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Luca Segalla
Musica, December 2009

Dita d’acciaio e tocco incisivo, Gianluca Luisi dispone di un grande volume di suono e offre un fraseggio scolpito con gesti robusti sulla tastiera del suo Bösendorfer Imperial, pianoforte che rappresenta sempre una gioia per le orecchie. Sotto questo aspetto i lisztiani tre Grandi Studi da Paganini affrontati nel primo dei due CD pubblicati dalla Naxos sono un’interpretazione esemplare, anche in virtù della buona qualità tecnica della registrazione. Certo, Luisi non è un virtuoso-monstre come Hamelin o come il Carlo Grante di qualche anno fa, però i suoi Studi da Paganini temono pochi confronti.

Non si può dire lo stesso delle più fragili Soirées italiennes, che richiedono agli interpreti una leggerezza salottiera, una fantasia, una « souplesse » di fraseggio e di tocco estranee al pianismo di Luisi. Funzionano, tra le Soirées, quelle più spiccatamente virtuosistiche, come la Serenata del marinaio, il Brindisi e soprattutto la Zingarella spagnola, risolta tutta nel segno di una brillantezza scintillante anche se poco raffinata per quanto riguarda le sfumature timbriche e dinamiche. Lo stesso si può dire per i due pezzi da concerto su temi di Rossini composti nel 1824 da un Liszt poco più che dodicenne ai tempi del suo esordio a Parigi: qui la brillantezza non basta, quando non sia sorretta da un delicato lirismo, già percorso da fremiti romantici (soprattutto per l’Impromptu, dove Liszt riprende il Rossini de La donna del lago e non il Rossini del Barbiere!).

Altro è il discorso da fare per l’interessante CD cameristico dedicato alla figura del tedesco Ludwig Thuille (1861–1907), compositore, pianista e didatta amico di Richard Strauss, che rappresenta una bella scoperta discografica, anche se a dire il vero il Sestetto op. 6 per pianoforte e fiati ha sempre goduto di una certa notorietà. Questo Sestetto potrebbe essere ascritto tranquillamente alla penna di Brahms per la qualità dell’invenzione tematica in relazione al timbro dei singoli strumenti, sfruttati in tutte le loro peculiarità. Si veda come il corno trovi in ogni situazione un ruolo a lui perfettamente congeniale, fin dalle prime battute dell’Allegro moderato d’apertura. Anche il timbro del pianoforte si amalgama bene con quello dei fiati, senza dubbio in virtù dell’ottima qualità della scrittura di Thuille, ma anche grazie alle peculiarità timbriche del Bösendorfer Imperial. Lo stesso avviene nel Quintetto op. 20, dove è spesso il pianoforte a sostenere gli archi, in particolare nel commuovente Adagio assai sostenuto, anche se il Quartetto Gigli non ci sembra esibire la stessa compattezza sonora del Quintetto Chantily.

In veste di camerista Gianluca Luisi rivela un controllo, un’eleganza ed un’attenzione agli equilibri dell’insieme insospettabili per un virtuoso e che forse si devono alla sua costante pratica della musica di Bach. E la circospezione con cui tratteggia i sinistri cromatismi nel citato Adagio del Quintetto, cromatismi che sembrano venire dal Wagner del Tristan, dal Brahms dei Preludi-Corali per organo se non addirittura—in anticipo di quasi mezzo secolo!—dal Richard Strauss degli anni quaranta del Novecento, dà tutta la misura della sua sensibilità di interprete.



Andrea Bedetti
guide.supereva.it, September 2009

Un esponente della scuola di Monaco

Quando si pensa alla cosiddetta “scuola di Monaco”, il movimento musicale influenzato dall’opera di Franz Liszt, Richard Wagner e Joseph Gabriel Rheinberger, che operò tra la fine del XIX secolo e l’inizio di quello successivo, non può che venire in mente il nome di Richard Strauss.

Quando si pensa alla cosiddetta “scuola di Monaco”, il movimento musicale influenzato dall’opera di Franz Liszt, Richard Wagner e Joseph Gabriel Rheinberger, che operò tra la fine del XIX secolo e l’inizio di quello successivo, non può che venire in mente il nome di Richard Strauss, soprattutto lo Strauss dei poemi sinfonici, uno dei punti estremi del linguaggio sinfonico del tardoromanticismo. Ma coetaneo di Strauss e solidale nella visione musicale di quel movimento, anche se con dei doverosi distinguo, si deve ricordare tra gli altri anche il nome di Ludwig Thuille, nato a Bolzano nel 1861 e morto a Monaco nel 1907.

Thuille (che vediamo nella foto a fianco) ebbe un rapporto di amicizia con Strauss, soprattutto nel periodo giovanile, quando ebbero una fitta corrispondenza attraverso la quale se da una parte è possibile riconoscere una filiazione d’intenti nello sviluppare il linguaggio musicale germanico sul finire del secolo, dall’altra si può notare come Thuille avesse uno sguardo rivolto al futuro, rispetto alle posizioni maggiormente conservatrici di Strauss. Questa differenza di prospettive risulta ancora più chiara se si ascolta un disco appena pubblicato dall’etichetta discografica Naxos, che contiene due delle maggiori composizioni cameristiche di Thuille, il sestetto con pianoforte in si bemolle maggiore op. 6 e il quintetto in mi bemolle maggiore op. 20, eseguiti dal Quintetto Chantily e dal Quartetto Gigli, con la partecipazione del pianista Gianluca Luisi.

Già dal sestetto per pianoforte, flauto, oboe, clarinetto, corno e fagotto, composto nel 1888, si può ascrivere, infatti, nella visione musicale di Thuille, una ricerca che prende le mosse da Brahms, prima ancora che da Liszt e Wagner, considerata l’impostazione squisitamente classicistica della composizione. Ma, ancora più interessante è sicuramente il quintetto, che risale al 1901, in cui la temperie classica viene oltrepassata da venature più moderne, che mettono in rilievo l’inquietudine creativa di Thuille (soprattutto presenti nell’Adagio assai sostenuto e nel Finale Allegro risoluto), che fanno balenare al di là dei nomi finora riportati anche quello di un altro “erede” straussiano, il viennese Alexander von Zemlinsky (nella foto), ultimo rappresentante di un tardoromanticismo che, pur senza defluire apertamente nell’incipiente modernismo della scuola di Vienna iniziata da Schönberg, giunse a mettere in dubbio le sonorità della “Felix Austriae”, incrinate da una presenza sempre più ossessiva della dissonanza.

Di fronte a composizioni così “spurie” e sfuggenti a una precisa catalogazione, l’interpretazione dei due complessi cameristici e soprattutto quella del giovane pianista italiano Gianluca Luisi (che vediamo nella foto) è più che lodevole. Privilegiando un’esecuzione in cui le radici classicistiche si stemperano in passaggi dove le sonorità straussiane e wagneriane assumono un ruolo più marcato, gli interpreti permettono all’ascoltatore di cogliere quella fase di passaggio verso timbri più scuri, più introversi. Anche la registrazione vanta una buona profondità, con il pianoforte bene inserito negli altri strumenti, in modo da garantire un palcoscenico sonoro più che accettabile.






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2:21:15 PM, 21 August 2014
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