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8.570931 - MARTUCCI, G.: Orchestral Music (Complete), Vol. 3 (Rome Symphony, La Vecchia) - Piano Concerto No. 1 / La canzone dei ricordi
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Giuseppe Martucci (1856–1909): Integrale della musica per orchestra • 3
Concerto per pianoforte n. 1 in re minore Op. 40 • La canzone dei ricordi

 

Tra i parti più fecondi dell’Ottocento musicale europeo figura senza dubbio il concerto per lo strumento titano dell’epoca romantica, il pianoforte. A guardar bene, però, rispetto alla mole imponente di opere prodotte, i concerti per pianoforte sopravvissuti all’oblio del tempo non sono moltissimi. Certo, diversi sono celebri, alcuni—per lo più scritti da grandi compositori—celeberrimi; ma quelli, numerosissimi, scritti dai compositori-interpreti virtuosi che giravano il mondo con il loro repertorio di fuochi d’artificio (i vari Tausig, Thalberg, Kalkbrenner, Rubinstein, per citarne solo alcuni), e che spesso contengono anche grandi bellezze, sono per lo più scomparsi dal repertorio. Le cause di questa uscita di scena sono da ricercarsi nella natura stessa del concerto post-beethoveniano, nel quale il virtuoso lotta con l’orchestra e la domina; in questo contesto il concerto solistico era molto legato alla figura di un interprete, almeno fino a Brahms, il quale si chiese come risolvere il problema dell’equilibrio tra lo strumento solista e l’orchestra, troppo sbilanciato a favore del primo. Ogni qualvolta si scava nell’archivio dal quale sono emersi come sopravvissuti i concerti dei Grieg e degli Schumann viene allora da chiedersi se ciò ha senso. Noi rispondiamo che sì, ha senso, quando essi contengano delle bellezze, come i due scritti da Martucci; e—aggiungiamo—ha ancora più senso quando la proposta di un’opera poco eseguita assume un significato culturale. Il Concerto in re minore Op. 40 risponde a entrambi i requisiti: è bello, ed è il prodotto di un musicista che, in un’epoca di dominio assoluto del melodramma, aveva il coraggio di proporsi come compositore di musica strumentale. L’interesse per la musica strumentale si manifestò in Martucci sin da bambino. Nato a Capua nel 1856, il piccolo Giuseppe si accostò al pianoforte, ricevendo i primi rudimenti musicali dal padre, trombettista in una banda, e a otto anni era già in grado di esibirsi in concerti, o ‘accademie’ di pianoforte, (come erano definiti all’epoca in Italia) che lo portarono un po’ dappertutto nei dintorni di Napoli e Caserta. Fu notato da Beniamino Cesi, allievo di uno dei più grandi pianisti dell’Ottocento, Sigismund Thalberg, che si era stabilito a Napoli nella seconda metà dell’Ottocento. A Thalberg ed ai suoi allievi napoletani, tra cui appunto il Cesi, si fa risalire la nascita della rinomata scuola pianistica napoletana, che vanta numerosi frutti importanti anche nel Novecento, tra cui Vincenzo Vitale e Michele Campanella. Per interessamento del Cesi, Martucci entrò al conservatorio di Napoli, nel 1867 come alunno esterno, l’anno seguente come allievo interno. Qui studiò non solo pianoforte, ma anche composizione, con Paolo Serrao. Grazie alle brillantissime doti, ottenne giovanissimo la cattedra di docente presso il Conservatorio di Napoli, ma si riservò di iniziare il suo lavoro di docente dopo qualche anno di attività concertistica. In qualità di pianista si esibì quindi in tutta Europa, approfondendo il repertorio sinfonico e accostandosi alla composizione di brani per orchestra.

Per un pianista era logico sperimentare la scrittura sinfonica in un brano che vedesse come protagonista il proprio strumento. Il Concerto in re minore, completato nel 1878, primo risultato dello sforzo compositivo su larga scala di Martucci, è scritto come andava scritto un concerto nell’Ottocento: in tre movimenti, magniloquente, virtuosistico, ma anche con ampi spazi lasciati agli slanci melodici. Il primo movimento è grandioso, lirico e anche un poco enfatico, il secondo è tenero e cantabile, ma rinchiude un minaccioso agitato, il terzo a tratti elegiaco e a tratti scoppiettante. Il pianoforte domina, ma l’orchestra non rimane a guardare; ne è una prova il primo movimento, in cui prima dell’entrata del pianoforte l’orchestra suona per quasi quattro minuti; e all’orchestra sono affidati spesso gli slanci melodici che, soprattutto nel secondo e terzo movimento, costituiscono la migliore parte del Concerto. Ciò che colpisce del primo movimento è la cantabilità continua, che si intensifica emotivamente per poi ritornare ogni volta ad un nuovo episodio melodico. L’entrata del pianoforte, a blocchi di accordi seguiti da poderose ottave, richiama il Concerto in la minore di Schumann, forse il più bello e amato dei concerti romantici. Degno della massima attenzione è il movimento centrale, tripartito, con una parte agitata incorniciata dalle sezioni lente, permeate da una dolcezza soffusa che si dispiega nel dialogo tra il pianoforte e l’orchestra, sempre morbido e scorrevole. Nel terzo movimento, dopo una breve introduzione, la perorazione del pianoforte riecheggia ancora il Concerto di Schumann, che nelle avvolgenti ondate di tenerezza e negli slanci appassionati si rivela modello sempre presente. Non mancano neanche richiami al concerto biedermeier rappresentato dai due concerti di Chopin, evidenti negli arabeschi a cui il pianoforte si abbandona sopra le melodie tenute degli archi. Nonostante i richiami ai compositori amati, il Concerto di Martucci è opera personale e degna di attenzione; merito della facilità con la quale Martucci dispensa temi memorabili, e della solidità tecnica con cui li manipola. Non possiamo rimproverare a Martucci il fatto che, rifacendosi in pieno alla tradizione romantica, non avesse dato una risposta alla questione che si era posto Brahms, quella dell’equilibrio tra pianoforte e orchestra. Era quello che il compositore voleva, inserirsi nella tradizione del concerto solistico; agli approfondimenti Martucci dedicherà il Secondo concerto, e il risultato sarà un capolavoro.

