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8.573007 - SGAMBATI, G.: Symphony No. 1 / Cola di Rienzo (Rome Symphony, La Vecchia)
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Giovanni Sgambati (1841–1914)
Cola di Rienzo – Ouverture • Sinfonia N. 1 in re maggiore, Op. 16

 

Giovanni Sgambati fu tra i promotori, insieme a Giuseppe Martucci, del movimento di rinascita della musica strumentale italiana, attraverso il quale si tentò di moderare le pretese dell’opera lirica, avvicinando il pubblico alla conoscenza di quanto si era prodotto e si stava producendo, nella seconda metà dell’Ottocento, nel genere sinfonico e cameristico.

Dopo la scomparsa di Paganini – l’ultimo musicista italiano dell’Ottocento capace di competere a livello europeo –, i maggiori operisti del primo Ottocento avevano cercato di essere degni prosecutori della tradizione strumentale italiana, dominatrice della vita musicale del Seicento e del Settecento, ma nessun capolavoro sembrò riuscito dal loro estro creativo. Esigue furono le composizioni per orchestra o da camera di Mayr, Rossini, Mercadante, Pacini, Donizetti, Bellini, realizzate negli anni in cui cresceva sempre più la considerazione dell’opera strumentale di Beethoven e Schubert. Una preoccupante mancanza di cultura musicale pareva avesse invaso il ‘paese del melodramma’, respingendo ai compositori la possibilità di confrontarsi con quanto accadeva oltre i confini delle Alpi. L’assenza poi di istituzioni concertistiche, diversamente da quanto accadeva in Francia, Inghilterra e in Germania, non aiutò a promuovere la conoscenza della musica, che aveva accesso prevalentemente nei salotti dell’aristocrazia e dell’alta borghesia. Il repertorio sinfonico era perlopiù conosciuto in versioni rimaneggiate, in riduzioni per quartetto d’archi o per pianoforte a due o a quattro mani.

La Terza Sinfonia di Beethoven fu proposta al pubblico italiano soltanto nel 1867, proprio sotto la direzione di Giovanni Sgambati, cui si deve anche la prima esecuzione della Settima nel 1870, e la presentazione di diverse e importanti composizioni contemporanee tra cui la Dante-Symphonie e l’Oratorio Christus di Liszt.

Romano di nascita, valente pianista e compositore, sin dall’inizio della sua carriera, Sgambati entrò in contatto con i musicisti europei; grazie a Franz Liszt, suo maestro e amico, si trasferì in Germania dove il mondo della musica strumentale sembrava seguire regole del tutto differenti. La vita strumentale tedesca era infatti un fiorire di occasioni di fruizione e di produzione musicale. Le orchestre erano ‘meccanismi’ dotati di organici e possibilità sonore notevoli, e tale aspetto influenzò soprattutto la produzione di quegli autori che tendevano a considerare la ‘sinfonia’ come il genere depositario della più alta verità poetica ed estetica. In questo panorama musicale il compositore romano crebbe artisticamente e tentò di condurre la musica italiana verso i rigori formali della scuola tedesca, assumendo come punto di riferimento l’opera di Brahms. In Germania, ebbe l’occasione di confrontarsi anche con Wagner, il quale gli fece pubblicare a Magonza le sue prime composizioni cameristiche (il Quintetto in fa minore per pianoforte e archi Op. 4 e il Quintetto in si bemolle maggiore Op. 5), presentandolo alla casa editrice Schott con queste parole:«compositore ed esimio pianista nel senso più elevato, vero, grande ed originale talento che desidererei presentare al grande mondo musicale […] per eseguirvi le sue composizioni dalle quali mi aspetto un eccellente successo».

