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8.572330 - GHEDINI, G.F.: Piano Music (Complete), Vol. 2 (Bianchi)
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Giorgio Federico Ghedini (1892–1965)
L’opera completa per pianoforte • 2

 

Giorgio Federico Ghedini nacque l’11 luglio 1892 a Cuneo dove il padre, fervente wagneriano, si era trasferito da Bologna come ingegnere del genio civile. Iniziò giovanissimo lo studio della musica con Evasio Lovazzano, organista e insegnante molto stimato. Nel 1905 si trasferì a Torino dove studiò violoncello con Samuele Grossi presso il Liceo Musicale e composizione e armonia, privatamente, con Giovanni Cravero. Nel 1911 si diplomò in composizione presso il Liceo di Bologna diretto da Marco Enrico Bossi. Per qualche tempo diresse stagioni d’opera in alcune città del Nord Italia e fece esperienza come maestro sostituto al Teatro Regio di Torino ma ben presto decise di dedicarsi alla composizione. Dal 1922 fu professore, con incarichi progressivamente più importanti, nel Liceo Musicale della stessa città dove trovò un ambiente culturalmente vivace e fece incontri decisivi per la sua formazione (Guido Maggiorino Gatti, Andrea Della Corte, Romualdo Giani). Insegnò quindi composizione a Parma dal 1938 al 1941 anno in cui passò al Conservatorio di Milano. Ivi nel 1951 fu nominato direttore divenendo l’artefice principale della rinascita dell’istituzione dopo gli anni oscuri della guerra. Tra i suoi allievi e tra i musicisti che chiamò a collaborare si contano alcuni dei nomi più belli della musica italiana del Novecento: Berio, Castiglioni, Cantelli, Abbado tra i primi, Vidusso, Donatoni, Manzoni, Canino, Ballista, Giuranna tra i secondi. Nel frattempo cresceva la sua fama, le sue composizioni venivano regolarmente pubblicate dai maggiori editori, eseguite in Italia e all’estero dagli interpreti più brillanti dell’epoca (De Sabata, Karajan, Celibidache, Giulini, Cantelli) e trasmesse dalla radio. Gli ultimi anni furono amareggiati da vigorose polemiche con l’avanguardia e dal dispiacere del pensionamento nel 1962. Morì a Nervi, vicino a Genova il 25 marzo 1965.

Ghedini non aderì mai a nessuna scuola, rimanendo un “isolato”, seppure attento all’evoluzione della musica del suo tempo, geloso della propria libertà. Dei linguaggi contemporanei accolse solo ciò che poteva convivere con la sua poetica, estranea a qualsiasi “programma”, concentrata sulla materia musicale: per lui l’eccezionale sapienza tecnica era sempre posta al servizio dell’espressione. Trovò i suoi modelli nella civiltà musicale italiana del Cinquecento e del Seicento (mirabili, più per spirito che per filologia, le sue trascrizioni dei due Gabrieli, Monteverdi e Frescobaldi) senza dimenticare Bach e, come ultimo modello ideale, Beethoven. Per questa orgogliosa indipendenza, la valutazione della sua musica da parte della critica è stata incerta, oscillando tra entusiasmi e censure. A seconda dei momenti Ghedini è stato giudicato modernista o collocato tra i conservatori e il clima di forte contrapposizione ideologica attorno alla metà del Novecento non gli ha certo giovato. Oggi è in atto un processo di graduale riconoscimento dell’importanza della sua produzione che tocca tutti i generi e in parte è ancora da esplorare. La sua fama è legata soprattutto al Concerto dell’Albatro del 1945 e a alcune pagine—sempre citate ma poco eseguite—come la Partita del 1926 e Architetture del 1940. Andrebbero invece riproposti i lavori teatrali (Maria d’Alessandria, Re Hassan, La Pulce d’oro, Le Baccanti, Billy Bud e Lord Inferno), le musiche d’ispirazione sacra e religiosa (Il pianto della Madonna presso la Croce, Cantico del sole, Concerto spirituale De l’Incarnazione del Verbo Divino, Concerto funebre per Duccio Galimberti, Credo di Perugia), le suggestive pagine strumentali dove i modelli concertanti del passato sono rivisitati in modo originale (i concerti con nome Olmeneta, Alderina e Belprato e i fomidabili Contrappunti per tre archi e orchestra) nonché la musica cameristica sempre di eccellente livello. La pubblicazione recente da parte della Naxos del CD “Ghedini conducts Ghedini” (Naxos Historical 8.111325) è un passo significativo in questa direzione.

