia mi farà.
 
Giocondo
Ma in qual modo ella non sa.
 
Macrobio
Che mel dica.
 
Giocondo
Venga qua.
Per sua regola io conosco
certo balsamo di bosco
che adoprato in buona dose
dà cervello a chi non l’ha.
 
Macrobio
Io credea tutt’altra cosa
da trattarsi in versi o in prosa;
né la vera in lei conosco
letteraria nobiltà.
 
Giocondo
(senza scaldarsi)
Io vo’ far quel che mi piace.
 
Macrobio
(con fuoco)
Patti chiari: o guerra, o pace.
 
Macrobio
(deridendolo)
Più bel pazzo non si dà.
 
Macrobio
Guerra vuole, e guerra avrà.
 
Giocondo
(con disprezzo)
Voi siete un uom da niente.
 
Macrobio
Ma guai se aguzzo il dente.
 
Giocondo
(cominciando a scaldarsi)
Aborto di natura.
 
Macrobio
(in aria derisoria)
Ma stampo e fo paura.
 
Giocondo
(con fuoco)
Hai spalle da bastone.
 
Macrobio
Ho un becco da falcone.
 
Giocondo
(con molto sdegno)
È un vile omai chi tollera
la tua temerità.
 
Macrobio
(deridendolo)
Non vada tanto in collera,
che insuperbir mi fa.
 
Recitativo
Signor Giocondo, io vedo ch’ella vuol guerra, e guerra avrà.
 
Giocondo
Né guerra voglio con voi, né pace.
 
Macrobio
Il mio giornale...
 
Giocondo
Ha molta fame.
 
Macrobio
I letterari articoli...
 
Giocondo
Io non compro all’incanto.
 
Macrobio
Orsù, parliamo di cose allegre.
Il Conte è vostro amico.
 
Giocondo
Ebben?
 
Macrobio
Dunque saprete a qual di queste vedove
la destra ei porgerà.
 
Giocondo
Che importa a voi?
 
Macrobio
Saperlo mi giova.
 
Giocondo
Ed io non cerco mai, né svelo i fatti altrui.
 
Macrobio
La Marchesina, io credo, trionferà.
 
Giocondo
(sospirando di soppiatto)
(Pur troppo lo temo anch’io!)
 
Macrobio
(osservandolo)
(Par che sospiri.) Un colpo
sarebbe questo al vostro cor.
 
Giocondo
Che dici? Al mio cor? tu deliri.
 
Macrobio
Eh, via, che serve farne un mistero?
Ella vi piace...
 
Giocondo
(interrompendolo con sommo impeto)
In somma, vuoi tu finirla, o no?
 
Macrobio
(con affettata commiserazione)
Sa il Ciel, se i vostri
non corrisposti affetti io compatisco.
 
Giocondo
Quando teco questiono, io m’avvilisco.
(partono per bande opposte)
 
 
Scena quarta
La Marchesa Clarice, cui di dentro risponde il Conte Asdrubale ad imitazione dell’eco.
 
Cavatina
 
Clarice
Quel dirmi, oh dio! non t’amo...
 
Conte
T’amo.
 
Clarice
Pietà di te non sento...
 
Conte
Sento.
 
Clarice
(È il Conte... ah! sì... proviamo
se mi risponde ancor.)
È pena tal, ch’io bramo...
 
Conte
Bramo...
 
Clarice
Che alfin m’uccida amor.
 
Conte
Amor.
 
 
Clarice
Al fiero mio tormento...
 
Conte
Mento...
 
Clarice
Deh! ceda il tuo rigor.
 
Conte
Rigor.
 
Clarice
Eco pietosa...
(tende l’orecchio)
su queste sponde...
(Più non risponde.)
tu sei la sola,
che mi consola
nel mio dolor.
 
Recitativo
Quella che l’eco mi facea, del Conte era certo la voce: ei con quest’arte si scoperse abbastanza.
Amo, sento, egli disse, e bramo amore; e quel che assai più val, mento rigore.
La Baronessa e Donna Fulvia invano gareggiano con me, seppur non c’infinocchia tutte e tre.
Questo non crederei. Là fra quei rami, per meglio assicurarmi degli andamenti suoi, vado a celarmi.
(parte)
 
 
Scena quinta
Il Conte Asdrubale solo, osservando se la Marchesa Clarice è partita.
 
