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8.573071 - CLEMENTI, M.: Symphonies Nos. 1 and 2 / Overture in D Major (Rome Symphony Orchestra, La Vecchia)
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Muzio Clementi (1752–1832)
Sinfonie nn. 1 e 2 • Ouverture in re maggiore

 

La figura di Muzio Clementi—compositore, didatta, editore e costruttore di pianoforti—è stata a lungo legata alle opere didattiche o ai lavori sfruttati, impropriamente, come semplici esercitazioni scolastiche, e ancora oggi sembra esser trascurato l’apporto da lui reso alla storia della musica. Nato a Roma nel 1752, il compositore fu condotto in Inghilterra (all’età di quattordici anni) dal letterato e viaggiatore inglese, Sir Peter Beckford che, avendolo ascoltato al clavicembalo, raggiunse l’accordo con il padre di portare Muzio in Inghilterra nella residenza di campagna di Sir Peter—nella contea vicino a Blandford Forum nel Dorset—periodo durante il quale poteva studiare clavicembalo e composizione. Ma, anziché rientrare a Roma, Muzio decise di stabilirsi a Londra, prendendo parte a concerti e lavorando come maestro al cembalo al King’s Theatre in Haymarket, fino a quando iniziò una serie di prolungati soggiorni in varie città europee (Parigi, Vienna, Lione) per tenere lezioni e concerti. Rientrato a Londra nel 1785, intensificò la sua attività di didatta, dedicandosi alla composizione di lavori sinfonici, proprio nel periodo in cui Haydn operava nella capitale inglese. Intraprese inoltre un’intensa attività editoriale e aprì una fabbrica di pianoforti, e proprio tale impegno conferì una nota ‘moderna’ alla sua figura di musicista, emancipato dall’aristocrazia ed inserito nella classe borghese grazie all’indipendenza economica derivatagli dal commercio. Fra il 1802 ed il i 1810 partì nuovamente per una tournée in Europa, durante la quale, oltre ad esibirsi come solista, impartì lezioni a Meyerbeer, Moscheles e Czerny. Nuovamente a Londra, tra gli anni 1813 e 1816, si occupò, insieme a Viotti, della fondazione e attività concertistica della Philharmonic Society. Si ritirò dalla vita pubblica nel 1830 e—lasciata Londra—morì nel 1832 nel Worcestershire. Venne sepolto nel chiostro dell’Abbazia di Westminster. Sulla pietra tombale è riportata l’epigrafe che lo definisce «the Father of the pianoforte», creatore di un repertorio pianistico evoluto dal punto di vista tecnico nonché costruttore, insieme ai fratelli Collard, dei migliori strumenti dell’epoca.

La sua produzione comprende oltre 100 composizioni fra Sonate, Capricci, Toccate, Fughe e altri brani per pianoforte (come i 24 Valzer e 12 Monferrine), diverse opere didattiche (tra cui i tre volumi del Gradus ad Parnassum), un oratorio la cui musica è andata perduta, e sei sinfonie, di cui le ultime quattro si tramandano autografe ma in forma incompleta.

Le sinfonie di Clementi sono probabilmente le sole, fra quelle composte da autori italiani che, insieme alla Sinfonia in re maggiore scritta da Cherubini per l’istituzione della Philharmonic Society, possono reggere il confronto con le composizioni sinfoniche dei grandi maestri viennesi, come Haydn e Schubert. Incerte sono le notizie circa la genesi di tali lavori; soltanto un articolo dell’Allegemeine musikalische Zeitung del 1817 riporta che Clementi «nei passati dodici o quindici anni impegnò ogni sforzo per comporre una serie di sei grandi sinfonie». Dopo il 1820 le sinfonie di Clementi scomparvero dai repertori delle orchestre europee e, ad eccezione delle prime due op. 18, ogni traccia delle sue composizioni orchestrali svanì. Il musicologo Theodor Wyzewa—in un’edizione delle Sonate – dichiarò che lo stesso compositore, in un ‘eccesso di disperazione,’ aveva distrutto tutte le sinfonie. In realtà la ragione va ricercata nel fatto che all’epoca il repertorio sinfonico era ben delineato e i lavori che non fossero di compositori quali Haydn, Mozart, Beethoven erano così rari che Schumann nel 1839 parlò di ‘cessazione del genere sinfonico’, come se il compositore di Bonn avesse fornito un modello irraggiungibile, che gli altri compositori erano ‘costretti’ a seguire, impedendo però ogni possibilità di successo.

