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8.572415 - CASELLA, A.: Symphony No. 3 / Elegia eroica (Rome Symphony, Le Vecchia)
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Alfredo Casella (1883–1947)
Sinfonia (Terza Sinfonia), Op. 63 • Elegia eroica

 

«Sono stato per lunghissimi anni impopolare nella mia patria, ed è solamente da poco tempo che questa ostilità tende ad attenuarsi ed a lasciare posto ad una più serena valutazione della mia arte e della mia azione, ad una indagine critica la quale finalmente riesca a liberare la mia figura artistica da troppi pregiudizi e da troppi equivoci. Riconosco d’altronde senza difficoltà che la mia natura così decisamente nemica verso l’artesfogo, l’arte autobiografica, l’arte impura insomma, non era certo indicata per facilitarmi la via in un paese dove l’arte così detta costituisce precisamente il modello favorito alle folle. Va poi ricordata ancora la mia tardività di compositore essendo i miei lavori maggiori e veramente definitivi stati scritti solamente dopo la quarantina, ciò che è un caso abbastanza eccezionale». Le parole di Casella rivelano come alcune tra le opere più importanti fossero state concepite negli ultimi venti anni della sua carriera. È nella Partita per pianoforte e orchestra (1924–1925), nel Concerto romano per organo, ottoni, timpano, archi e orchestra (1926), nella Serenata per cinque strumenti (1927), ne La donna serpente (1928–1931) e nel Concerto per orchestra (1937) che cominciano infatti a prevalere le strutture monumentali, le tematiche di ampio respiro e le sonorità dai toni più profondi, meno brillanti e giocosi, rispetto a quelli utilizzati nei lavori giovanili.

In questa fase tarda del linguaggio musicale, Casella compose, tra il 1939 ed il 1940, la Terza Sinfonia Op. 63. Edita da Ricordi a Milano, la Sinfonia fu eseguita per la prima volta nel marzo del 1941 dalla Chicago Symphony Orchestra sotto la direzione di Frederick August Stock, dedicatario dell’opera. Articolata nei classici quattro tempi—I Allegro Mosso, II Andante molto moderato. Quasi Adagio, III Scherzo, IV Rondò finale - l’Op. 63 è forse tra i lavori sinfonici più interessanti del XX secolo composti da un autore italiano.

Il movimento iniziale si apre con un’idea tematica elementare che viene però arricchendosi ed alimentandosi fino a dare origine ad una costruzione ampia ed organica, contenente molti spunti motivici che torneranno in maniera ciclica nell’intera composizione. Il secondo movimento è incentrato su una melodia nostalgica che viene interrotta bruscamente dal tono minaccioso di un intermezzo, anticipando così il carattere ‘demoniaco’ dello Scherzo. Il terzo movimento presenta una struttura ritmica estremamente concisa che si anima di effetti strumentali abilmente studiati, senza molte divagazioni coloristiche. La ricerca timbrica sembra qui aderire intimamente alla linea costruttiva dell’intero lavoro, dando vita però a vividi impulsi di effetti sonori. Nell’ultimo movimento trionfa un’atmosfera gioiosa, di carattere prevalentemente italiano, caratterizzata da un tema di intonazione popolare e rapsodica. Assai felice è la ripresa dell’Adagio che si sviluppa in un episodio lirico, che avrebbe potuto concludere la composizione in un’aura di pacata serenità, a cui l’autore preferì invece un finale più incalzante e stringato. Il lavoro nel suo insieme è meditato in ogni particolare, ricco di invenzione e di fantasia.

Casella, che aveva trascorso l’adolescenza a Parigi con la madre, nel 1916 si trasferì in Italia, stabilendosi definitivamente a Roma, dove iniziò a lavorare ad un poema funebre per grande orchestra dedicato ‘alla memoria di un soldato morto in guerra’. È lo stesso autore, nelle sue note autobiografiche I segreti della Giara, ad offrire una descrizione sul contenuto musicale dell’opera: «questo poema […] aveva la forma di un vasto trittico, una vera e propria marcia funebre iniziale di carattere eroico, un episodio centrale più intimo e di carattere profondamente doloroso, una ultima parte infine ove, ad una raffica di morte che passava violenta sull’orchestra, subentrava una dolcissima ninna-nanna nella quale veniva evocata la patria come una madre che culla il figlio morto. Mi consacrai con tutto l’animo alla creazione di questo poema, nel quale credo di aver dato il meglio di ciò che potevo fare a quei tempi».Un vero e proprio ‘atto di fede’ di un italiano che sentiva la tragicità del momento e che desiderava celebrare con la propria arte il sacrificio di tante giovani vite ed il lutto di tante madri.

L’Elegia Op. 29 fu eseguita all’Augusteo nel 1917 ma non venne accolta con entusiasmo dal pubblico. A proposito della prima esecuzione, il compositore Bruno Barilli scrisse: «La musica impelagata e stridula dell’amico, trovando, questa volta, un sostegno nella nostra disperata solidarietà, tirava innanzi tutta di contropelo fra un silenzio di malaugurio. Guardando ben dritto dinanzi a noi nelle tenebre pensavamo con accoramento: Dio buono, si può zittirlo e fischiarlo in Italia, ma all’estero l’applaudiremo a tutti i costi. Intanto l’Elegia eroica che a tutta prima sembrava interminabile andava man mano rattrappendosi fin che arrivò all’ultimo rantolo e si distese stecchita […] non un segno di reazione o di collaudo sorse a rompere il silenzio mortale che regnava nella sala; s’udì invece appena il rifiatare pauroso di una folla scampata allora e sollevata fuor di pericolo […]».

Si tratta in effetti di una composizione dal linguaggio molto audace, quasi svincolato dalla tonalità, dove, come dichiarò lo stesso autore, «la dodecafonia si affacciava alle porte».

Dal punto di vista formale il lavoro si presenta tripartito: un episodio iniziale che racchiude il carattere di marcia funebre e di epicedio; una parentesi centrale di intima meditazione e una sezione finale in cui, al diffuso brivido di morte che scuote tutta l’orchestra, segue la dolce berceuse, evocante l’immagine della Patria, nella figura di una madre che culla il figlio morto. Emozionante è il rintocco della celesta, su cui si leva la melodia del flauto che diffonde una luce di serenità e di redenzione. Infine, sull’accompagnamento cullante del clarinetto basso compare, nei flauti e negli oboi, a cui si aggiunge la tromba con sordina, la citazione dell’Inno di Mameli, dall’effetto straniante. Tutto il brano è caratterizzato da un senso di assorta contemplazione, reso evidente dall’utilizzo di figurazioni sonore limpide e sinuose che, a tratti, si ‘drammatizzano’ attraverso effetti orchestrali efficacissimi; e proprio l’originalità timbrica sembra essere il pregio maggiore di questo lavoro poco noto del compositore torinese.


Marta Marullo


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