Cavatina
 
Conte
Se di certo io non sapessi,
che la donna è ingannatrice,
i lamenti di Clarice
mi farebbero pietà.
 
Pietà? Pietà?.. spropositi;
dove mi va la testa?
Guai, se a pietà mi desta!
Son fritto, come va.
Ah! non sedurmi, Amore;
è giusto il mio rigore:
Ah! non fia ver che in femmina
io sogni fedeltà.
 
Recitativo
Di me stupisce ognun, perché, malgrado i sei lustri d’età quasi compiti, non entro nella classe de’ mariti; tanto più che son ricco.
Tanto meno io direi: son le ricchezze della stima e del genio tiranne antiche.
Allo splendor dell’oro bello si crede, o d’allettar capace, quel ch’è brutto in essenza o che non piace.
Molte mi dan la caccia, e sopra ogni altra queste tre vedovelle: io mi diverto dalla lor gelosia; ma qual poi d’esse me solo apprezzi, e non la mia fortuna, chi lo può indovinar? forse nessuna.
(in atto di partire)
 
 
Scena sesta
La Marchesa Clarice e detto.
 
Clarice
(con brio ed aria di semplicità)
Conte, udite.
 
Conte
In che posso, Marchesina, ubbidirvi?
 
Clarice
Io saper bramo
se l’eco è maschio o femmina. Ridete?
 
Conte
(O finge, o è molto semplice.)
Non altro, che nuda voce ripercossa è l’eco.
 
Clarice
Cammina o no?
 
Conte
No certo.
 
Clarice
Eppur pocanzi era là.
 
Conte
La vedeste?
 
Clarice
Non lo vidi; ma l’ascoltai, ma mi rispose...
Oh caro!
Caro... Se fosse femmina, ne avrei dispetto.
 
Conte
(Il mio maggior periglio
è costei, quando parla.)
 
Clarice
(Ei va le cose ruminando fra sé.)
 
Conte
Dunque rispose?
 
Clarice
E come bene!
 
Conte
Ed ora?
 
Clarice
Ed ora... ed ora
o dorme, o di parlar non ha più voglia,
come accade anche a noi.
 
Conte
Questo alle donne non accade giammai.
 
Clarice
No? tanto meglio!
 
Recitativo e Duetto
 
Conte
Perché?
 
Clarice
(quasi vergognandosi, ma sempre col medesimo brio o semplicità)
Perché vorrei che l’eco fosse...
che fosse...
 
Conte
Ebben?
 
Clarice
(manifestando rossore come prima)
Che fosse maschio... e poi!.. e poi...
 
Conte
(facendole coraggio)
Via su.
 
Clarice
Che somigliasse a voi.
 
Duetto
Conte mio, se l’eco avesse
tutto quel che avete voi,
io godrei fra le Contesse
la maggior felicità.
 
Conte
Io dell’eco avrei paura,
s’ella fosse come voi;
ché la fede è mal sicura
dove regna la beltà.
 
Clarice
Ah! se un altro rispondesse,
come l’eco a me rispose!..
 
Conte
Per esempio?
 
Clarice
Certe cose...
Conte mio, non posso più.
 
Conte
Via, sentiam, via dite su.
 
Clarice
Mi disse che brama...
 
Conte
Spiegatevi.
 
Clarice
Amor.
Mi disse che sente,
che mente rigor.
 
Conte
Son prove da niente,
che ingannano un cor.
 
Clarice
(Che mi creda la fenice
del mio sesso, io non dispero.)
 
Conte
(Che sia questa la fenice
del suo sesso, io non lo spero.)
 
Clarice e Conte
(Quel che avvolga nel pensiero,
presto o tardi io scoprirò.)
 
Conte
Vi saluto.
 
Clarice
Addio, Contino.
 
Conte
(Non mi fido.)
 
Clarice
(Ha l’occhio fino.)
 
Conte
Ricordatevi che l’eco
ha l’usanza di scherzar.
 
Clarice
Se l’avessi sempre meco,
mi farebbe giubilar.
(partono)
 
[Scena settima]
 
 
Scena ottava
Donna Fulvia, indi Pacuvio.
 
