About this Recording
8.572409 - MALIPIERO, G.F.: Impressioni dal vero / Pause del silenzio (Rome Symphony, La Vecchia)
English  Italian 

Gian Francesco Malipiero (1882–1973)
Impressioni dal vero I–III: n. 1 (1910–11), n. 2 (1914–15), n. 3 (1921–22)
Pause del silenzio I–II: n. 1 e n. 2 (1917), n. 3 (1925–26)

 

La critica musicale ha parlato a lungo dell’esistenza di un gruppo d’avanguardia, formato da Alfano, Respighi, Pizzetti, Malipiero e Casella, che avrebbe intrapreso agli inizi del Novecento percorsi musicali moderni ed originali. Sebbene accomunati da una rilevante vicinanza anagrafica—erano nati tutti tra il 1876 e il 1883—essi non riuscirono a costituire un gruppo nel senso di quello nazionale russo «dei Cinque» o di quello neoclassico francese «dei Sei», forse perché Malipiero e Casella si affermarono presto su posizioni ideologiche e stilistiche innovative rispetto alle posizioni più conservatrici degli altri. Il rinnovamento operato da questi musicisti ad ogni modo fu profondo. Per dar nuova vita alla musica strumentale da tanto tempo trascurata—il periodo fra le due guerre mondiali risentì infatti della sostanziale indifferenza del regime fascista verso la musica e il gusto predominante si identificava quasi esclusivamente con il teatro di Mascagni—essi si rifecero alla tradizione italiana rinascimentale e barocca, fuggendo l’estetica del romanticismo tedesco, e avvicinandosi all’impressionismo francese, all’espressionismo e a Stravinskij.

La concezione estetica di Malipiero si definì negli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale e fu tesa sia al recupero della tradizione musicale italiana sia al contatto con le esperienze delle avanguardie storiche mitteleuropee. Contraria a qualsiasi forma di naturalismo, essa emerge proprio nelle tre serie di Impressioni dal vero, articolate ciascuna in tre brani e composte rispettivamente nel 1910, 1915 e 1922. La chiave di lettura delle Impressioni è data dallo stesso compositore: le prime tre, Il capinero, Il picchio, Il chiù appresentano una reazione contro la musica a programma e contro la musica artificiosamente tematica. «La natura, ‘ascoltata’ da un musicista, non può suggerire che un’idea musicale e il titolo non rappresenta che un omaggio a chi ha saputo evocargli un sentimento e un desiderio di estrinsecazione». Non si tratta di descrittivismo naturalistico, ma di una ispirazione musicale che nasce dalla natura, dal canto degli uccelli. La breve frase del clarinetto che apre la prima Impressione rappresenta il canto del capinero; il secondo brano è analogamente basato su un ritmo di note ribattute che vuol rappresentare il tamburellare del picchio, mentre l’Impressione finale rievoca il richiamo ‘ipnotico’ del chiù, in un’atmosfera notturna nella quale la luna non riesce a rompere il silenzio delle tenebre. La finezza compositiva, armonica e strumentale pervade tutta la prima serie, e si caratterizza per gli eloquenti tocchi degli strumenti a percussione e per la grande sensibilità nell’uso dei legni. È questa la prima espressione autentica e interamente riuscita del lato più sereno ed edonistico di Malipiero. L’opera fu eseguita per la prima volta nel maggio 1913 al Teatro alla Scala di Milano, sotto la direzione di Max Birnbaum.

Un’indicazione esatta del clima in cui nacquero i brani è data dal compositore anche per la seconda serie, anche se in seguito il compositore ammise di preferire la prima parte delle Impressioni. In effetti la seconda serie non mostra la spontaneità e la sicurezza della prima, nonostante il lavoro sia complessivamente più vasto e più ambizioso, e caratterizzato da una ricchezza di colori e di immagini. La prima Impressione della seconda parte, Colloquio di campane (Moderato, ma non lento. Come uno scampanio festoso e lontano) è uno scampanio che si è impossessato del musicista; la seconda, I cipressi e il vento (Lento, ma non troppo) è un bozzetto naturalistico. L’Impressione finale, Baldoria campestre (Presto (in uno)) è invece un tripudio di suoni, dal sapore descrittivo e di fresca intonazione popolare. La più memorabile e originale di queste Impressioni è sicuramente la prima, il cui inizio evoca il suono remoto di campane, attraverso le dondolanti figure dell’arpa, della celesta e degli archi divisi, sovrapponendo senza sosta la tonalità di Do maggiore e La bemolle maggiore. Queste figure sembrano emergere a distanza e avvicinarsi gradatamente all’ascoltatore in un crescendo inesorabile e ‘ipnotico’. Dopo un fortissimo culminante, è presentata una nuova idea inizialmente pentatonica, la cui armonia richiama le opere di carattere orientale di Debussy e Ravel. Quando il brano raggiunge il suo secondo culmine, in cui ritorna la bitonalità iniziale, si ritrovano i segni dell’entusiasmo di Malipiero per i primi balletti di Stravinskij.