Reinserire la musica strumentale italiana nel flusso della modernità fu la missione di Martucci, infaticabile divulgatore della musica sinfonica romantica, soprattutto di Beethoven, Schumann, Brahms, Wagner, nelle vesti di direttore d’orchestra, di didatta e di organizzatore di eventi. Diresse il Conservatorio di Bologna dal 1866, e quello di Napoli dal 1902, fino alla morte, avvenuta nel 1909. L’interesse per la musica strumentale non significa tuttavia disinteresse per la musica vocale. Martucci conosceva bene il repertorio operistico; un aneddoto relativo alla sua adolescenza ci mostra il compositore dodicenne intento a suonare con un compagno di collegio il duetto dello schiaffo dalla Forza del destino. Anche in campo vocale, però, il compositore napoletano mise del suo per ‘aggiornare’ il panorama italiano. Se è vero che l’opera era il teatro della grande vocalità, ad essa faceva da contraltare nei salotti borghesi la romanza per voce e pianoforte, un genere che spesso scadeva nel patetico e nel banale. Nel resto dell’Europa la dimensione intima della musica vocale dell’Ottocento era affidata alla liederistica, genere che nei paesi di lingua tedesca conobbe un’epoca di splendore e un’ininterrotta tradizione che da Schubert attraversò il secolo con Schumann e Brahms, arrivando a cavallo dei secoli con gli struggenti lieder sinfonici di Mahler e Strass. I lieder tedeschi sono spesso inseriti in cicli, tenuti insieme da un filo conduttore. E’ nel filone del ciclo liederistico sinfonico che si inserisce La Canzone dei Ricordi, su versi di Rocco Pagliara, un poeta napoletano attivo nel campo del rinnovamento letterario della sua città. Come Martucci voleva svecchiare la musica italiana per inserirla di nuovo nella corrente più viva della musica contemporanea, così il Pagliara, attento alle voci che provenivano dall’Europa, si riallacciava alla poetica del Decadentismo. Le sue poesie, intrise di risonanze della parola che affondano le loro radici nell’intimo dell’uomo, ebbero una grande diffusione, ed una antologia di sue poesie fu pubblicata da Ricordi ad uso dei compositori che avessero voluto musicarle (tra coloro i quali approfittarono di questa disponibilità figurano Francesco Paolo Tosti e Pietro Mascagni). Nel 1887 Martucci si era appena trasferito da Napoli a Bologna, quando mise in musica i versi del Pagliara. Benché il titolo suggerisca una canzone unica, in realtà la Canzone dei ricordi è un ciclo liederistico organizzato in sette canzoni (No, svaniti non sono i sogni; Cantava ‘l ruscello la gaia canzone; Fior di ginestra; Sul mar la navicella; Un vago mormorio mi giunge; Al folto bosco, placida ombria; No, svaniti non sono i sogni), collegate sia nel testo che nella musica. Il tema di fondo dell’opera è il composto dolore di una donna che, circondata dalla natura, ricorda l’amore perduto. La settima canzone è un richiamo, abbreviato, della prima, e chiude in maniera circolare un percorso nel quale, dopo varie suggestioni, l’immagine dell’amato rimane un sogno indefinito che svanisce. Martucci dedicò la composizione ad una cantante modenese, Alice Barbi, molto apprezzata da Brahms e spesso interprete dei lieder del grande compositore tedesco. La versione originale della composizione è per mezzosoprano e pianoforte, ma—come fece per altre sue composizioni pianistiche—Martucci nel 1899 orchestrò il brano. Nella trasposizione orchestrale la voce rimane quasi inalterata, mentre la parte orchestrale si ispessisce con l’aggiunta di numerosi richiami interni alla linea melodica esposta dalla voce. Il risultato è una delle più belle composizioni del compositore capuano, ricca di sfumature melodiche e di accenti nostalgici, espressione allo stesso tempo della bellezza del canto italiano e della potenza espressiva raggiunta da Mahler; e proprio a quest’ultimo va spontaneo il pensiero quando si ascolta la Canzone dei ricordi, soprattutto nella versione orchestrale. Questa è un’ulteriore prova di come la musica di Martucci, oltre ad essere bella, sia perfettamente inserita nel panorama musicale contemporaneo; e non è poco, per un musicista nato in pieno Ottocento nella patria dell’opera.


Marta Marullo


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