Recitativo
Fulvia
Dove mai si cacciò? la rosa al Conte
io vorrei presentar: ma se Pacuvio...
Eccolo; ebben?
 
Pacuvio
Ascoltate come una lingua patetica e burlesca
parli all’ombra del mago una fantesca.
 
Aria
Ombretta sdegnosa
del Missipipì,
non far la ritrosa,
ma resta un po’ qui.
Non posso, non voglio,
l’ombretta risponde:
son triglia di scoglio,
ti basti così.
E l’altra ripiglia:
Sei luccio, non triglia.
Qui nasce un insieme:
chi piangi, chi freme.
Fantesca - Sei luccio.
Ombretta - Son triglia.
Fantesca - Ma resta.
Ombretta - Ti basti,
ti basti, t’arresta,
non dirmi così.
(in atto di partire)
 
Recitativo
Fulvia
(seguendolo)
Bravo, bravo, bravissimo! Il Conte appunto è qua.
 
 
Scena nona
Il Conte, pensoso, avanzandosi lentamente, e detti.
 
Conte
(In favor di Clarice mi parla il cor; ma consiglier
non saggio egli è sovente. Or si vedrà.)
(in atto di traversare il giardino)
 
Pacuvio
(a Fulvia)
Coraggio.
 
Fulvia
(al Conte)
Serva sua.
 
Conte
Mia padrona.
 
Fulvia
(presentandogli la rosa)
Eccola.
 
Conte
Grazie.
 
 
Scena decima
Fabrizio e il Conte.
 
Fabrizio
Eccomi a’ vostri cenni.
 
Conte
Orsù, Fabrizio:
per la seconda volta oggi la pietra
del paragone si adoperi; ad effetto
pongasi quel progetto che immaginai.
 
Fabrizio
Sibbene.
 
Conte
All’africana mi vestirò.
 
Fabrizio
Da lungo tempo è pronto l’abito nell’armadio.
 
Conte
Ecco il biglietto da rimettersi a me
per dar principio alla burletta.
 
Fabrizio
Ho inteso.
 
Conte
A te poi tocca il secondar da scaltro...
 
Fabrizio
Già so quel che ho da far; non occorr’altro.
(il Conte parte)
 
[Scena undicesima]
 
 
Scena dodicesima
Giocondo e Clarice; poi Macrobio, indi il Conte.
 
Giocondo
Perché si mesta?
 
Clarice
Il mio gemello, il caro Lucindo,
ad or ad or mi torna in mente.
(Giocondo la sta intanto osservando con meraviglia e passione)
(Questo gemel sovente mi giova nominar:
forse partito io ne trarrò, se ogni altro mezzo è vano.)
 
Giocondo
Strana, scusate, in voi questa mi sembra
tenerezza fraterna: da fanciulli vi divideste,
e fu per sempre: estinto da sett’anni il credete...
eh Marchesina... altra...
 
Clarice
(con qualche resentimento)
Che dir vorreste?
 
Giocondo
Altra, io suppongo,
più vicina sorgente ha il vostr’affanno.
Il conte a voi sì caro... Mio rivale ed amico...
il sempre incerto Conte... Ah! Clarice...
ah! se potessi anch’io le vostre cure meritar!...
(Clarice si mette in serietà)
Ma troppo e voi rispetto e l’amistà.
 
Macrobio
(al comparir di Macrobio, Clarice prende un’aspetto ilare)
Se avessi cinquanta teste e cento mani, appena
potrei de’ concorrenti al mio giornale
appagar le richieste.
 
Conte
Io vorrei che i giornalisti
quando sull’opre altrui sentenza danno
dicessero il perché.
 
Giocondo
Pochi lo sanno:
per esempio Macrobio...
 
Clarice
(al Cavalier Giocondo ed al Conte)
Eppur, signori, sotto diverso aspetto
quello che fa Macrobio sul giornale
fate voi tutti e due.
 
Macrobio
(a Clarice manifestando piacere della opinione di lei)
Brava! ci ho gusto!
 
Clarice
L’usanza di operar senza un perché
non ha Macrobio sol, ma tutti e tre.
 
Conte
Come?
 
Giocondo
Che dite mai?
 