Instancabile organizzatore e promotore culturale, Sgambati fu fondatore, insieme con il violinista Ettore Pinelli, del Liceo Musicale di Santa Cecilia e della Società Orchestrale Romana, nata con lo scopo di diffondere la musica sinfonica. Il prodigarsi del compositore romano trovò favorevole corrispondenza anche nella regina Margherita di Savoia, appassionata e discreta musicista. Non è un caso che nel 1874 ella accordò il proprio patrocinio e successivamente la promozione della neonata Società Orchestrale Romana, tanto che nel marzo del 1881 alcuni fortunati poterono assistere al primo concerto di musica sinfonica nella sala azzurra del Quirinale, dove Sgambati diresse l’ouverture dal Coriolano di Beethoven e la propria Sinfonia in Re maggiore.

Nonostante l’esortazione di Wagner a musicare il Nerone di Pietro Cossa (1830–1881), pare che Sgambati non abbia composto nessuna opera lirica; oltre alle composizioni per pianoforte – tra cui i Notturni, i Fogli volanti, le Mélodies poétiques, le Pièces lyriques – scrisse due Sinfonie, alcuni lavori di musica da camera, una Messa da Requiem e un Te Deum, tutti nello spirito della grande tradizione tedesca, ma italiani sotto l’aspetto melodico e timbrico.

Il sinfonismo romantico di Liszt, Schumann e Wagner è avvertibile già nel suo primo lavoro sinfonico, l’Ouverture per una pubblica lettura del poema drammatico Cola di Rienzo di Cossa, che egli compose nel 1866. Alla figura dell’ultimo ‘tribuno del popolo romano’ che tentò di restaurare negli anni centrali del Trecento, in una città straziata dai conflitti tra papi e baroni, la repubblica sul modello dell’antica Roma, si era ispirato già Wagner nel suo Rienzi, der Letze der tribunen (1837–1840).

Il lavoro di Sgambati fu a lungo ritenuto perduto poiché non fu pubblicato e, soprattutto non sono state mai rintracciate testimonianze di una sua esecuzione in quegli anni; una copia della partitura fu ritrovata casualmente nella Biblioteca Casanatense di Roma ed incisa per la prima volta nel 2001. Il brano è molto ampio ed è costituito da tante sezioni eterogenee nelle quali sono presentate e sviluppate brevi formule motiviche. La sezione iniziale è caratterizzata da un inciso melodico statico proposto dagli archi sul quale intervengono prima gli ottoni, con piccoli frammenti di sapore lisztiano, poi i legni con brevi interventi in terzine, che si ampliano, estendendosi fino agli archi. La linea melodica e l’andamento solenne dell’episodio introduttivo (Andante sostenuto) sono riproposti più volte all’interno del brano, quasi per scandire, anticipare e caratterizzare i diversi momenti scenici del dramma. Nonostante la varietà degli episodi, è possibile individuare due macrosezioni: la prima costituita dal succedersi di diverse idee motiviche, sulle quali si sviluppano e dominano ora le linee melodiche degli archi ora dei fiati; la seconda, introdotta dall’intervento dell’arpa, caratterizzata da una struttura più omogenea e da un tono maestoso e regale. La pagina è conclusa dalla riesposizione, arricchita armonicamente, dell’Andante iniziale.

Le prime grandi conquiste nel linguaggio sinfonico avvennero soprattutto nei lavori successivi, in particolare con il Concerto per pianoforte e orchestra in sol minore Op. 15 (secondo la numerazione della casa editrice Schott) composto tra il 1878 ed il 1879, e con la Prima Sinfonia in re maggiore Op. 16 (numerata dall’autore come op. 11 ma poi modificata in op. 16 da Schott) scritta tra il 1880 ed il 1881 ed eseguita, come riportato sul frontespizio, il 28 marzo 1881 alla corte del Quirinale, alla presenza della regina Margherita.

L’inedita miscela dello stile melodico italiano con la tradizione sinfonica tedesca di questa sinfonia fu subito apprezzata dalla critica, tanto che entrò a far parte del repertorio di direttori come Martucci, che la presentò al Comunale di Bologna nel 1888, e Toscanini, che la diresse alla Teatro alla Scala nel 1899, e ricevette giudizi favorevoli da Grieg e da Saint-Saëns (questi la definì très intéressante et très originale).

