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8.572523 - BUSONI, F.: Piano Concerto (Cappello, Luca Marenzio Choir, Rome Symphony, La Vecchia)
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Ferruccio Busoni (1866–1924)
Concerto per pianoforte Op. 39

 

Considerato per lungo tempo un eccellente interprete pianistico vissuto a cavallo del XIX e XX secolo, Ferruccio Busoni comincia ad essere riconsiderato anche per i suoi meriti di teorico e compositore. Italiano di nascita e tedesco di adozione, cultore appassionato della tradizione ma anche assertore del nuovo, Busoni è il ‘capofila di quella schiera di inattuali che in vita ebbero un riconoscimento soltanto parziale ma che esercitarono un forte peso sulle sorti della musica e della cultura del loro tempo’ (S. Sablich). Busoni considerava ‘veri’ capolavori musicali le opere situate fuori dal tempo e al di sopra delle mode, promuovendo la ricerca di una nuova ‘oggettività linguistica’ nella quale, sull’esempio dei classici—in particolare di J.S. Bach—, la polifonia avrebbe reso nuova vita all’armonia e alla melodia, liberando la musica dal soggettivismo romantico.

Il Concerto per pianoforte, coro maschile e orchestra op. XXXIX, come scrisse lo stesso Busoni in un articolo intitolato Autorecensione, e pubblicato sulla rivista berlinese Pan nel 1912, «…è un’opera che tenta di riassumere i risultati del periodo della mia prima maturità e che rappresenta la sua conclusione. Come ogni opera che sorge in quest’epoca dello sviluppo, è matura per esperienza personale e si basa sulla tradizione. Non indica certo il futuro, ma rappresenta il momento della sua nascita. Le proporzioni e i contrasti sono distribuiti con cura e, per il fatto che il piano era stabilito definitivamente prima che ne incominciassi l’esecuzione, non v’è nulla in essa dovuto al caso». Questo colossale lavoro tenta di riunire diversi elementi eterogenei sia per carattere che per intonazione, e rappresenta la summa della poetica musicale del compositore toscano. La stesura del Concerto lo tenne impegnato per più di due anni, dalla seconda metà del 1902 fino all’agosto del 1904, anche se nell’estate del 1903 la struttura dell’opera era già definita; il tempo restante, circa un anno e mezzo, venne impiegato per la rifinitura e la strumentazione. La prima esecuzione avvenne a Berlino nel novembre del 1904 sotto la direzione di Karl Muck, con l’autore al pianoforte, nell’ambito di una rassegna concertistica di musiche contemporanee ‘nuove o raramente eseguite’ organizzata dallo stesso Busoni.

La struttura dell’opera è illustrata in un disegno del pittore e architetto tedesco Heinrich Vogeler, che elaborò uno schizzo tracciato da Busoni sulla partitura. Era, infatti, consuetudine del compositore immaginare i propri lavori in forma visiva; parlando del suo abbozzo, così scrisse alla moglie nel 1902: «è l’idea del mio Concerto per pianoforte sotto aspetto di architettura, paesaggio e simboli. I tre edifici sono il primo, terzo e quinto Tempo. Fra di essi vi sono i due ‘vivaci’ (Scherzo e Tarantella); il primo, rappresentato da un fiore e da un uccello miracolosi, capricci della natura; il secondo dal Vesuvio, e da alcuni cipressi. Il sole sorge al di sopra dell’Entrata; la porta dell’ultimo edificio è sigillata. La creatura alata, nel fondo, è presa dal Coro di Oehlenschläger e rappresenta il misticismo della natura…». Il Concerto si compone infatti di cinque movimenti: Prologo e introito, Pezzo giocoso, Pezzo serioso, All’Italiana, Cantico.