Clarice
Lo dico, e sono prontissima a provarlo:
zitto... fate silenzio infin ch’io parlo.
 
Quartetto
(al Conte)
Voi volete, e non volete:
(al Cavalier Giocondo)
Voi tacete o sospirate:
(a Macrobio)
Voi lodate o criticate:
e ciascun senza un perché.
 
Conte
Con le donne, o signorina,
star bisogna molto all’erta;
se quest’alma è sempre incerta,
ho pur troppo il mio perché.
 
Giocondo
Con la sorte, o signorina,
giorno e notte invan m’adiro;
e se taccio e se sospiro,
ho pur troppo il mio perché.
 
Macrobio
Con la fame, o signorina,
io non posso andar d’accordo:
quando lecco e quando mordo,
ho pur troppo il mio perché.
 
Clarice
Se ho da dirla a senso mio,
siete pazzi tutti e tre.
 
Giocondo, Macrobio e Conte
Fra i perché senz’altro il mio
è il miglior d’ogni perché.
 
Clarice, Giocondo, Macrobio e Conte
Ogni cosa, o male o bene,
a sua voglia il mondo aggira;
chi lo prende come viene,
l’indovina per mia fé.
(Comparisce Fabrizio, che consegna il viglietto al Conte; questi l’apre, e leggendolo finge di turbarsi.)
 
Clarice, Giocondo e Macrobio
(ciascuna da sé osservando il Conte)
 (Si scolora, è questo un segno
che funesto è a lui quel foglio:
ci sogguarda, e il suo cordoglio
tenta invan di mascherar.)
 
Conte
(Per compire il gran disegno
mesto in fronte io leggo il foglio:
poi con arte il mio cordoglio
fingerò di mascherar.)
 
Giocondo
(al Conte)
Perché mai così tremate?
 
Conte
(fingendo una forzata disinvoltura per darla meglio ad intendere)
Io già m’altero per niente.
 
Clarice
Che vuol dir quel tuo sembiante?
 
Macrobio
Qualche articolo insolente?
 
Conte
(con forza, poi ricomponendosi)
Stelle inique!
 
Clarice
Ah! conte amato…
 
Conte
Qual disastro!
 
Giocondo
Ah! caro amico...
 
Conte
Giusti Dei!
 
Macrobio
Che cosa è stato?
 
Conte
Non badate a quel che dico;
io di voi mi prendo gioco.
 
Clarice, Giocondo e Macrobio
Non intendo questo gioco.
 
Conte
Il più bello non si dà.
 
 
Clarice, Giocondo e Macrobio
Il più strambo non si dà.
 
Clarice
Io ravviso in quell’aspetto
del destin la crudeltà.
 
Giocondo
Di timore e di sospetto
il mio cor tremando va.
 
Macrobio
Lacerar mi sento il petto
dalla mia curiosità.
 
Conte
La comparsa del viglietto
al disegno gioverà.
 
Dal timor del mio periglio
imbrogliata han già la testa:
or più dubbio non mi resta
di poterli trappolar.
 
Clarice, Giocondo e Macrobio
Ha il terror fra ciglio e ciglio:
incomincia e poi s’arresta:
calma finge e la tempesta
lo costringe a palpitar.
(partono)
 
 
Scena tredicesima
Pacuvio e Donna Fulvia; indi la Baronessa.
 
Recitativo
Pacuvio
Ma che sestina! che sestina! io penso d’esibirla a Macrobio: il suo giornale concetto acquisterà.
 
Fulvia
(in aria dubitativa)
Sarà bellissima, ma...
 
Pacuvio
(con impazienza e dispetto)
Ma che?
 
Fulvia
Non capisco perchè il Conte ridea.
 
Pacuvio
Quando si ride è segno che si gode.
 
Baronessa
(guardando all’intorno senza badare a Pacuvio e a Donna Fulvia)
Invan lo cerco...
 
Pacuvio
(andandole incontro)
Ah! Baronessa, udite...
 
Baronessa
No; piuttosto mi dite ove Macrobio trovar potrei.
 