Il lavoro è articolato in cinque movimenti Allegro vivace, non troppo – Andante mesto – Scherzo presto – Serenata. Andante – Finale. Allegro con fuoco. Sebbene il primo movimento ricalchi la struttura della forma sonata, è difficile individuare in esso i temi principali; come nella musica di scena per il dramma di Cossa, anche qui sono utilizzate diverse formule motiviche, che vengono continuamente riproposte e sviluppate attraverso le varie sezioni orchestrali. Il movimento si apre con una sezione introduttiva nella quale si individuano tre diversi incisi motivici che vengono variati e ripresi in tutto il brano: il primo è un inciso cromatico discendente presentato dai clarinetti e dalle viole, su una serie di bicordi ribattuti dei violini; il secondo è costituito da frammenti di arpeggio nella tonalità di Re maggiore nella linea dei flauti e degli oboi; infine, il terzo è una formula ritmico-melodica più ampia proposta dai fagotti, insieme con i violoncelli e i contrabbassi. Dopo questa prima sezione introduttiva, il carattere diviene più incalzante per lasciare spazio, su un mormorio dei violoncelli, alla presentazione, nei legni, di una seconda idea cantabile. Non vi è un vero e proprio sviluppo, gli elementi vengono riproposti, giustapposti tra i vari strumenti e variati in diverse formule sia melodiche sia ritmiche, come attraverso un caleidoscopio; Sgambati sembra utilizzare qui la tecnica lisztiana di trasformazione tematica.

L’orchestrazione è elegante e limpida, e non lascia mai sentire la mancanza del grande carattere polifonico, come nel secondo movimento, Andante mesto, caratterizzato da una limpida melodia di sapore italiano, ‘strumentata’ alla tedesca.

Ancora sull’accompagnamento cullante dei violoncelli e dei contrabbassi, sono presentati i due temi principali, il primo proposto dall’oboe e parafrasato poi dal flauto, a cui è affidata poi l’esposizione della seconda idea che preludia ad una sezione centrale animata e danzante, dove la tensione si libera come in una fantasia; l’andamento sempre più concitato porta alla ripresa dell’esposizione.

Le qualità orchestrali risplendono particolarmente nello Scherzo, che ricorda il preludio da Die Meistersinger von Nürnberg, per la forza inventiva e il carattere rapsodico.

Il quarto movimento – la Serenata – è degno di essere evidenziato in quanto in esso sono presentati elementi diversi che tendono ad una felice fusione. Dopo una timida ma inesorabile introduzione, in lento crescendo, con gli archi scuri a far da strada, si distende un accompagnamento sospeso dal quale emerge, prima enunciata solo dai violini, una melodia cantabile e morbida, che nello sviluppo diventa a tratti misteriosa.

L’Allegro finale può essere considerato come una sintesi degli slanci appassionati prevalenti nel primo tempo e nelle sezioni cantabili dei tempi centrali. Colpisce l’intenso processo di variazione e di elaborazione cui è sottoposta l’idea motivica iniziale, piegata ad esprimere gli atteggiamenti diversi, in una struttura di rondò, in cui si inseriscono momenti di delicata cantabilità, come la sezione centrale (Andante) ed episodi ricchi di elaborazione ritmica, che portano al gioioso tripudio finale.

Sulla produzione di Sgambati gravano ancora i pregiudizi della critica dei primi decenni del Novecento, secondo i quali il suo avvicinarsi tardivamente alla tradizione sinfonica tedesca non gli avrebbe consentito di andare oltre l’essere considerato un epigono del tardo Romanticismo. Soltanto ultimamente alla sua opera è stata riconosciuta una funzione storica di enorme valore in un paese che, per secoli all’avanguardia nella produzione musicale europea, aveva in pochi decenni trascurato di tenersi al passo con la musica strumentale, tanto che per ascoltare l’Eroica di Beethoven bisognò attendere che il compositore romano si adoperasse per proporla al pubblico italiano.


Marta Marullo


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