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8.573004 - CASELLA, A.: Concerto for Orchestra / Pagine di guerra / Suite (Rome Symphony, La Vecchia)
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Alfredo Casella (1883–1947)
Concerto, op. 61 • Pagine di guerra, op. 25bis • Suite, op. 13

 

Tra i compositori della ‘generazione dell’Ottanta’ Alfredo Casella fu senza dubbio quello più attento alla realtà contemporanea europea. Tutte le tendenze sperimentate dalle avanguardie europee nei primi decenni del Novecento sono ricercate e fagocitate nel suo eclettico stile, tanto che par quasi di avvertire l’ansia di recuperare il terreno perduto nei confronti della tradizione sinfonica europea dell’Ottocento. A rendere il compositore torinese così avido di inglobare nel suo stile tutte le conquiste della musica moderna era, come egli stesso dichiarò nello scritto autobiografico I Segreti della Giara, pubblicato nel 1941, l’esigenza fortissima di uscire a tutti i costi dall’atmosfera nella quale egli e la sua generazione erano nati e cresciuti, impregnata di melodramma: «si può dire che sin dalla mia formazione artistica, non vivessi che per lo scopo di realizzare un’arte non solamente italiana, ma anche europea». Secondo Casella il «carattere polemicamente antiromantico » della migliore arte europea, nell’aspirare ad un nuovo ordine chiamato genericamente ‘neoclassicismo’, aveva portato ad un proliferare spesso «accademico ed artificioso di antiche forme preromantiche quali Partite, Toccate, Passacaglie, Ricercari, Concerti grossi». Non che egli fosse esente da questa moda: dalla Suite op. 13, composta nel 1909–10, al Concerto op. 61 per orchestra del 1937, brani contenuti entrambi in questa registrazione, palese è il richiamo nei titoli dei singoli movimenti a modelli preromantici; e d’altronde egli amava definirsi un «vero e proprio discepolo di Bach e Vivaldi». La Suite ‘A Jean Huré’ op. 13, dedicata alla poliedrica figura del pianista, organista, musicologo e teorico francese Jean Huré, nonostante sia ancora un poco stilisticamente acerba, era considerata dal compositore stesso una delle sue prime composizioni a mostrare questo carattere europeo; essa riprende esteriormente il modello settecentesco della successione di danze; ma della danza non ha quasi nulla, la forma è ambigua, l’andatura leggera, le frasi scolpite e decise come nello stile classico. La scrittura è tonale, ma in essa si insinuano continui cromatismi e cambi di direzione. L’Ouverture nasce maestosa e solenne, con i fiati che emergono dai lunghi pedali degli archi, e anche quando il ritmo è più vivace mantiene un gesto musicale ampio e grandioso; la cupa Sarabande, che con il suo canto spiegato dolce e malinconico si piega ora verso oscuri meandri (grande risalto ha il registro grave dell’orchestra) ora verso tenere aperture, contiene alcuni dei passi più belli della composizione, e ne è senza dubbio il centro emotivo. Più che una danza è un grande adagio; né è una vera Bourrée il giocoso movimento conclusivo, leggero e scherzoso, che sembra ispirarsi ad un tipo di umorismo quasi haydniano (ma—a riprova della poliedricità dello stile caselliano—a Guido Maria Gatti questa bourrée sembrava assolutamente scarlattiana); due temi principali dall’irresistibile slancio ritmico si alternano per due volte ad una sezione dolcissima dove clarinetto ed oboe spiccano (ed è quello che Massimo Mila chiamava ‘schiarita melodica’: cioè «l’improvvisa fioritura d’un melodizzare dolce e riposato a metà d’un irruente frase ritmica»); e alla fine ritorna il primo tema, come coda.

Raggelata e allucinata è invece la piccola suite per pianoforte a quattro mani intitolata Pagine di guerra, quattro films musicali, composta nel 1915; erano passati appena quattro anni dalla pubblicazione dell’op. 13, ma l’Europa era nel mezzo di una guerra che sarebbe durata ancora tre anni, portando devastazioni mai viste prima. Immagini della guerra venivano trasmesse nei cinematografi; e da alcune di esse Casella trasse ispirazione per comporre quattro ‘quadri’, recanti ciascuno un sottotitolo che si riferisce ad un luogo e ad una situazione. Essi sono:

Nel Belgio: sfilata di artiglieria pesante tedesca In Francia: davanti alle rovine della cattedrale di Reims In Russia: carica di cavalleria cosacca In Alsazia: croci di legno...