Pacuvio
Ne vado in traccia io stesso
per far la sua fortuna. Appunto... adesso...
(mettendo fuori l’orologio)
Son dieci ore passate:
qui lo conduco subito, aspettate.
(parte in fretta)
 
 
Scena quattordicesima
La Baronessa e Donna Fulvia; indi Pacuvio di ritorno con Macrobio.
 
Baronessa
Come va, Donna Fulvia? mi sembrate
alquanto malinconica.
 
Fulvia
Io? no certo:
anzi sono allegrissima. (Vorrebbe scoprir terreno.)
E voi mia cara, siete di buon umore?
 
Baronessa
Altro che buono! eppoi mi si conosce in fronte.
 
Fulvia
(Che rabbia!)
 
Baronessa
(Freme.)
 
Fulvia
Avete visto il Conte?
 
Baronessa
(Oh! qui mi cascò l’asino.) L’ho visto poco fa.
 
Fulvia
Sì? che vi disse?
 
Baronessa
Se l’avete ascoltato! era galante oltre il costume.
 
Fulvia
(Ah maledetto!) Io sempre l’ho trovato così:
gentile, ameno...
 
Macrobio
(a Pacuvio)
Non ho tempo, non posso; e il foglio è pieno:
la volete capir? M’inchino a queste
leggiadrissime dame.
 
Baronessa
Io vi cercava per andare al passeggio.
 
Pacuvio
(con enfasi)
È una sestina da stamparsi,
o Macrobio, in carta pegola.
 
Baronessa
(ridendo di Pacuvio)
Ah, ah, ah...
 
(Che pettegola! Di tutto ride.)
 
Macrobio
(a Pacuvio che insiste)
È inutile: ho due cento articoli pro e contra preparati,
che in sei mesi saran già consumati.
Figuratevi d’essere a casa mia. Questo è il mio studio:
qui ricevo; e frattanto nel cortil, per le scale,
in anticamera un non so qual come di mosche,
o pecchie strano ronzio si ascolta:
piano piano, o signori; un po’ un po’ per volta.
 
Aria
 
Chi è colei che s’avvicina?
È una prima ballerina:
(finge che la ballerina parli ella stessa)
Sul Teatro di Lugano
gran furor nel Solimano!
(finge di prendere del denaro)
Mille grazie; siamo intesi:
il giornal ne parlerà.
D’una prima cantatrice
vien la mamma sola, sola, la mammona:
Nel Traiano alla Fenice
gran furor la mia figliuola!
Mille grazie; siamo intesi:
il giornal ne parlerà.
La Fiammetta col fratello,
altra prima sul cartello.
Mille grazie, siamo intesi:
il giornal ne parlerà.
Ma la flotta già s’accresce;
tutti udir non mi riesce.
Virtuosi d’ogni razza,
che ritornano alla piazza,
bassi, musici, ballerini,
cantatrici d’ogni razza.
Osservate che scompiglio!
Che bisbiglio che si fa!
Largo, largo... ecco il Maestro,
il Maestro Don Pelagio:
quanti baci! adagio, adagio...
ma basta… non più baci, in carità.
Ma chi è mai quest’altro qua?
È il Poeta Faccia fresca,
che non sa quel che si pesca.
Quante ciarle! Sì, signore,
voi farete un gran furore:
Questa musica è divina;
più bel dramma non si dà.
Il Poeta con le carte...
Il Maestro con la parte...
Giusti Dei! che assedio è questo:
chi mi salva per pietà?
(parte con la Baronessa)
 
 
Scena quindicesima
(Coro di giardinieri, che parte immediatamente. Poi la Marchesa Clarice, che si allontana con modestia dal Cavalier Giocondo; indi Macrobio; finalmente la Baronessa e Donna Fulvia.)
 
Coro
Il Conte Asdrubale
dolente e squallido
nella sua camera
si ritirò.
Forse il più barbaro
fra tutti gli astri
disastri insoliti
gli minacciò.
(parte)
 
Recitativo
Giocondo
Perché fuggir? di che temete?
 
Clarice
Io temo d’insuperbir, quando vi ascolto.
 
Giocondo
Ed io da così giuste lodi astenermi non so.
 
Clarice
Se giuste sono, vel dica il mio rossor.
 
Macrobio
(avanzandosi)
(Bravi! si finga di non vederli.)
 
Giocondo
(a Clarice)
Il labbro uso a mentir non ebbi mai.
 