Le note illustrative redatte dallo stesso compositore per la prima esecuzione sono una fonte preziosa per comprendere la genesi dell’opera. Innanzitutto la dicitura ‘Concerto’ è utilizzata dall’autore non tanto per indicare la forma, quanto nel significato letterale di ‘cooperazione di mezzi diversi di produzione del suono’. Il concerto—asseriva Busoni—differisce da quelli che lo hanno preceduto in primo luogo per la forma esterna, che per la prima volta è estesa a cinque movimenti; di essi, i primi ad essere composti furono il Primo, il Terzo ed il Quinto—i cosiddetti movimenti ‘tranquilli’ che si contrappongono ai ritmi più vivaci del Secondo e del Quarto. Il Quinto movimento è la sezione fondamentale del lavoro in quanto «completa il cerchio attraverso cui siamo passati»—ovvero una multiforme varietà di sentimenti—e «unisce la conclusione all’inizio». Nel lavoro sono presenti molti aspetti originali e innovativi, e i confini formali e stilistici della letteratura pianistica tradizionale sembrano ormai superati: è l’opera per pianoforte e orchestra più ampia in cui è contenuto per la prima volta un finale ‘corale’. Il titolo del Concerto riporta la dicitura: Concerto—per un pianoforte principale e diversi strumenti ad arco, a fiato e a percussione—aggiuntovi un coro finale per voci d’uomini a sei parti—[…]; il testo, in tedesco, è tratto dall’opera Aladino del poeta danese Adam Gottlob Oehlenchlaeger, e intona le parole misticheggianti dell’«Inno di lode ad Allah». L’intenzione dell’autore era quella di mostrare nuovi sviluppi del concerto per pianoforte e orchestra puntando verso una forma ‘aperta’, di dimensioni e caratteri più liberi, soprattutto nella contrapposizione tra lo strumento solista e l’orchestra, per cui alcuni critici hanno evidenziato come si possa anche parlare di una ‘sinfonia corale’ con pianoforte aggiunto.

Nel Prologo e introito (Allegro, dolce e solenne) il primo tema, affidato all’orchestra, è chiaro e solare, caratterizzato da un breve inciso di tre battute dal tono più epico, cui fa seguito l’intervento del pianoforte che accompagna con accordi una riesposizione orchestrale più ampia del tema, seguita da una cadenza, alla fine della quale si inserisce un secondo tema più lirico. Da notare come in tutto il movimento allo strumento solista non è mai affidata l’intera esecuzione dei temi, ma prevalentemente parti di accompagnamento. Durante lo sviluppo il ritmo cresce e i toni si fanno più drammatici, ma quasi improvvisamente il pianoforte suggerisce un’atmosfera più intima, e si passa così ad una fase molto tenue e delicata. Un’altra cadenza virtuosistica ed il ritorno dell’inciso epico sul quale si innesta il primo tema segnano l’inizio della ripresa.

Il Secondo movimento, Pezzo giocoso, è uno scherzo in cui è possibile ammirare tutta l’abilità tecnica del compositore e la perizia virtuosistica dell’esecutore. Le indicazioni utilizzate sono rivelatrici: giovanescamente giocoso e forte, più appassionato e agitato, giocoso con strepito... Busoni si diverte ad inserire come secondo tema la canzone napoletana Fenesta ca lucive, presentata prima a piccole cellule melodiche e poi, nella seconda parte, ripresa interamente. L’utilizzo di melodie e ritmi italiani—l’altra importante caratteristica del Concerto—ricorre in tutte le sezioni per raggiungere il culmine nel Quarto movimento, in forma di tarantella, che è stato associato dalla critica ad una sorta di ‘carnevale napoletano’.

Il Terzo movimento, Pezzo serioso, è il movimento cardine, il fulcro intorno al quale ruotano gli altri tempi. Dinamicamente molto ricco, è diviso in quattro parti: l’introduzione, drammatica ed austera, in cui fa la sua comparsa il primo tema, costituito da una discesa cromatica. Segue la prima pars (Andante, quasi adagio), in re bemolle, lirica e dolce, con l’introduzione del secondo e del terzo tema, di chiara ispirazione chopiniana. Nell’altera pars, in do maggiore, i toni si fanno più aggressivi, militareschi, per sfumare poi in una fase più distesa in cui ricompare il primo tema cromatico, il quale, con un’ulteriore trasformazione dal carattere più eroico, ci conduce verso l’ultima pars, fortemente drammatica. Dopo una ripresa dei vari temi, il movimento si conclude su un lungo pedale in re bemolle.

