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8.572484 - SIVORI, C.: 12 Etudes-caprices / La genoise / Folies espagnoles (Luciani, Motterle)
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Camillo Sivori (1815–1894)
12 Études-Caprices, Op 25 • La Génoise • Folies espagnoles, Op 29

 

«Sivori ha suonato ancora una volta, come sempre, piccoli pezzi straordinari». (Clara Schumann, 4 novembre 1841)

«Paganini resuscitato», «Paganini idem et alter» o, addirittura «Paganini moins ses defauts»: sono alcune delle espressioni entusiastiche che troviamo nelle recensioni dei concerti di Camillo Sivori, comparse sui giornali europei nel corso della lunga tournée (1841–1845) che lo portò in Austria, Ungheria, Germania, Polonia, Russia, Francia, Belgio, Inghilterra, Irlanda, Scozia, Olanda. In questi anni incontrò i più famosi musicisti (Mendelssohn, Schumann, Berlioz, Spohr, Thalberg), partecipò a centinaia di concerti, si confrontò con i più celebri violinisti (De Bériot, Ernst, Ole-Bull, Artôt, Alard, Vieuxtemps) e si affermò come continuatore dellʼarte di Paganini—si noti—quando il ricordo di questʼultimo era ancora ben vivo nel mondo musicale (il grande artista era morto nel 1840).

Del resto Sivori poteva a ragione presentarsi come «Unique élève de Paganini»: era nato (25 ottobre 1815) nella stessa città, Genova; aveva studiato con il suo anziano maestro, Giacomo Costa; si era perfezionato con il suo amico e discepolo, Agostino Dellepiane e, cosa decisiva, aveva incontrato lo stesso Paganini, tra lʼottobre 1822 e il maggio 1823, impressionandolo al punto che questi aveva deciso di dargli lezioni. Per Camillo il grande virtuoso scrisse alcune musiche per «formargli lʼanimo» e gliele fece eseguire in riunioni private, accompagnandolo egli stesso con la chitarra. Si trattò di un rapporto di stima e amicizia, quasi parentale, come dimostrano le numerose espressioni dʼinteressamento verso il «Camillino» che ritroviamo nellʼepistolario di Paganini. Lasciata Genova, egli continuò a seguirne i progressi riconoscendolo come suo allievo («Lʼunico che può chiamarsi mio scolaro» scrisse nel 1828); infine, poco prima di morire, lo chiamò a sé e gli cedette un violino, realizzato da Jean Baptiste Vuillaume, copia del prediletto Guarneri del Gesù detto “Il Cannone”. La famiglia Sivori, dal canto suo, aveva spinto il ragazzo prodigio a seguire subito le orme del Maestro, infatti, ancora dodicenne, Sivori si era presentato alle platee europee, subito a ridosso di Paganini, con un viaggio (1827–28), che lo portò a esibirsi a Londra, con Giuditta Pasta, e a Parigi, dove conobbe Rossini, Cherubini, Baillot, Kreutzer e suonò con il diciassettenne Franz Liszt.

La carriera artistica di Sivori durò circa sessantʼanni e la sua fama si allargò fino alle Americhe, con una tournée (1846–1850) che dopo sessantasette città dellʼAmerica del Nord, per un tratto in compagnia di Henri Herz, lo portò a Cuba, Giamaica, Lima, Valparaiso, Santiago, Rio de Janeiro, Montevideo. Tornato in Europa, instancabile “viaggiatore filarmonico”, la percorse in lungo e in largo facendo perno su Parigi dove aveva preso una seconda dimora. Fu in Spagna e Portogallo (1854–55), a Baden Baden e nelle altre residenze estive dellʼaristocrazia, più volte a Londra (fino al 1873), nelle città tedesche (1863 e 1871–73) e in quelle russe (1875–76). Considerato «un des plus étonnants virtuoses de concert» (Fétis), capace di «prodigious command of difficulties» (Grove), raccolse lʼelogio di Berlioz, Rossini e Mendelssohn che nel 1846 gli affidò la prima esecuzione inglese del Concerto op. 64.