Pur essendo linguisticamente aggiornata, la produzione pianistica di Ghedini non è assimilabile a una precisa corrente novecentesca; per restare ai compositori italiani, non all’impressionismo evoluto di Respighi o Malipiero, né al neoclassicismo o al modernismo di Casella, e nemmeno alla scrittura modale di Pizzetti; possiede, infatti, caratteristiche di notevole originalità: la predilezione per il contrappunto come principio costruttivo, la ricerca di soluzioni ritmiche personali, l’attenzione per il fattore timbrico e coloristico. In grado diverso tutti questi elementi sono sempre presenti, già nei primi lavori, e raggiungono una coerenza stilistica elevatissima non solo—come è noto—nelle composizioni edite degli anni Quaranta (Divertimento contrappuntistico, Capriccio e Ricercare super «Sicut cervus desiderat ad fontes aquarum») ma anche in alcune degli anni Venti come la Sonata, la sorprendente Fantasia (incise qui per la prima volta utilizzando gli autografi conservati presso il Conservatorio “G. Verdi” di Torino), e pure i deliziosi Puerilia, nonostante la volontaria economia di mezzi (il titolo letteralmente significa “cose per bambini”).

Il primo brano di questo CD, con cui si completa l’integrale pianistica del grande compositore piemontese (dopo il CD Naxos 8.572329), è la Sonatina in re maggiore, il cui manoscritto (in bella grafia forse in vista di una pubblicazione non realizzata) è custodito presso l’Archivio Storico Ricordi di Milano. Si tratta di una composizione risalente al 1913 ma l’autore ventunenne dimostra una ammirevole padronanza nella scrittura e una bella vena melodica. E’ un lavoro che ispira freschezza per i temi che hanno una felicità schubertiana, appena velata di melanconia nel breve sviluppo e nella chiusa del primo tempo, Allegretto grazioso. Il movimento centrale è un intimo Larghetto espressivo in forma tripartita con una coda in tempo Vivo, mentre il Finale è un Rondò il cui ritornello, costruito su note ribattute e arpeggi in sedicesimi, è animato da un’energia ritmica che sembra placarsi un poco dopo la terza ripetizione in una sezione dal carattere modale, per poi riprendere incessante fino alla coda.

L’opera successiva, Puerilia. 4 piccoli pezzi sulle 5 note, datata 1922, è dedicata alle figlie Grazia e Fernanda. Si tratta di quattro miniature, preziose per capacità icastica e concentrazione (le mani, obbligate nello spazio di una quinta, devono lavorare per sviluppare l’indipendenza e l’uguaglianza) che ritraggono con straordinaria efficacia altrettanti animali: la formica, il gatto, il cucù e il gallo. Dei primi due è preso a spunto il movimento, degli altri il canto. Le note attigue nell’arco di una quarta sono sufficienti a Ghedini per rendere la tenacia e l’ostinazione del piccolo insetto, mentre il riverbero di alcuni accordi («Mosso e misterioso» indica lo spartito) e una serie di sinuose quartine ritraggono le movenze del felino: scatti repentini alternati a improvvise immobilità. Il cucù, invece, svetta con la caratteristica terza minore discendente su un intreccio delicato, quasi “vegetale”, intessuto da due voci. E’ una scena di natura, anticipatrice di un altro cucù, anch’esso portatore di nostalgia, che comparirà nel finale del Concerto detto l’Alderina. Infine, il gallo, al quale l’autore aveva già dedicato una composizione nel 1912, è ritratto nel verso un po’ nevrotico e nell’incedere esitante con l’aiuto di gustose dissonanze.