Nel 1921 Georges du Parc Poulain Saint-Foix, allievo di Wyzewa, individuò alcuni manoscritti di Clementi, conservati, non completi, nel fondo della Library of Congress, e uno studio sul materiale autografo, conservato nella biblioteca, gli permise di descrivere quattro Sinfonie (WO 32–35), un Minuetto pastorale (WO 36), e—insieme ad altri brevi frammenti sinfonici—una Ouverture in re maggiore.

La struttura dell’Ouverture in re maggiore, in forma bipartita—Andante sostenuto e Allegro con brio—, ricalca in effetti quella dei primi movimenti delle sinfonie qui presentate. Nell’Andante si alternano due episodi tematici, caratterizzati l’uno da un andamento prevalentemente melodico, l’altro da movimenti rapidi ascendenti e figure ribattute. La dinamica veloce e l’incisiva spigliatezza dei ritmi dell’Allegro con brio e la freschezza delle idee tematiche conferiscono al brano una limpida ironia che anticipa il linguaggio dei lavori sinfonici più ampi.

Nel 1935 anche Alfredo Casella intraprese lo studio del fondo e la ricostruzione delle Sinfonie WO 32 e 33, la prima in do maggiore e la seconda in re maggiore, dirigendole con successo a Roma, Napoli e Torino.

Le due Sinfonie WO 32 e 33 rispettano il criterio classico dei quattro movimenti, sono dense di atmosfere e colori di stampo ottocentesco, e—sia per l’ampiezza sia per il tessuto strumentale—possono essere collocate nella concezione beethoveniana e schubertiana, mostrando come il compositore fosse sensibile agli stimoli culturali del tempo. Le sinfonie sono scritte per grande orchestra, dove i fiati sono utilizzati come effettivo supporto armonico. In esse sopravvivono tuttavia degli elementi tradizionali come l’adozione del minuetto in luogo dello scherzo beethoveniano, i movimenti veloci presentano sezioni fugate e in canone e—infine—il trio ed il finale si adattano, come nella maggior parte delle sinfonie di Haydn, a forme sonate e di rondò.

La Sinfonia in do maggiore (WO 32) è tramandata in due differenti stesure, una versione primigenia in si bemolle maggiore—di cui si conservano soltanto ventidue fogli del Finale e un foglio incompleto con la parte di violino del Larghetto e di alcune battute dell’Allegro molto—e una versione posteriore in do maggiore. Articolata nei movimenti, I. Larghetto. Allegro molto, II. Andante con moto, III. Minuetto. Allegretto, IV. Finale. Allegro vivace. L’eleganza della scrittura del Larghetto iniziale non impedisce l’utilizzo della scrittura contrappuntistica: già l’esposizione dei temi del primo movimento avvia un gioco sottile di imitazioni, che contraddistingue anche la sezione Allegro molto. L’Andante, nella tonalità di fa maggiore, vede dipanare negli archi un discorso intenso ed elegante sul quale si inseriscono ampi melismi dei legni, sostenuti dagli ottoni. Al semplice Minuetto, in pieno stile galante, ben tripartito nelle sue frasi simmetriche, segue il finale, Allegro vivace, in stile di vivace moto perpetuo, dove il tema principale, esposto inizialmente dal flauto, è imitato e variato dagli altri strumenti. Strutturalmente esso risponde ad una originale fusione degli schemi del rondò e della forma sonata.

La Sinfonia in re maggiore, WO 33 fu eseguita a Londra nel 1819, e tre anni dopo conobbe un’esecuzione anche a Lipsia, ottenendo una favorevole recensione nella Allgemeine musikalische Zeitung e menzionando il fatto che, nella première londinese, era stato eseguito un “Minuetto pastorale” (probabilmente il già citato WO 36). La composizione è caratterizzata da una mirabile chiarezza di linee, piene di vigore e di brio. Come la Sinfonia in do maggiore, anche questo lavoro si apre con un’introduzione lenta, Adagio, che poi si dischiude nel consueto Allegro in forma sonata. Nel Larghetto Clementi intreccia amabilità e umorismo, e si affida principalmente all’energia espressiva dei legni, che si dischiudono, sul ritmo cullante degli archi, in morbide linee cantabili, creando un’atmosfera idilliaca e pastorale. Il Minuetto è un vero proprio scherzo; il materiale tematico è passato rapidamente dai fiati agli archi e viceversa, attraverso sezioni fugate e passaggi in canone, e il discorso si sviluppa in brevi ma concisi duetti tra tutte le voci. Il finale ricapitola tutto il senso della sinfonia, con un fare estroso, quasi eccentrico, che sembra superare lo stile settecentesco e far emergere le novità del sorgente stile romantico.


Marta Marullo


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