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Riccardo Risaliti
Musica, April 2011

Malgrado proceda un po’in disordine, mescolando opera originali e trascrizioni, lavori gipvanili e dell’ultimo period, pezzi scritti per concerto o tratti dai volume del Klavierübung, l’integrale dell’opere pianistica busoniana di Wolf Harden va lodata almeno per l’impegno e per la completeza cui aspira: già al momento è quanto di più vbasto si è fatto in discografia finora (Geoffrey Douglas Madge. Per la Philips, si era fermato al sesto CD). Questo disco apparentemente raffazzonato mette assieme opera di vari periodi (si va dal 1883 al 1923) che però sono in un modo o nell’altro compromesse col mondo dell’opera teatrale, sia perchè parafrasi (dale opera di Cornelius, di Goldmark e, nel caso della Sonatina sesta, di Bizet), sia perchè riferite, in seno a pezzi originali, a brani operistic: al proprio Arlecchino—citazione dell’arietta di COlombina—nella Sonatina terza « ad usum infantis », alla scena dei due armati dal Flauro magico di Mozart nell’ultimo Studio di tecnica polifonici nella versione ridotta di cinque brani. Breitkopf ne pubblicò un sesto (unpreludietto iniziale), ma nell’ultima versione del Klavierübung, nono volume, troviamo anche, al settimo poso, il famoso Studio per il terzo pedale dello Steinway.

Suonare un’integrale è sempre un’impressa: a parte la difficoltà di un autore quale Busoni, virtuoso ecelso e compositore visionario, è arduo restare sempre ad alto livello. Wolf Harden ci riesce per quanto riguarda la leggibilità del testo e la compresione—grosso modo—dello stile, ma resta al di sotto delle attese in fatto di sotto delle attese in fatto di virtuosismo e in fatto di visionarietà. Le due grandi parafrasi giovanili, specie quella sul Merlino di Goldmark, non vengon fuori da un’esecuzione technicamente ineccebilile e diligente come quella di Harden, ma priva di slancio e di varietà dinamica: non dobbiamo dimenticare che siamo ancora nel mondo di Liszt, quello delle sue parafrasi, che richiede ben altro. Ringraziamo comunque questo interpretet di avercele fatte connoscere. Sono autentiche rarità. E una rarità è anche la trascrizione della Marciafunebre wagneriana, dove la sonorità cupa e misteriosa evocate da Harden è più riuscita, ma dove la ritmica, a mio parere, va un po’ per I fatti suoi. Migliori, per certi aspetti, i lavori originali (Sonatina terza, Studi polifonici), ma un po’ per sua matura e sua scelta, un po’ a causa della registrazione troppo reale e presente, manca ad Harden quella magia timbrica tipica dell’ultimo BUspni, che dovrebbe essere la material stessa, il significato, diciamo l’emozione della « polifonia » busoniana: creare piani sonori di differenzaito perso timbrico e quindi emotive. Quel fantomatico, incredibile staccato con cui Busoni evoca—fedelmente dal testo originale—la celebre scena mozartiana del Flauto magico deve essere molto di più di uno Studio di polifonia! Non è più Mozart. È il pianismo visionario dell’ultimo Busoni.






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1:09:35 AM, 26 July 2014
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