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8.660205-06 - MEYERBEER: Semiramide
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Giacomo Meyerbeer (1791-1864)
Semiramide

 

L’altra Semiramide

Per l’odierno appassionato d’opera, il nome di Semiramide rimanda direttamente a una partitura: quella di Rossini. Non era così alla fine del Settecento, quando per un uomo di teatro il nome di Semiramide si identificava invece con un libretto: quello di Metastasio.

 

L’autorità artistica di Metastasio

Nel XVIII secolo – prima che venisse a formarsi un repertorio stabile di partiture operistiche costantemente eseguite nel corso degli anni, fra un teatro e l’altro – esisteva un repertorio di libretti di successo che venivano intonati più e più volte dai singoli compositori, decennio dopo decennio. L’autore più importante di questi libretti fu appunto Pietro Metastasio (1698-1782), i cui titoli più famosi (da Didone abbandonata a L’Olimpiade, da Artaserse a La clemenza di Tito) sono stati messi in musica da decine di compositori, fino a Ottocento inoltrato, e cioè ben oltre la morte del poeta stesso. Venivano assai spesso cambiati i testi delle arie, venivano aggiornate le strutture musicali prevedendo sempre più pezzi d’assieme (quasi del tutto assenti negli originali nati all’inizio del Settecento), ma rimanevano fissi i recitativi (al più, un po’ scorciati) e con essi la trama dell’opera, con i raffinati rapporti dialettici che i personaggi metastasiani intessono fra di loro attraverso i dialoghi che separano un’aria dall’altra.

Anche il libretto di Semiramide, nato nel 1729, ricevette una quarantina di intonazioni nel corso del XVIII secolo, fino a quando a fine Settecento non gli venne preferito dai compositori il soggetto della tragedia Sémiramis di Voltaire (1748), che invece di narrare il trionfo della regina assira (come in Metastasio) metteva in scena gli ultimi istanti della sua vita. Alla tragedia di Voltaire si affiderà anche l’opera di Rossini, che narra dunque avvenimenti diversi da quelli messi in scena nel Settecento dalla Semiramide di Hasse o Vivaldi, di Gluck o Salieri, composte sul libretto metastasiano.

Tuttavia nel 1819, cioè appena quattro anni prima dell’opera rossiniana, un giovane compositore tedesco trasferitosi in Italia per imparare i segreti dell’opera italiana si trovava a mettere in musica per l’ultima volta proprio il libretto di Metastasio, ormai vecchio di 90 anni. Tale compositore era Giacomo Meyerbeer (1791- 1864), destinato a diventare negli anni successivi il più acclamato autore di grands opéras a Parigi. Al momento era soltanto un compositore a inizio di carriera, del quale si diceva che era tanto ricco, da poter offrire gratuitamente le sue partiture ai teatri.

 

L’ultima Semiramide metastasiana

A Torino, come in tutta Europa, si respirava in quegli anni una forte aria di Restaurazione (il Congresso di Vienna, che sanciva la definitiva sconfitta di Napoleone e il ritorno sui rispettivi troni dei sovrani spodestati, si era appena concluso); rappresentare nuovamente Metastasio (il poeta ufficiale della corte imperiale di Vienna per tanti anni), come se la Rivoluzione Francese non fosse neppure scoppiata, aveva dunque un deciso sapore politico, di stampo reazionario. A Torino, di recuperi metastasiani importanti continuarono a farsene altri negli anni successivi: nel 1824 andò in scena un Demetrio con musica di Simone Mayr, mentre ancora Vincenzo Bellini rammenterà che «i libretti di Torino sono fatti da un certo Conte non so il cognome, che impasticcia i libretti di Metastasio come la Didone e l’Ezio, che ha scritto Mercadante». A preparare i libretti per Mercadante fu il Conte Lodovico Piossasco Feys, e benché nessuna fonte documentaria ce lo confermi, è verosimile che a lui si debba anche l’elaborazione del libretto di Semiramide per Meyerbeer (e non a Gaetano Rossi, come riportano le odierne enciclopedie).