Dello stesso anno, 1922, è la più estesa composizione per pianoforte solo di Ghedini, la Sonata in La bemolle maggiore, il cui autografo reca sul frontespizio un verso della celebre Ballade (“des dames du temps jadis”) di François Villon: «Mais où sont les neiges d’antan?», che dovrebbe preannunciare un clima nostalgico, effettivamente individuabile nel tempo centrale, incastonato però tra due movimenti pienamente solari. Il primo tempo porta, infatti, l’indicazione Sereno con giubilo ed è basato su un tema elaborato contrappuntisticamente e ripetutamente variato. Il discorso si dipana con molta libertà e la musica elude tensioni e contrasti tipici della forma sonata, approdando, con tempi sempre più calmi, a un finale contemplativo. Da questo clima prende l’avvio il secondo movimento, Raccolto e grave, in forma tripartita. E’ una pagina intima, armonicamente complessa, dove risaltano i colori del pianoforte e si assaporano gli aloni degli accordi; qui il canto ha la libertà di un recitativo. Nell’autografo troviamo le indicazioni «soave», «dolce», «teneramente», con raccomandazione d’allargare il tempo e contenere fino al pianissimo la dinamica. In chiusura la musica giunge quasi a dissolversi. L’ultimo tempo, Vivo e fresco, è un rondò con il tema che non si ripete mai identico, mentre le strofe si animano con frequenti passaggi in note doppie, doppie alternate e rapide scale.

La Fantasia del 1927, dedicata al pianista Nino Rossi, può essere considerata una vera scoperta. E’ un brano brillante, virtuosistico e di grande effetto. La sezione introduttiva, Sostenuto ma non troppo, e pesante, procede con irruenti passaggi di ottave fino all’esposizione di un tema dal profilo discendente—che ricorda quello della Sonata di Liszt (anch’essa in si minore)—dal quale si sviluppa subito un fugato. La Fantasia alterna, rielaborandoli, variandoli ed intrecciandoli, questi due elementi: lo spunto iniziale in ottave, che dà vita a sezioni concitate, tempestose («agitato» sta scritto più volte nell’autografo), e il tema dal quale si dipanano contrappunti sempre nuovi che contraddistinguono sezioni più “meditative”. Questo fin quando gli elementi si fondono e il tema è proposto in ottave e per accordi. Mirabilmente, in quest’opera, la libertà fa tutt’uno con la solidità dell’insieme.

Dopo questa bella riuscita Ghedini non scrisse più musica per pianoforte fino agli anni Quaranta che videro nascere—a dispetto delle drammatiche circostanze legate alla Seconda Guerra Mondiale—una serie di capolavori orchestrali e cameristici tra cui i tre pezzi che seguono.

Il principio costruttivo del contrappunto trova la più felice esplicitazione nel Divertimento contrappuntistico, scritto nel 1940 e dedicato al famoso pianista cileno Carlo Vidusso. Il termine “divertimento” sta a significare lo spirito ludico della sfida lanciata dal compositore a se stesso (nello scrivere un pezzo che esaurisca le possibilità combinatorie partendo da un semplice inciso) e all’interprete (che deve dar fondo a tutte le capacità tecniche per sostenere l’esecuzione di una musica spinta da un’energia motoria incontenibile). Il contrappunto di questo brano non procede per linee melodiche, come quello bachiano, ma per blocchi sonori, secondo la stessa concezione spaziale che sta alla base di Architetture, capolavoro orchestrale che risale al medesimo anno. Il Divertimento seguita senza respiro e quando, per un attimo, il discorso sembra distendersi in alcuni arpeggi, la germinazione quasi organica della musica rimette in movimento il tutto. Il pianismo di Ghedini raggiunge qui la massima tangenza con quello di autori come Prokofiev e Bartók, conservando però sempre una fisionomia personale.