Bisogna però considerare che Sivori fu acclamato non solo come grande virtuoso di scuola paganiniana ma anche come raffinato interprete della letteratura strumentale classico-romantica nel momento in cui questo stesso repertorio si andava costituendo. Sin da giovane, infatti, egli si dedicò alla musica cameristica. Il suo debutto in quartetto dʼarchi risale al 1834 (Queenʼs Square Selected Society di Londra); nel 1843 suscitò grande impressione a Parigi nellʼinterpretazione dei capolavori di Haydn, Mozart e Beethoven e tra il 1845 e il 1846, il suo nome si legò alla prima esecuzione assoluta dellʼintero corpus quartettistico di Beethoven a Londra, presso Alsager, con Vieuxtemps, Hill, Sainton e Rousselot. In Italia collaborò attivamente con le Società del Quartetto alla diffusione della musica strumentale e non si può dimenticare che nel 1876 Giuseppe Verdi lo volle a Parigi per la prima del suo Quartetto in mi minore. Eccellente virtuoso dunque, sul modello—per molti inarrivabile—di Paganini ma, diversamente da questʼultimo, anche interprete moderno capace di mettersi interamente a servizio della musica altrui. Un artista per il quale la tecnica iperbolica non era solo fattore di meraviglia e motivo di esibizione ma, allʼoccorrenza, strumento dellʼintelligenza. Morì a Genova il 19 febbraio 1894.

Come autore Sivori ha firmato oltre sessanta composizioni in cui virtuosismo e cantabilità si coniugano in modo originale. Si ricordano: due Concerti per violino e orchestra (datati 1839 e 1843); numerose fantasie e variazioni di bravura su temi delle più celebri opere di Paisiello, Mozart, Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi e Gounod, o su motivi popolari; trascrizioni e rielaborazioni; brani cantabili e musiche di tipo descrittivo, e i Douze Études-Caprices pour violon seul op. 25, qui incisi integralmente per la prima volta, dedicati allʼamico violinista belga Hubert Léonard.

Il termine “capriccio” definisce una composizione che si caratterizza per la stravaganza, lʼassenza di regole precise, in cui la fantasia fluisce liberamente. In uso dal XVI secolo, dapprima riferito a musiche per tastiera, poi per complessi strumentali insoliti, trovò applicazione ricorrente nel violinismo settecentesco e nellʼOttocento. Quando prende spunto da particolari difficoltà tecniche, diviene “studio-capriccio” designando una forma ambivalente, dove realtà normalmente contrapposte—tecnica e creatività—cercano una sintesi. Il genere trova il suo vertice nei 24 Capricci op. 1 di Nicolò Paganini (editi nel 1820), straordinario compendio dellʼarte violinistica che coniugando alla perfezione difficoltà e bellezza sollecitò la generazione romantica (Schumann, Chopin, Liszt) a raggiungere nuovi traguardi e rappresentò un riferimento ineludibile per ogni violinista successivo. Era inevitabile che anche Sivori si cimentasse nel genere, nonostante ciò rappresentasse per lui una doppia sfida esponendolo al confronto diretto con lʼopera somma del maestro e con le raccolte dei violinisti contemporanei. La datazione dellʼopera 25 di Sivori è incerta perché lʼautografo è irreperibile. La prima edizione vide la luce a Parigi nel 1880 ma la composizione potrebbe risalire a molto prima. Il Capriccio n. 7, infatti, fu pubblicato già nel 1869 ed è documentata lʼesecuzione di alcuni capricci nel 1860; inoltre Sivori usava donare ai suoi estimatori brevi composizioni intitolate Capricci o Capriccetti già negli anni Quaranta.