Il Conte Feys si comportò dunque esattamente come aveva fatto – per dirne uno – Caterino Mazzolà adattando per Mozart il vecchio libretto metastasiano La clemenza di Tito. Se all’epoca di Leonardo Vinci e Nicola Porpora (i primi a mettere in musica Semiramide nel 1729) l’opera consisteva di fatto in una trentina di arie intercalate da lunghi dialoghi, all’epoca di Meyerbeer alle arie solistiche si era aggiunto l’obbligo di duetti che mettono musicalmente a confronto i personaggi principali, e di pezzi d’assieme con tanto di coro a marcare i momenti cardine della partitura (in particolare l’Introduzione e il Finale del primo atto: i due numeri tradizionalmente più ampi e più complessi dell’intera partitura). Si rendeva dunque necessario ridurre al minimo i lunghi recitativi di Metastasio, sostituire le vecchie arie con altre strutturate secondo la nuova forma venuta in auge e individuare i momenti più adatti in cui inserire pezzi d’assieme e parti corali.

 

La partitura di Meyerbeer

L’opera che ne uscì si articola secondo la classica segmentazione in numeri chiusi. I recitativi che li separano sono “secchi”, cioè sostenuti dal clavicembalo, ma quasi tutti i numeri musicali sono poi introdotti da più o meno ampie sezioni di recitativo accompagnato dagli archi dell’orchestra. Il Coro non ha un brano tutto suo, ma partecipa a tutti i numeri musicali d’assieme e a molte arie. Si tratta di un coro esclusivamente maschile, come si usava ancora all’epoca in tanti teatri italiani.

Tre sono i personaggi principali: la regina assira Semiramide, soprano (che per tutta l’opera agisce in abiti maschili, facendosi passare per il figlio Nino); il principe indiano Scitalce, contralto en travesti (già amante di Semiramide e ora pretendente alla mano della principessa bactriana Tamiri); il principe scita Ircano, tenore (anch’egli pretendente di Tamiri). Ad essi si affiancano tre personaggi secondari: il principe egiziano Mirteo, basso (fratello minore di Semiramide e anch’egli innamorato di Tamiri); Tamiri, soprano (che ricambia l’amore del solo Scitalce); Sibari, tenore (confidente di Semiramide, di cui è segretamente innamorato).

Le tre parti principali sono caratterizzate da grande virtuosismo vocale, essendo state scritte per tre grandi cantanti dell’epoca: rispettivamente Carolina Bassi, Adelaide Dalmani Naldi e Claudio Bonoldi, tutti attivissimi nel repertorio rossiniano, e caratterizzati da voci scure. Bonoldi era essenzialmente un baritono, mentre Bassi cantava anche ruoli da contralto. Per lei Meyerbeer scrisse una parte essenzialmente da mezzosoprano, che solo nel rondò finale si spinge verso note più acute (Lab e Sib), quando cioè il personaggio abbandona gli abiti maschili dietro i quali era rimasta nascosta fino ad allora e rivela la sua natura di donna. Ciò procura di conseguenza un rapporto insolito con l’altra voce femminile (tradizionalmente un mezzosoprano-contralto) nel trauser role di Scitalce, al punto che per gran parte dell’opera il pubblico è portato a credere (anche in termini visivi) di trovarsi eccezionalmente di fronte a una partitura con due breeches parts. Le due voci non cantano in modo molto dissimile, e la loro intercambiabilità è resa esplicita da Meyerbeer nei duetti: nel primo è Semiramide a sostenere la parte più acuta, nel secondo invece Scitalce.

 

Meyerbeer a confronto con Rossini

Benché la Semiramide di Meyerbeer e quella di Rossini mettano di fatto in musica due storie completamente differenti, sul piano stilistico-musicale è possibile fare più confronti di quanti non ne permettano l’Otello di Rossini e quello di Verdi.

Entrambe le partiture sono caratterizzate da una sorta di “gigantismo”, richiesto dal soggetto trattato, con re e principi che si susseguono di scena in scena; e la magniloquenza si manifesta sia nella “lingua musicale” destinata ai personaggi principali, sempre aulica e altisonante (i tanti virtuosismi vocali mirano anche a questo), sia nella ampiezza delle forme, che raggiunge il culmine in un Finale del primo atto di proporzioni abnormi, in entrambe le opere.