Macrobio
(ad alta voce e fingendo di non aver veduti gli altri due)
Fra queste ombrose amiche piante alla memoria
io mi reco la storia, vale a dire il famoso
contrabbando amoroso di Medoro e d’Angelica.
 
Giocondo
(a Clarice)
(Costui metaforicamente ci canzona.)
 
Clarice
(a Giocondo)
(Senz’altro: io partirò.)
 
Giocondo
(Siete pur buona! Anzi restar dovete.)
 
Macrobio
(rinforzando la voce e guardando verso il di dentro della scena)
Il Conte?
 
Clarice
(intimorita, credendo che comparisca il Conte Adrubale)
Il Conte?
 
Giocondo
Il Conte?
 
Macrobio
(Oh che paura!) Il Conte Orlando...
 
Clarice
(Respiro!)
 
Giocondo
(Lode al Ciel!)
 
Macrobio
Va intorno errando:
e Angelica e Medoro
in barba sua parlan così fra loro.
 
Finale I
Su queste piante incisi
i nostri nomi stanno:
anch’esse apprenderanno
d’amore a palpitar.
(Macrobio finge di vederli allora per la prima volta)
 
Clarice
(a Macrobio scoprendosi)
Io so, signor mio caro,
di chi parlar s’intende.
 
Giocondo
Il suo discorso è chiaro,
ma sciocco, e non mi offende.
 
Macrobio
(agli altri due sempre con allusione e sarcasmo)
Angelica e Medoro,
che stanno amoreggiando...
Povero Conte Orlando!
Impazza per mia fé.
 
Clarice e Giocondo
(a Macrobio)
Angelica e Medoro...
amor di contrabbando...
son cose che sognando
tu vai così fra te.
(Macrobio parte; Clarice e Giocondo in atto di partire.)
 
Baronessa e Fulvia
(con affanno; gli altri due retrocedono)
Oh caso orribile!
Caso incredibile!
Il Conte Asdrubale
tutto perdé.
 
Clarice e Giocondo
(con sorpresa)
Come? cioè?
 
Baronessa
Guai, se consorte
mi fosse stato!
 
Fulvia
Per buona sorte
non mi ha sposato.
 
Baronessa e Fulvia
Oh che disordine!
Son fuor di me!
 
Clarice e Giocondo
Via su, con ordine
meglio spiegatevi.
 
Baronessa e Fulvia
(in atto di partire)
Qui torno subito...
 
Clarice e Giocondo
(trattenendole)
Ma in grazia diteci,
che nuova c’è.
 
Baronessa e Fulvia
Vado ad intendere
meglio il perché.
(partono)
 
 
Scena sedicesima
Macrobio di ritorno, indi Pacuvio dal lato opposto a detti, che nell’atto di partire s’incontrano in Macrobio.
 
Macrobio
Altro che ridere
su i nostri fatti!
È qui Lisimaco
Castigamatti;
e mostra un vaglia
di sei milioni,
che in Sinigaglia
da un tal Piloni
fu sottoscritto
cent’anni fa.
 
Clarice e Giocondo
Di questa favola
capisco poco.
 
Pacuvio
(agitatissimo)
Non v’è più tavola,
non v’è più cuoco.
 
Macrobio
Il creditore
per farsi onore
alla sua mensa
c’inviterà.
 
Clarice
(interrogando gli altri due)
Ma la sua patria?…
 
Giocondo
La condizione?
 
Clarice e Giocondo
Ma d’onde viene?
 
Pacuvio
Vien dal Giappone.
 
Macrobio
(a Pacuvio)
Voi fate sbaglio,
dal Canadà.
 
Pacuvio
Egli è un Turchesco
della Brettagna.
 
Macrobio
Anzi un Tedesco,
nato in Bevagna.
 
Clarice e Giocondo
Che pezzi d’asini!
son più i spropositi,
che le parole:
mi fate stomaco
per verità.
(partono in fretta)
 
 
Scena diciassettesima
Detti; poi la Baronessa e Donna Fulvia; indi il Conte Asdrubale travestito con alcuni servi e marinari vestiti nel medesimo costume. Notaio con altri, che si fingono gente della Corte di Giustizia, e Fabrizio che simula un’estrema afflizione.
 