L’arte dell’orchestrazione—nella prima serie più fresca e spontanea—è in questa seconda serie più raffinata ed eccezionalmente evocativa, con delicati arabeschi dei legni, soprattutto nel secondo brano, dove emergono dalla misteriosa atmosfera iniziale creata dalle viole e dai violoncelli con sordina. L’ultimo brano dai variopinti motivi di danze ‘rustiche’, intrecciati e talvolta distorti, e dagli ‘scontri’ armonici violenti, creati attraverso triadi sovrapposte e da coloriti giochi di orchestrazione, ha origine nell’apparente assenza di premeditazione. Le inquietudini degli anni di guerra, vissuti con angoscia da Malipiero, affiorano sia in questa seconda serie, eseguita per la prima volta all’Augusteo di Roma nel marzo del 1917, sotto la direzione di Antonio Guarnieri, sia nella terza, eseguita al Concertgebouw di Amsterdam, nell’ottobre del 1923 sotto la direzione di Alfredo Casella: «la seconda e la terza parte delle Impressioni dal vero non le rinnego, ma non le amo. Nelle seconde, più ampie delle prime, vi sento certi rintocchi, incertezze, dubbi, e mi ricordano gli angosciosi bombardamenti aerei di Venezia che, abitando io allora sul canale del Brenta, potevo osservare nelle notti di luna: stavo appunto realizzando la partitura d’orchestra in quella orribile estate del 1915». Nella terza parte, Malipiero cerca di scuotersi dall’incubo del tragico, recuperando, soprattutto nella Tarantella a Capri, qualche notazione realistica di sapore descrittivo e popolare. Una gioia ritmica e una irrefrenabile volontà di canto emergono nel primo e nell’ultimo tempo, Festa in Val d’Inferno (Andante)—Tarantella a Capri (Gaio, abbastanza presto, ma ben ritmato), mentre quello centrale, I galli (Lento), richiama alla memoria gli spettri e gli incubi postumi della tragedia vissuta con la guerra del ’15–’18. Con le Impressioni si rende evidente un tratto fondamentale del linguaggio musicale maliperiano, ovvero il rifiuto totale delle forme musicali classiche e descrittive, in favore di momenti di forte concentrazione espressiva, secondo un procedimento definito ‘a pannelli’ con cui viene fissata l’emozione, in suggestioni di immagini libere da schemi strutturali.

Sempre durante la prima guerra mondiale, nel 1917, nacque la prima serie di Pause del silenzio, sette espressioni sinfoniche per grande orchestra, in cui i temi e le melodie sorgono spontaneamente all’interno di brevi quadri, contrastanti e senza relazione tematica, ognuno dei quali però è preceduto da una variante della stessa fanfara che sale di grado ad ogni ri-esposizione. Lo stesso compositore ha definito tali pannelli, rispettivamente: ‘pastorale’, ‘fra lo scherzo e la danza’, ‘una serenata’, ‘una ridda tumultuosa’, ‘un’elegia funebre’, ‘una fanfara’ e ‘un fuoco di ritmi violenti’. L’alternanza tra pannelli più tranquilli e pannelli più aggressivi corrisponde a quel fondamentale dualismo nella concezione maliperiana della vita. Come racconta lo stesso compositore, le espressioni «vennero concepite durante la guerra, quando era più difficile trovare il silenzio e quando, se si trovava, molto si temeva d’irromperlo, sia pure musicalmente. Questo straordinario lavoro, il cui titolo evoca effettivamente ‘interruzioni del silenzio’ copre, nel breve spazio di quindici minuti, tutta la gamma del linguaggio maliperiano di quell’epoca; e, a differenza di altre composizioni dello stesso periodo, vi arriva senza mai cadere in eccessi d’improvvisazione; al contrario il compositore volle più tardi sottolineare: «appunto per la loro origine tumultuosa, in esse non si riscontrano né sviluppi tematici né altri artifici». Soprattutto in questo lavoro è evidente come alcuni tra i più violenti aspetti della crisi spirituale del primo Novecento si agitassero nell’animo dell’autore, impedendogli di tornare a quella serenità che era apparsa nei lavori dell’anteguerra, e di trovare quella nuova stabilità che sarebbe emersa nelle opere successive. L’ossessione della morte si manifesta del pannello V, in cui le lente progressioni parallele da organum sembrano oppresse da una evidente desolazione. I pannelli I e III, apparentemente sereni, trascendono il terrore, cercando un mondo di ineffabile luminosità e tranquillità. Ancora espressioni di turbolenza sono contenute in alcune pagine dei pannelli II, IV e VI, dove l’impeto piuttosto nervoso ricorda alcuni passaggi di Baldoria campestre. La prima esecuzione avvenne a Roma, nel gennaio del 1918, con la direzione di Bernardino Molinari, dedicatario della partitura.

Nel 1926 il compositore portò a compimento la seconda parte dell’opera con le cinque espressioni pubblicate inizialmente con il titolo L’esilio dell’eroe, su suggerimento di D’Annunzio, conosciuto durante il suo soggiorno parigino nel 1908, e in seguito riportate al titolo attuale. «Questa opera sinfonica è stata pubblicata prima col titolo L’esilio dell’eroe, come Gabriele D’Annunzio volle battezzarla dopo averla ascoltata. Il titolo venne poi da me cambiato con ‘Sul fiume del tempo’, quindi con ‘Il Grillo Cantarino’, senza che per questo abbia avuto maggior fortuna. Infine, riportata al suo primo titolo, nessuno è riuscito a svegliarla dal suo letargo. Forse dorme il sonno dei giusti e il vero titolo dovrebbe essere. Silenzio senza pause (1952)».


Close the window