Ma è il primo numero musicale della partitura (Introduzione) quello in cui le somiglianze si moltiplicano. Quando nel 1822 il librettista Gaetano Rossi soggiornava nella villa di Rossini presso Bologna per scrivere al suo fianco il libretto della nuova Semiramide, inviò una lettera all’amico Meyerbeer, informandolo sull’andamento del lavoro, e scrisse fra l’altro: «Feci un’Introduzione alla Meyerbeer: anche la Colbran comparisce nella Introduzione: una pompa, un quadro imponente». E che Rossi si riferisse proprio alla Introduzione che apre la Semiramide di Meyerbeer sembrerebbe indicarlo la serie di punti in comune, dalla materia drammatica alla strutturazione formale: entrambe le opere ci presentano infatti una scena di corte, pomposa e imponente, nella quale fanno la loro apparizione vari pretendenti regali alla mano della sposa messa in palio, provenienti dalle nazioni vicine; la scena viene poi interrotta da un evento soprannaturale – manifestatosi attraverso un tuono esterno – che getta tutti nel panico; in entrambi i casi si segnala poi l’eccezionalità (rilevata da Rossi stesso) di far comparire in scena la protagonista già dall’inizio dell’opera senza adeguata cavatina di presentazione, rimandata di fatto di molti numeri e identificabile per entrambe le Semiramidi in un brano “di carattere”: la Canzonetta con variazioni in Meyerbeer, «Bel raggio lusinghier» in Rossini, di sapore del tutto analogo.

 

Fortuna dell’opera

Al suo debutto a Torino (Teatro Regio, 30 gennaio 1819), Semiramide riscosse un discreto successo, testimoniato anche sui giornali tedeschi, più entusiasti di quelli italiani. Pare che Meyerbeer rimanesse soddisfatto soprattutto della prestazione di Carolina Bassi, a cui regalò la partitura manoscritta con una speciale dedica. L’anno successivo l’opera venne ripresa a Bologna e a Senigallia, col titolo mutato in Semiramide riconosciuta e alcune parti riscritte in collaborazione con il librettista Gaetano Rossi. Dei nuovi brani musicali si è persa però traccia, mentre la versione originale ci è tramandata da una copia manoscritta dell’epoca, essendo l’autografo di Meyerbeer andato disperso a Berlino durante la seconda Guerra Mondiale.

Dopo quelle del 1819-20, nessuna ulteriore rappresentazione è registrata nel XIX e nel XX secolo, fino alla prima esecuzione in epoca moderna programmata al Festival “Rossini in Wildbad” nel luglio 2005, di cui questi CD sono la testimonianza. Per l’occasione sono stati fatti alcuni tagli e adattamenti delle parti vocali alle caratteristiche degli interpreti.

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Sinossi

Antefatto

Semiramide, figlia del re d’Egitto Vessore, si è invaghita di Scitalce, principe indiano, giunto alla corte egizia sotto il finto nome di Idreno. Di fronte al rifiuto paterno di sposarlo, Semiramide decide di fuggire con lui. Ma Scitalce, ingannato sulla fedeltà di Semiramide dal finto amico Sibari, suo occulto rivale in amore, nella notte stessa della fuga la pugnala accecato di gelosia, facendola poi precipitare nel Nilo.

Sopravvissuta fortunosamente, mentre tutti la credono morta, Semiramide lascia l’Egitto, e dopo mille traversie giunge a Babilonia, dove la sorte vuole che riesca ad avvicinare e alfin sposare il re Nino, dal quale ha un figlio, di nome Nino pur esso. Alla morte del marito, Semiramide decide di assumere il potere facendosi passare per l’erede al trono, regnando così in abiti maschili grazie alla grande somiglianza del volto con quello del figlio, mentre questi, volutamente cresciuto effeminato e molle, trascorre i suoi giorni in abiti femminili segregato nella reggia, senza alcuna brama di potere.

Mentre accadeva tutto questo, Mirteo, fratello minore di Semiramide, trascorreva la sua infanzia alla corte del re bactriano Zoroastro. Qui si invaghiva della principessa ereditaria Tamiri, la cui sorte matrimoniale doveva però essere decisa alla corte di Nino, di cui i bactriani erano tributari. Giunta l’età idonea per le nozze, Tamiri si reca dunque a Babilonia: lì trova ad attenderla aspiranti mariti provenienti da tutto l’Oriente.

Atto primo

Nella reggia di Babilonia sono convenuti i diversi prìncipi pretendenti alla mano di Tamiri. È il giorno della scelta, e davanti a Semiramide (che tutti credono essere suo figlio Nino) sfilano lo scita Ircano, l’egiziano Mirteo e l’indiano Scitalce (N. 1: Introduzione). È su quest’ultimo che pare indirizzarsi la simpatia di Tamiri; ma, fissandolo, Semiramide crede di riconoscere in lui l’antico amante Idreno, e del pari a Scitalce sembra di ravvisare in Nino l’estinta Semiramide. I due sbiancano in volto, mentre tuoni terribili oscurano provvidenzialmente il cielo, gettando tutti nel panico. È il pretesto per rimandare la scelta, che Semiramide/Nino fissa a dopo il banchetto serale.