Pacuvio
(verso i due che son partiti)
A me? cospetto!
 
Macrobio
A me? per Bacco!
 
Macrobio e Pacuvio
(rimproverandosi l’un l’altro)
Per vostra colpa
soffro uno smacco.
 
Pacuvio
So quel che dico.
 
Macrobio
Non sono un cavolo.
 
Baronessa e Fulvia
(in fretta)
Ecco l’amico;
(agli altri due)
non fate strepito,
o tutti al diavolo
ci manderà.
 
Macrobio e Pacuvio
(l’uno all’altro)
Che prenda equivoco,
or si vedrà.
 
Conte
(a Fabrizio)
Lui star conta, io star mercanta,
ti star furba, e lui birbanta.
 
Baronessa, Fulvia, Macrobio e Pacuvio
Dice bene.
 
Conte
(al medesimo)
(Oh che canaglia!)
(mostrando un foglio logoro dal tempo)
Qui star vaglia.
 
Pacuvio
(dopo averlo guardato)
Sei milioni!
 
Baronessa, Fulvia e Macrobio
Bagattella!
 
Conte
(a Fabrizio)
(Che bricconi!)
Se trovara controvaglia,
mi far vela per Morèa.
 
Fabrizio
(tutto mesto)
Non trovara.
 
Conte
Scamonèa tua padrona resterà.
 
Macrobio
Parla proprio in lingua etrusca.
 
Conte
Mi mangiara molta crusca.
 
Macrobio
Si conosce.
 
Conte
Baccalà. Tambelloni Kaimacacchi.
 
Macrobio
(Che mai dice?)
 
Baronessa, Fulvia e Pacuvio
(Non intendo.)
 
Baronessa, Fulvia, Macrobio e Pacuvio
Mille grazie.
 
Conte
Baccalà.
 
Fabrizio
(Li canzona come va.)
 
Conte
(a Fabrizio)
Non aprira più portona,
o tua testa andar pedona.
 
Baronessa, Fulvia, Macrobio e Pacuvio
(Che vuol dir questa canzona?)
 
Conte
Sequestrara...
 
Baronessa, Fulvia, Macrobio e Pacuvio
Adagio un po’.
 
Conte
Sigillara...
 
Baronessa e Fulvia
E le mie cose?
 
Conte
Sigillara.
 
Macrobio
E i manuscritti?
 
Pacuvio
I miei drammi?
 
Macrobio
Le mie prose?
 
Conte
Sigillara.
 
Baronessa, Fulvia, Macrobio e Pacuvio
In quanto a noi...
 
Conte
Sigillara.
 
Baronessa, Fulvia, Macrobio e Pacuvio
Oh questo no!
 
Fabrizio
(al Conte sempre con simulata insistenza)
Ubbidirò.
 
Macrobio
(al Conte)
Mi far critica giornala
che aver fama in ogni loco;
né il potera ritardar.
 
Conte
Manco mala! manco mala!
Ti lasciara almen per poco
il buon senso respirar.
 
Baronessa, Fulvia, Macrobio e Pacuvio
Sigillate pure al Conte
bocca, naso, e che so io.
Ma, cospetto! quel ch’è mio
lo dovete rispettar.
 
Conte
Quanti stara, a modo mio
mi volera sigillar.
 
Fabrizio
(Che hanno il cor perverso e rio,
 più non v’è da dubitar.)
 
 
Cortile interno in casa del Conte.
 
Scena diciottesima
Clarice sola; indi il Conte e Giocondo non veduti da lei, come essa non veduta da loro; poi Macrobio e Pacuvio, la Baronessa e Donna Fulvia.
 
Clarice
Non serve a vil politica
chi vanta un cor fedele:
Quando la sorte è critica,
l’onor non volta vele:
Eppoi nessun mi dice,
ch’ella non può cangiar.
(Intanto comparisce il Conte nei suoi propri abiti.)
 
Conte
(a Giocondo fingendo mestizia)
Lasciate un infelice, vicina a naufragar.
 
Giocondo
(di buona fede conforta il Conte)
Alla virtù non lice
gli oppressi abbandonar.
 