I Douze Études-Caprices, pur nella varietà delle invenzioni e dei problemi tecnici affrontati, possiedono la fisionomia di unʼopera unitaria alla quale lʼautore affidava la sintesi della propria arte. Il n. 1 è un Allegretto scherzando in Do maggiore giocato sullʼalternanza di trentaduesimi con lʼarco e accordi con arco e pizzicato insieme secondo una tecnica complessa che richiede allʼinterprete gesti decisi ma aggraziati. Nel n. 2, Moderato in Sol maggiore, una mesta melodia è sorretta dallʼinizio alla fine da terzine, ed entrambi gli elementi, canto e accompagnamento, vanno resi con un legato perfetto. Nel n. 3, Allegro in Mi bemolle maggiore, veloci quartine di sedicesimi legati si dispongono in arpeggi, passaggi e scalette cromatiche ascendenti e discendenti, nello stile di un moto perpetuo, con la parte centrale che si colora di rapide modulazioni. Il n. 4 Allegretto scherzando in Fa maggiore esordisce con una melodia “paganiniana” costruita su note staccate e accordi, mentre nella parte centrale, fortemente modulante, si alternano veloci quartine di trentaduesimi e drammatici passaggi accordali in cui compaiono anche i suoni armonici. Il n. 5 Andante religioso in Si bemolle maggiore (di cui esiste anche una versione semplificata per violino e organo o pianoforte) è uno studio sulla polifonia e sui tricordi per i quali Sivori utilizza una diteggiatura difficilissima. Il n. 6 Allegro moderato in Sol maggiore è costruito sullʼalternanza di accordi e note in staccato con alcuni passaggi cromatici per seste e terze. Il n. 7 Cantabile in La minore è il “cuore” ispirato della raccolta e non stupisce che Sivori lʼabbia pubblicato anche in una versione leggermente semplificata intitolata Adagio. In questo capriccio—che va reso con fantasia e libertà—troviamo molte difficoltà: colpi dʼarco, pizzicati, bicordi, decime, melodia accompagnata, suoni armonici, rapidi arpeggi e scale di trentaduesimi. Nella parte centrale si dispiega unʼaccorata melodia, preceduta da un recitativo e seguita da una sezione di chiusura rapsodica. Nel n. 8 Maestoso (Tempo di marcia) in Re maggiore lʼelemento marziale, contraddistinto dal ritmo di ottavo puntato e sedicesimo che si alterna a rapide scale, contrasta con una parte polifonica dove due voci si alternano in un canto con accompagnamento in cui sono ravvisabili “reminiscenze” di Boccherini (Grave del Quartetto op. 39) e Beethoven (inizio dellʼop. 132). Il n. 9 Allegretto in Sol minore è uno studio sui bicordi, in particolare terze e seste, che si alternano—anche con effetti sincopati—a un basso che a tratti diventa un pedale—con un finale concitato in cui compaiono nuovamente i suoni armonici. Il n. 10 Allegro in Si bemolle minore fa il paio con il n. 3 per lʼandamento vorticoso a moto perpetuo con arpeggi, scale e figurazioni in sedicesimi legati che si succedono senza sosta. Il n. 11 Agitato in Do minore è un capriccio drammatico con una costruzione particolare in cui una sezione esagitata (Con fuoco, e energico troviamo in partitura) tutta scandita da accordi massicci quasi violenti, interrotti solo da arpeggi veloci, cede il passo—nella sezione centrale—a un tema delicato (dolce) e sognante, fiorito di trilli. Nella parte conclusiva ricompare lʼelemento iniziale che termina con un Poco più lento, anche se tra gli energici accordi sʼinsinua il tema cantabile. Il n. 11 sarebbe stato un gran finale ma Sivori preferisce sigillare la raccolta con un brano singolare, uno studio sugli unisoni (una delle cose più difficili che si possano fare sul violino), basato sullʼelaborazione di un tema che pare quasi un lamento. Per di più, nel capriccio n. 12 Comodo in La maggiore, Sivori complica le cose con una diteggiatura “astrusa” al fine di lasciare il pedale alla voce centrale e ottenere così una risonanza del tutto particolare.

