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8.570178 - STAMITZ, C.: Oboe Quartets, Op. 8, Nos. 1, 3, 4 / HAYDN, M.: Divertimento in C Major (Baccini)
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Michael Haydn (1737–1806)
Divertimento in do maggiore, P. 115
Carl Stamitz (1745–1801)
Quartetti per Oboe, op. 8, Nos. 1, 3, 4

 

Verso la metà del XVIII secolo l’evoluzione dell’oboe e del corno inglese come strumenti musicali in se’ e i molteplici cambiamenti nella pratica esecutiva come nel costume, portarono all’affermazione di un nuovo genere compositivo: in esso la funzione degli strumenti impiegati era progredita fino al punto che adesso l’organico valorizzava maggiormente le possibilità timbriche e tecniche di ognuno di essi e ciò comportò la trasformazione del Trio o del Quartetto con Basso Continuo (tipica del periodo Barocco) in Trio, Quartetto o Quintetto con tutte le “voci” concertanti, analogamente al quartetto per antonomasia, il quartetto d’archi.

Il quartetto per oboe (o, talvolta, per corno inglese) e archi pare essere la formazione più apprezzata da compositori ed esecutori già dalla seconda metà del ‘700; qui l’oboe (o il corno inglese) e il violino—analogamente a primo e secondo violino nel quartetto d’archi—sono le due voci superiori, affiancate da una viola e da un violoncello che con questi concertano.

Sebbene tale formazione cameristica fosse ovviamente spesso utilizzata dai compositori con diverse varianti che affiancavano all’oboe o al corno inglese in ruolo solistico, altri strumenti nei ruoli di registro centrale (viola, violoncello) e grave (violoncello, contrabbasso), nella letteratura cameristica di questo periodo sono rari gli esempi di pezzi scritti per organici la cui ricercatezza timbrica e virtuosistica sia così straordinariamente raffinata come nel caso del Divertimento in Do maggiore per corno inglese, violino, violoncello e contrabbasso di Johann Michael Haydn, nel quale la scrittura, per ognuna delle quattro parti, risulta particolarmente impegnativa e idiomatica nel contempo.

La formazione a cui è dedicato questo Divertimento è decisamente originale e l’equilibrio di timbri e di registri fra gli strumenti è alquanto curioso: prevalgono il registro centrale e quello grave, visto che l’unica “voce soprano” è qui il violino; il corno inglese è situato, infatti, nel “registro di viola” e le voci “basso” diventano addirittura due: violoncello e contrabbasso.

Johann Michael Haydn (nato a Rorhau in Austria nel 1737 e morto a Salisburgo nel 1806), compositore e fratello del più noto Franz Joseph, negli anni fra il 1785 e il 1790 per le sue composizioni cameristiche predilesse decisamente gli ensemble misti con fiati e archi preferendoli, probabilmente, alle composizioni per quartetto d’archi.

Scritto nel 1790, il Divertimento in do maggiore fu composto da J. M. Haydn quando egli si trovava a Salisburgo alla corte del principe arcivescovo Hieronymus Colloredo (dove era subentrato a Wolfgang Amadeus Mozart).

La struttura di questo Divertimento è quella classica che alterna due tempi veloci (di cui un rondò finale) a uno lento. La scrittura è assai virtuosistica e, per quanto riguarda il corno inglese, essa è paragonabile, nel repertorio contemporaneo, al quartetto per oboe e archi di Mozart, nel quale molti sono i passaggi tecnici digitali e di estensione di elevata difficoltà strumentale.

Se Mozart , attorno a quegli anni, dedicò il suo Quartetto in fa maggiore k370 a Friedrich Ramm, suo amico e illustre oboista di quel periodo, si potrebbe con buona approssimazione presumere che il destinatario del Divertimento per corno inglese e archi di Haydn fosse uno dei più stimati e rinomati virtuosi, egli stesso compositore, grande conoscitore della famiglia di questo strumento, un artista, anch’egli, che aveva frequentato la corte salisburghese dell’Arcivescovo Colloredo presso cui lo stesso Haydn era Konzertmeister: il bergamasco Giuseppe Ferlendis.