Nel 1918 Casella orchestrò la composizione, aggiungendovi un quinto quadro, Nell’Adriatico: corazzate italiane in crociera. Le influenze mahleriane e soprattutto dello Stravinskij della Sagra, già avvertibilissime nell’originale pianistico, diventano ancora più scoperte nella versione orchestrale, con i ritmi ossessivamente percussivi, l’uso insistente della politonalità, l’utilizzo di frammenti di musica ‘volgare’, di ritmi marziali e di nenie infantili. L’origine ‘cinematografica’ dei singoli brani è evidente da come Casella scolpisce le immagini traducendole in musica: l’artiglieria passa inesorabile, e la musica marcia pesante e si spegne all’allontanarsi dell’artiglieria; la cattedrale è in rovina, e il tetracordo che si ripete dall’inizio alla fine è come una triste meditazione sulle devastazioni che non risparmiano i capolavori dell’ingegno umano, la cavalcata impetuosa dei cosacchi è suggerita dal rimo dattilico, e una straniante ninna nanna accompagna l’ultimo sonno dei combattenti. Senza il quinto pannello l’organizzazione formale prevedeva, nella tradizionale alternanza di movimenti veloci e lenti, due coppie di quadri, ciascuna riferita ad una azione e alle conseguenze della guerra: due quadri, artiglieria e devastazioni della città, senza uomini; e due, cavalleria cosacca e cimitero, dove c’è la presenza dell’uomo. Forse l’aggiunta del quinto pannello, un po’ magniloquente, è stata motivata dal far terminare un brano fatto per spazi più grandi di quelli riservati alla musica per pianoforte a quattro mani con un pezzo forte e veloce; o forse per mettere un pezzo d’Italia in questa composizione: si ricordi che Casella aveva aderito con convinzione alle idee del fascismo e che in Italia era il bersaglio preferito di tanti critici per la sua attenzione alla musica straniera.

Il Concerto op. 61 per orchestra, scritto nel 1937, appartiene alla piena maturità di Casella, il quale era convinto di averla conquistata solo dopo i quarant’anni. E’ dedicato al grande direttore Willem Mengelberg e all’orchestra del Concertgebouw di Amsterdam ‘nell’occasione del cinquantenario della sua fondazione, come recita la dedica. Il linguaggio si è ulteriormente raffinato; meno aspro di Pagine di guerra, è comunque inquieto e increspato sotto la superficie tonale. I due elementi che spiccano nella Sinfonia, le note staccate e ripetute e le frasi melodiche singhiozzanti, passano attraverso tutta l’orchestra, che include un pianoforte concertante, con combinazioni timbriche sempre differenti; in questo senso il lavoro è un vero ‘concerto’, dove tutti gli strumenti sono protagonisti, e i riflettori si accendono ora su uno, ora sull’altro. Il secondo movimento è una grandiosa passacaglia, con 14 variazioni ed una coda su un errante tema di basso proposto da violoncelli e contrabbassi; i procedimenti barocchi di presentare il tema per aumentazione o in canone sono usati in un contesto che barocco non è. E allora si capisce come la ricchezza della musica moderna, come pensava Casella condividendo lo stesso pensiero di Busoni, sia l’arsenale di tecniche e conoscenze acquisite nei secoli, e che il compositore può utilizzare avendo mezzi a disposizione come mai prima. L’Inno finale riprende l’andamento della Sinfonia, con due gesti sonori, uno staccato ed implacabile, ed uno cantabile ma con frasi brevi e spezzettate, e chiude idealmente il cerchio attorno alla passacaglia centrale.

Nato a Torino nel 1883, Alfredo Casella respirò musica dall’infanzia: il padre insegnava violoncello al Liceo musicale di Torino e la madre, pianista, si dedicò all’educazione musicale del figlio. Fu con il trasferimento a Parigi nel 1896, dove si iscrisse al Conservatorio, che Casella maturò, a contatto con i maggiori musicisti del tempo, tra cui Debussy, Ravel, Falla, Busoni, Mahler, Strauss, Stravinskij. Fu, oltre che compositore e uno dei maggiori pianisti della sua generazione, un instancabile organizzatore, promotore di musica contemporanea e difensore della modernità e dell’europeismo musicale. Tornato in Italia allo scoppio della Prima Guerra mondiale, per insegnare pianoforte al Liceo di Santa Cecilia, fondò la Società Italiana di Musica Moderna e la rivista ad essa collegata «Ars Nova», diresse il Festival Internazionale di Musica di Venezia, nel 1939 fondò le Settimane musicali senesi, fu direttore artistico dell’Accademia Filarmonica Romana, curò edizioni musicali, scrisse su riviste e giornali. Tra le sue composizioni principali, A notte alta, la Sonatina, Nove Pezzi, per pianoforte, il balletto La Giara, da Pirandello, il Concerto romano, Partita e Scarlattiana, vari concerti e l’opera La donna serpente.


Tommaso Manera


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