All’Italiana (Tarantella) è il tempo più vivace (in 6/8) e solare del Concerto. Una miriade di colori dalle tonalità mediterranee si fondono con spunti tratti da canzoni di carattere popolare—la già citata Fenesta ca lucive, ma anche brani dei Bersaglieri, come il motivo sulle parole «e sì, e sì che la porteremo, la piuma sul cappello, davanti al colonnello, giuriam la fedeltà» e musiche dal sapore popolare, quali La bella gigogin (sulle parole «la dis, la dis, la dis che l’è malata»). In origine era stato pensato come movimento conclusivo, come attesta anche la cadenza in fase di chiusura, ed è quasi inutile sottolinearne la difficoltà tecnica.

Cantico, l’ultimo movimento, ricco di pathos, presenta una struttura indefinita, sia per quanto riguarda l’ambiguità tonale, sia per i temi, che spesso rievoca dai tempi precedenti: il primo è infatti lo stesso dell’introduzione del pezzo serioso, mentre nella seconda parte il coro intona sulle parole di Oehlenschläger il tema dell’altera pars.

Il Concerto è di grande difficoltà per il solista: al suo interno sono presenti una notevole quantità di combinazioni tecniche e problemi meccanici, di volta in volta proposti e risolti, che ne fanno un pezzo di grande interesse per la tecnica pianistica. A causa della sua originalità nonché della difficoltà esecutiva, l’opera rimase a lungo ai margini del repertorio pianistico. Dopo la prima berlinese, il concerto fu replicato solo dall’autore e da altri pianisti della sua cerchia, come Eduard Ermann, Leo Sirota e in particolare Egon Petri, autore di una riduzione per due pianoforti. Con la morte di Busoni, la composizione fu praticamente accantonata. Si deve a John Ogdon, grande ammiratore di Busoni, la riscoperta di questo capolavoro e la sua reintroduzione nei circuiti.

Testo del Quinto movimento Cantico per coro maschile in lontananza

Hebt zu der ewigen Kraft Eure Herzen,
Fühlet Euch Allah nah’, schaut seine Tat!
Wechseln im Erdenlicht Freuden und Schmerzen;
Ruhig hier stehen die Pfeiler der Welt.
Tausend und tausend und abermals tausende
Jahre so ruhig wie jetzt in der Kraft,
Blitzen gediegen mit Glanz und mit Festigkeit,
Die Unverwüstlichkeit stellen sie dar.

Herzen erglüheten, Herzen erkalteten,
Spielend umwechselten Leben und Tod.
Aber in ruhigem Harren sie dehnten sich
Herrlich und kräftiglich früh so wie spät.
Hebt zu der ewigen Kraft Eure Herzen
Fühlet Euch Allah nah’, schaut seine Tat!
Vollends belebet ist jetzo die tote Welt.
Preisend die Göttlichkeit, schweigt das Gedicht!

Innalzate i vostri cuori alla forza eterna;
sentitevi vicini ad Allah, osservate la sua azione!
Si alternano nella luce terrena gioie e dolori;
Quiete si ergono qui le colonne del mondo.
Mille, mille e di nuovo mille anni
quiete come ora nella forza,
fulgide e salde lampeggiano maestose,
sono la rappresentazione della perennità.

I cuori arsero, i cuori raggelarono,
scherzando scambiarono vita e morte.
Ma in quieta attesa si espansero,
meravigliosi, possenti, prima come poi.
Innalzate i vostri cuori alla forza eterna;
sentitevi vicini ad Allah, osservate la sua azione!
Vivo in pienezza è ora il morto mondo.
Nel lodare la divinità si fa muta la poesia!

Il testo di Adam Oehlenschläger (1779-1850) proviene
dalla commedia Aladdin (1804-05), da lui tradotta in
tedesco dall’originale danese.

Traduzione dal tedesco: Pietro Zappalà e Artemio Focher


Marta Marullo


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