Clarice, Conte e Giocondo
(il Conte e Giocondo fra loro alquanto indietro e Clarice da sé)
(Del paragon la pietra
sono i contrari eventi;
nei giorni più ridenti
più dubbia è l’amistà.)
 
Macrobio e Pacuvio
(in aria di scherno)
Marchesina...
 
Baronessa e Fulvia
Contessina...
(il Conte e Giocondo osservano in disparte)
 
Baronessa, Fulvia, Macrobio e Pacuvio
Mi consolo, e a voi mi prostro:
ora il Conte è tutto vostro.
 
Clarice
(con disinvoltura e brio)
Tanto meglio!
 
Baronessa, Fulvia, Macrobio e Pacuvio
Già si sa!
 
Giocondo
(al Conte)
(Li vedete? gli ascoltate?)
 
Conte
(a Giocondo)
(Ci vuol flemma.)
 
Clarice
Canzonate.
 
Macrobio e Pacuvio
Che fortuna!
 
Clarice
Io sono in ballo;
bene o mal si ballerà.
 
Conte
(avanzandosi con Giocondo e scoprendosi)
Cari amici, or che il destino
mi privò d’ogni sostanza,
qual voi date a me speranza
di soccorso e di favor?
 
Macrobio
Un articolo sul foglio.
 
Pacuvio
Una flebile elegia.
 
Baronessa e Fulvia
(stringendosi nelle spalle)
Non saprei...
 
Giocondo
(con franchezza e cordialità)
La casa mia.
 
Clarice
(con vivacità e dolcezza)
La mia man, l’entrata e il cor.
 
Macrobio e Pacuvio
(fra loro guardando il Conte, ed allontanandosi da lui)
Scappa, scappa...
 
Baronessa e Fulvia
(egualmente)
Oh com’è brutto!
 
Giocondo
(al Conte)
Osservate.
 
Macrobio e Pacuvio
È cosa seria.
 
Clarice, Conte e Giocondo
(fra loro)
Dove regna la miseria
tutto è noia e tutto è orror.
 
Baronessa, Fulvia, Macrobio e Pacuvio
Meglio assai nella miseria
si distingue un seccator.
 
 
Scena ultima
Fabrizio con un antico foglio in mano, saltando per l’allegrezza; coro d’ospiti e giardinieri del Conte egualmente lieti, e detti.
 
Fabrizio e Coro
Viva, viva!
 
Fabrizio
In un cantone
d’un armadio abbandonato,
fra la polve...
 
Conte
(interrompendolo con impazienza)
L’hai trovato?
 
Fabrizio
L’ho trovato...
(sorpresa comune)
 
Conte
Il controvaglia?
 
Fabrizio e Coro
Legga, legga.
 
Conte
(abbracciando Fabrizio)
Uh! benedetto!
 
Clarice e Giocondo
(con vera cordialità)
Oh che gioia!
 
Baronessa, Fulvia, Macrobio e Pacuvio
(attorniando il Conte con affettata compiacenza)
Oh che diletto!
 
Clarice e Giocondo
(fra loro accennandosi gli altri quattro)
(Come cambiano d’aspetto!)
 
Baronessa e Fulvia
Il mio cor l’avea predetto.
 
Conte
In momenti si felici...
(fingendo di svenire)
Ah! ch’io manco... ah! dove sono?
 
Macrobio e Pacuvio
(volendo sostenerlo)
Fra le braccia degli amici.
 
Baronessa e Fulvia
(avvicinandosi anch’esse)
Poverino!
 
Clarice e Giocondo
(respingendoli e sostenendo il Conte)
Eh, andate là.
 
Tutti
Qual chi dorme e in sogno crede
di veder quel che non vede,
se uno strepito improvviso
tronca il sonno, egli è indeciso
nel contrasto delle vere
colle immagini primiere...
Fra la calma e la tempesta
corre, vola e poi s’arresta...
Tal son io col mio cervello
fra l’incudine e il martello...
Sbalordita/o (Sbigottita/o)
Agitata/o (Spaventata/o)
Condannata/o a palpitar.
Dal passato e dal presente,
non so come, alternamente
dalla gioia e dal timore
io mi sento trasportar.
(dalla rabbia e dal rossore
io mi sento a lacerar.)
 

 


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