La Génoise in Re maggiore I.er Caprice fu edita nel 1845 ma, se lʼindicazione op. 1 non è ingannevole, potrebbe risalire ai primi anni Trenta. È una composizione di ampio respiro nella forma di un tema con sette variazioni, preceduti da unʼintroduzione Andante maestoso e seguiti da un Andante sostenuto ed espressivo che prelude a un finale Brillante. Tra la 6a e 7a variazione troviamo, curiosamente, un intenso Recitativo. Il dato più interessante nella Génoise è la perfetta integrazione tra violino e pianoforte. Questʼultimo è un vero comprimario e la sua parte è scritta in stile concertante, molto brioso toccando, a tratti, il registro patetico. I due strumenti si alternano nel compito di variare il tema, in un dialogo incalzante, costruito spesso a “incastro”. Tutto ciò dimostra lʼabilità di Sivori compositore. Il tema La Génoise ricorda più una danza urbana (un «Allegro da salotto» secondo lʼAllgemeine Musikalische Zeitung) che un tema popolare del quale, comunque, conserva la semplicità e lʼimmediatezza. Su queste basi Sivori inanella una serie di variazioni di bravura, digitalmente impegnative ma dapprima un poʼ biedermeier (come nelle variazioni 1a e 2a che riprendono anche le battute conclusive dellʼintroduzione a moʼ di refrain), avviando poi unʼesplorazione più in profondità del tema ed elevando il tasso di virtuosismo, fino a raggiungere nella bellissima 6a variazione—Adagio assai ed espressivo seguito dal Recitativo a piacere – il baricentro emotivo del brano in cui dispiega tutta la sua fantasia e la proverbiale capacità di canto. Nellʼultima variazione e nella parte finale si esalta nuovamente lʼaspetto spensierato e salottiero del tema dʼorigine.

Sivori aveva fatto del Carnevale di Venezia di Paganini un cavallo di battaglia, eseguendolo infinite volte come “Souvenir de Paganini”, anche prima che fosse pubblicato, innestandovi proprie variazioni, contendendone a Heinrich Wilhelm Ernst lʼautentica lezione. Nel catalogo delle sue opere troviamo altri quattro “Carnevali” (i primi tre perduti): il Carnevale americano o Capriccio Jankee Doddle, il Carnevale del Chilì, il Carnevale di Cuba (in questʼultimo aveva inserito la spettacolare imitazione di un uccello americano, il sinsonte) e il Carnevale di Madrid (per violino, archi e timpani). Chiara predilezione dunque per una “forma” libera che gli permetteva di passare dai moduli delle variazioni su un tema, a momenti cantabili, ad altri virtuosistici, a episodi di tipo descrittivo. Le Folies espagnoles edite nel 1886 si identificano (con minime varianti) con il Carnaval de Madrid composto proprio a Madrid nel giugno del 1854 nel corso della tournée in Spagna e Portogallo. La divisione dei tempi corrisponde e il programma (anche sulla scorta delle numerose entusiastiche recensioni) si può così descrivere: «Passeggiata delle maschere al Prado. Danza Campestre al suono della cornamusa. Temporale e preghiera. Ritorno del bel tempo. Ripresa della danza, alla quale si uniscono le vecchie paesane». Nella composizione Sivori utilizza alcuni temi spagnoli tra i quali sʼindividuano: El noi de la mare, El vito (variato anche nel finale), e la celebre Jota Aragonese. Capolavoro della musica descrittiva, «espresso—come scriveva la Gazzetta Musicale di Milano – con una verità di cui non si può farsi unʼidea che dopo averlo udito», in cui i quadri si succedono come una sequenza di antiche stampe in una galleria ispirando lʼautore in un racconto sonoro ricco dʼimitazioni, effetti fantasmagorici, e incredibili trovate strumentali. Non è possibile fare lʼelenco anche solo sommario del repertorio tecnico dispiegato dal violino, finalizzato alla rappresentazione, ma possiamo dire che il momento culminante—virtuosisticamente—è certamente quello del Temporale. Se la storia della musica è piena di tempeste, questa di Sivori si distingue per unʼimpressionante aderenza al dettato naturalistico; poche altre volte una composizione cameristica ha suggerito in maniera così viva il vento e lo scatenarsi degli elementi: pagina veramente da antologia che meritava dʼessere recuperata.



Flavio Menardi Noguera


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