Congedati gli ospiti, Semiramide rimane sola con Sibari, l’antico confidente degli anni egiziani, giunto pur egli a corte mischiato fra i Grandi di Babilonia: lo riconosce e ne viene a sua volta riconosciuta. Dopo avergli raccomandato di non svelare il suo travestimento, la regina gli racconta fiduciosa gli eventi della triste notte in cui, quindici anni prima, mentre stava fuggendo dall’Egitto con l’amante Idreno, da questi venne quasi uccisa, per una ragione che ignora ancora. Sibari commenta fra sé di ben conoscerne il motivo e attende il momento più opportuno per rivelare a Semiramide il suo antico amore.

La scena si sposta all’esterno, nei favolosi orti pensili della città. Scitalce si lamenta di essere giunto in Babilonia sperando di trovare la felicità nel matrimonio con Tamiri, mentre l’incontro inatteso con Semiramide, creduta estinta, riapre vecchie ferite (N. 2: Cavatina di Scitalce). Raggiunto da Sibari, i due si riconoscono e rammentano gli anni della loro frequentazione in Egitto. Scitalce gli rivela di aver riconosciuto Semiramide in Nino, quella Semiramide che lui riteneva di aver ucciso, spinto dalla rivelazione di un suo tradimento che Sibari stesso gli aveva fatto. Entrambi concordano di continuare a mantenere celati i rispettivi segreti.

Scitalce s’incontra finalmente con Semiramide: dapprima i due si scambiano parole pungenti, poi prendono il sopravvento gli antichi affetti, che non osano però confessarsi apertamente (N. 3: Duetto di Semiramide e Scitalce). Frattanto per la reggia si sparge la voce che la scelta di Tamiri propenderebbe verso Scitalce: Ircano e Mirteo si coalizzano allora per togliere di mezzo il comune rivale, ma anche Sibari ha già pensato a un suo piano per annientare il vecchio amante di Semiramide e trovarsi alfine la strada spianata ai suoi desideri.

È giunta la sera, e in una sala della reggia illuminata a festa è pronto il banchetto. Sibari versa nascostamente del veleno nella coppa destinata allo sposo, mentre sopraggiunge Ircano che sfoga davanti a lui tutta la sua gelosia verso Scitalce (N. 4: Recitativo ed Aria di Ircano). Sibari lo tranquillizza, rivelandogli i suoi veri sentimenti: non ci sarà bisogno di spada, ma basterà il veleno che Scitalce berrà ignaro dalla coppa, nel momento in cui verrà prescelto da Tamiri.

La sala viene invasa dal corteo reale, la festa ha inizio con le danze d’augurio e Semiramide/Nino intona un canto ai futuri sposi (N. 5: Canzonetta con variazioni). Poi invita Tamiri a consegnare la coppa rituale al suo favorito: è Scitalce, il quale però tentenna prima di bere, cercando di scrutare le reazioni di Semiramide, e rifiutando infine l’onore accordatogli (N. 6: Finale primo). Tutti restano sbigottiti e pretendono spiegazioni, ma Semiramide coglie l’occasione al balzo e invita Tamiri a scegliere immediatamente un altro sposo. La coppa viene dunque assegnata a Ircano che, conoscendone il contenuto letale, la getta però a terra, adducendo come scusa di non poter abbassarsi ad accettare lo scarto di un rivale. Rinfocolato da tale gesto, intorno a Scitalce cresce lo sdegno di tutti i presenti, al punto da indurre Tamiri a offrire la sua mano a chi vendicherà l’affronto che ha ricevuto da Scitalce. Ircano stesso si offre come suo paladino, mentre Semiramide/Nino rivendica per sé il diritto alla giusta punizione, a causa dell’offesa fatta alla sua protetta. Sgomento generale per l’esito funesto in cui è piombato l’evento festoso.

Atto secondo

Nelle stanze interne della reggia, Tamiri esprime a Mirteo tutta la sua stima, ma non può che confermagli l’amore nutrito per Scitalce (N. 7: Aria di Tamiri); d’altro canto, Sibari offre a Ircano il suo aiuto per un rapimento risolutore della ragazza. Semiramide cerca di saggiare fino a qual punto Tamiri spasimi per Scitalce; poi decide di incontrare nuovamente l’antico amante, a tu per tu, e lo invita a recuperare i sentimenti che li univano in Egitto, ma Scitalce le oppone i vecchi tradimenti, di cui Semidamide, ignara della realtà, non sa capacitarsi (N. 8: Recitativo e Duettino di Semiramide e Scitalce).