Anche il Capriccio, dedicato a Luigi Dallapiccola, è caratterizzato da un pianismo percussivo e moderno. La pagina, datata Luglio 1943, è divisa in tre sezioni: un Allegro molto sostenuto (preceduto da tre battute di Adagio) con un tema molto scolpito, enunciato per moto parallelo e sviluppato per mezzo di accordi massici (“Quasi tromboni” prescrive l’autore alla mano sinistra); un Largo centrale, in cui il discorso è portato avanti per mezzo di accordi, dolcemente dissonanti, lasciati risuonare in un’atmosfera di desolazione, «poco espressiva», con indicazione dinamiche fino al «pppp» (una delle famose pagine fredde e metafisiche, “bianche”, di Ghedini che, in partitura scrive anche: «senza colore» e «più chiaro»); infine un Allegro moderato che si apre con un fugato, virtuosisticamente variato in densi passaggi accordali al cui interno s’insinuano sferzanti arpeggi.

Dell’anno seguente è il Ricercare super «Sicut cervus desiderat ad fontes aquarum» (Salmo XLI*) nel quale non è possibile non scorgere i riflessi della drammatica situazione di quegli anni di guerra. In una lettera all’allievo Attila Poggi, datata 11.12.1944, l’autore annunciava: «Ho dato mano a un bel tema gregoriano e l’ho liberamente fiorito in forma e contenuto ricercatistici. Ed ecco il pezzo già pronto in soli due giorni,…pervaso tutto da una biblica austerità, mi pare assai buono. Ci senti voci arcane di tempi antichi, un sentenziare grave e dolce insieme, e una temperatura a volte rarefatta, immateriale». Il pezzo era destinato ancora una volta al pianista Nino Rossi. Anni dopo, nel 1956, il compositore ne curò una revisione (incisa in questo CD), dedicandola invece a Marcello Abbado. Nel Ricercare la scrittura rinuncia ad ogni apparente sfoggio virtuosistico, per farsi spoglia e scarna, richiedendo all’interprete grande attenzione al timbro e al tocco, con raffinate differenziazioni dinamiche tra le mani. Il discorso si avvia quasi con fatica tra ampie zone di colore, quasi statiche, e arpeggi avvolgenti che rimandano all’incantamento—dolorosamente contemplativo—che sarà del Concerto dell’Albatro (questo Ricercare pare condividere, infatti, la sfera espressiva con il più noto capolavoro ghediniano). Il tema gregoriano si propone nella sua essenzialità come simbolo di fragile speranza (?) o impossibile purezza e l’elaborazione cui è sottoposto è condotta con estremo pudore e raccoglimento.

L’ultimo brano del CD è l’Allegretto, scritto nel 1957, per una raccolta di composizioni di autori contemporanei destinata ai candidati all’esame del corso medio di pianoforte come prova d’interpretazione. Anche in questo caso il principio ritmico—contrappuntistico è alla base della costruzione di una pagina breve ma perfettamente compiuta, dall’incedere scherzoso.

Flavio Menardi Noguera

* Ghedini segue la numerazione dei Salmi dell’antica Vulgata.

 

«L’ascolto di queste musiche nell’interpretazione di Massimo Giuseppe Bianchi mi ha richiamato alla mente queste parole di mio padre: Il mio credo è questo: la musica non è moda, ma è eterna, nel tempo…In questa società sempre più tecnica, c’è un gran bisogno di sentimento vero, perciò anche la musica deve essere animata, nel profondo, da un raptus drammatico, di conseguenza romantico…solo così può esprimere tutta la sua magia»

Maria Grazia Ghedini


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