Giuseppe Ferlendis, nato a Bergamo nel 1755, morì a Lisbona nel 1810. Nell’Aprile del 1777 si aggiunse all’orchestra di Salisburgo e là entrò in relazione con J. M. Haydn, con Leopold e Wolfgang Amadeus Mozart (fu proprio nell’estate di quell’anno che Mozart scrisse il concerto in do maggiore per oboe e orchestra che dedicò allo stesso Ferlendis). Considerato un virtuoso, superbo conoscitore del corno inglese, Ferlendis fu ritenuto da molti anche l’artefice di modifiche e perfezionamenti apportati nel corso degli anni a questo strumento e diversi compositori gli dedicarono soli e brani in cui si evidenziava la sua maestria.

Egli fu anche compositore, come si diceva, e di lui si conoscono due concerti per oboe e orchestra la cui scrittura solistica fa supporre una profonda conoscenza dello strumento e un gusto da interprete raffinato e sensibile. A testimonianza di ciò, basti pensare che, fino a qualche decennio fa, alcuni studiosi (tra cui George De Saint-Foix) avevano ipotizzato che il concerto in fa maggiore fosse stato opera di Wolfgang Amadeus Mozart e non di Giuseppe Ferlendis.

Un esempio di Quartetti per Oboe, Violino, Viola e Violoncello, cronologicamente antecedente ma qui citato secondo l’ordine dei brani del CD, è contenuto nell’Opera 8 di Karel Filip Stamic (o come nella grafia più comune, Carl Philip Stamitz). Egli, nato a Mannheim nel 1745 e morto a Jena nel 1801, figlio del grande sinfonista della Scuola di Mannheim, Jan Václav Antonín Stamic, aveva studiato il violino col padre (musicista e direttore dell’orchestra del Principe Elettore della stessa città). Molto presto divenne parte egli stesso di quell’orchestra celebre come sede di grandi esecuzioni sinfoniche e innovazioni musicali nella seconda metà del XVIII secolo. Karel, dopo esserne stato membro per circa otto anni, con l’incarico di Secondo Violino, e dopo aver sviluppato una brillantissima conoscenza del violino e della viola d’amore, nel 1770 partì per Parigi dove, oltre a essere nominato compositore di corte e direttore dell’orchestra del Duca di Noailles, si produsse anche insieme al fratello Antonín in molti apprezzatissimi concerti ai Concerts Spirituels in cui interpretava proprie composizioni. Fu là, a Parigi, che Stamic compose i quartetti dell’opera 8.

Sono questi, quartetti la cui scrittura virtuosistica, secondo varie fonti, non era concepita necessariamente per un organico ben definito (quasi più alla maniera arcaica, quando molte sonate erano intese “per ogni sorta d’istromenti”e spesso il flauto era intercambiabile col violino o con l’oboe). Così, non riusciamo, in questo caso, a individuare un probabile dedicatario ma tentiamo di immaginare quali oboisti avrebbero potuto esserne gli interpreti, molto probabilmente, a fianco di Karel e Antonín Stamic.

I due fratelli, entrambi violinisti e violisti, spesso si esibivano a Parigi ai Concerts Spirituels, come riportato dalle cronache, e la somma conoscenza della viola da parte di Karel è di certo direttamente connessa alla scrittura insolitamente impegnativa non solo delle parti più acute dei quartetti ma specialmente della stessa viola.

Ma, a fianco degli Stamic, quale oboista avrebbe potuto essere uno dei raffinati interpreti dei quartetti? Forse Gaetano Besozzi (oboista della conosciutissima famiglia di oboisti e fagottisti italiani), il quale si esibì per molti anni ai Concerts Spirituels a Parigi, più volte lodato dal Mercure de France? oppure Auguste Lebrun, straordinario virtuoso e compositore conosciuto in tutta Europa e cresciuto anch’egli alla Scuola dei Mannheimer nello stesso periodo in cui Stamic faceva parte dell’orchestra? Oppure Johann Christian Fischer, oboista tedesco, allievo di Alessandro Besozzi a Torino il quale fu in quegli anni uno dei più apprezzati artisti a tenere concerti nella capitale francese?

I Quartetti dell’op. 8, considerabili ancora “a cavallo” fra lo stile Barocco e il nuovo stile Classico, con le sue tipiche formazioni cameristiche e le sue ricerche timbriche, mostrano una struttura molto semplice, tripartita, non significativamente innovativa rispetto allo stile compositivo del periodo. In relazione a ciò, nella presente interpretazione, solamente alcune ripetizioni dei ritornelli sono state fiorite e variate secondo una “maniera” che ci riconduce a un linguaggio musicale consono alla prassi più antica, con diminuzioni e aggiunta di corone in presenza di cadenze sospese.

Chiara e Alessandro Baccini


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