Sulle rive del fiume Eufrate, Ircano si è fatto raggiungere dalla sua flotta per attuare il rapimento suggeritogli da Sibari. Sbarcati in armi, gli Sciti attaccano le guardie assire, ma vengono sconfitti dalla cavalleria. È Mirteo a occuparsi personalmente del principe ribelle: ne ha la meglio e lo disarma, ma Ircano non si dichiara vinto e giura nuova vendetta mentre viene condotto in carcere (N. 9: Recitativo ed Aria di Ircano). Raggiunto da Sibari, Mirteo lo ringrazia per averlo avvertito in tempo dell’assalto di Ircano, ma quello gli ricorda che il suo maggior rivale non gli insidia soltanto la donna amata: Scitalce è infatti lo stesso traditore che, sotto il nome di Idreno, quindici anni prima aveva tentato di rapirgli la sorella in Egitto, uccidendola poi. Accecato dall’ira, Mirteo giura di volersi vendicare (N. 10: Aria di Mirteo).

Nei suoi appartamenti, Semiramide/Nino affronta Ircano (N. 11: Recitativo e Duetto di Semiramide e Ircano) e gli intima di abbandonare immediatamente la terra assira, ma quegli dichiara fermamente di non voler partire prima di aver potuto affrontare Scitalce. Da un nuovo incontro con quest’ultimo, Semiramide spera di trovare pace e amore, rinnovandogli l’offerta della sua mano, ma ottiene soltanto un netto rifiuto, senza una precisa spiegazione dei motivi che lo determinino. Nonostante il nuovo affronto, Semiramide ordina che Scitalce sia lasciato libero. Raggiunto da Mirteo, intenzionato a vendicare la sorella, Scitalce gli promette soddisfazione, ma in cuor suo sente che tanta ostentazione di sicurezza viene minata da un ignoto timore (N. 12: Scena e Rondò di Scitalce).

In un anfiteatro allestito per l’occasione, tutto è pronto per dare il via al duello, davanti agli occhi del popolo babilonese. Giunge Ircano, che sfonda il cordone di protezione delle guardie e pretende di battersi lui contro Scitalce, per guadagnarsi la mano messa in palio da Tamiri. Semiramide lo rimprovera per non aver obbedito al suo ordine di lasciare immediatamente la città, e gli chiede con quale diritto pretenda ora ciò che il giorno prima ha rifiutato. Ecco allora che Ircano rivela di non aver respinto la mano di Tamiri, ma soltanto la coppa col veleno, e riversa su Sibari la colpa di ogni suo comportamento. Semiramide rimanda ogni giudizio sulla questione e dà il via al duello. Mirteo e Scitalce fano il loro ingresso; Tamiri scongiura Mirteo di abbandonare il campo, giacché lei non pretende più vendetta per i torti subiti, ma Mirteo la corregge: il duello serve ora a vendicare il rapimento e l’uccisione della sorella. Scitalce ammette la propria colpevolezza, ma si difende mostrando la lettera con cui Sibari l’avvertiva che il rapimento era stato ordito da Semiramide per farlo cadere nella trappola del suo vero amante e sbarazzarsi definitivamente di lui. Di fronte al precipitare inatteso degli eventi, la regina non sa che fare, e teme che se Sibari prende la parola si scoprirà anche la storia del suo travestimento in abiti maschili; ordina dunque che sia allontanato, ma tutti pretendono invece che resti e parli. Sibari confessa dunque ogni suo misfatto, ma prima che possa concludere il racconto, svelando per vendetta anche il travestimento di Semiramide, è lei stessa a ergersi sul trono e a rivelare al popolo la propria vera identità: ciò che ha fatto, l’ha compiuto per il bene dell’Assiria, togliendo lo scettro a un figlio imbelle che avrebbe mandato il regno in rovina; lei, al contrario, in pochi anni l’ha elevato al suo massimo splendore, ma se i suoi sudditi non sono disposti a riconoscere di aver avuto in Semiramide il migliore dei sovrani possibili, allora sarà lei stessa a deporre la corona (N. 13: Recitativo e Rondò di Semiramide). Riconfermata regina, Semiramide può riabbracciare fratello e amante, mentre invoca presso il vendicativo Ircano pietosa clemenza verso Sibari. Dal suo canto, Tamiri concederà a Mirteo la tanto sospirata mano. L’opera si conclude nel tripudio generale (N. 14: Finale secondo).

Marco Beghelli

Il libretti accessibili in linea a http://www.naxos.com/libretti/semiramide.htm


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