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8.570929 - MARTUCCI, G.: Orchestral Music (Complete), Vol. 1 (Rome Symphony, La Vecchia) - Symphony No. 1 / Nocturne / Andante / Canzonetta / Giga
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Giuseppe Martucci (1856–1909): Integrale della musica per orchestra • 1
Sinfonia n. 1 • Notturno • Andante • Canzonetta • Giga

 

Quando, il 6 gennaio del 1856, Giuseppe Martucci nacque a Capua, vicino Napoli, in Italia imperversava il melodramma. Giuseppe Verdi aveva da poco sfornato la trilogia, e, da Milano a Palermo, in tutta la Penisola sembrava non esserci altra manifestazione musicale all’infuori dell’opera. Nel resto d’Europa la musica sinfonica aveva raggiunto vette vertiginose, e sulla scia dei compositori austro-tedeschi un po’ dappertutto erano fiorite scuole ‘nazionali’, che prendevano a modello il linguaggio sinfonico tardoromantico e lo arricchivano di elementi della tradizione locale. In Italia, invece, era opinione comune che il Genio italiano si manifestasse nella maniera più compiuta nella musica vocale. Questa era, ad esempio, l’opinione espressa da Verdi, ed era anche, in un certo senso, una forma di nazionalismo. La musica strumentale non era fortunatamente del tutto ignorata: anche se il pubblico andava all’opera, in alcune grandi città, tra cui Milano, Firenze e Roma, si svilupparono società ed istituzioni dedite all’insegnamento e alla diffusione di musica strumentale. Inoltre, ogni tanto si poteva verificare qualche ‘anomalia’ nel sistema. Per esempio, che uno dei massimi pianisti europei si stabilisse nella patria della vocalità per eccellenza. Successe a Napoli, dove nel 1866 si stabilì Sigismund Thalberg, un tempo rivale di Liszt. Attorno a Thalberg si raccolse un numero di pianisti che, di generazione in generazione, diedero vita alla cosiddetta ‘scuola napoletana’. Uno dei primi allievi napoletani di Thalberg fu Beniamino Cesi, che divenne ben presto insegnante presso il Conservatorio San Pietro a Maiella. Tra i suoi allievi il giovane Cesi ebbe l’ancor più giovane Martucci. Questi aveva ricevuto i primi rudimenti musicali dal padre Gaetano, trombettista e maestro di banda, e aveva cominciato ad esibirsi come pianista ancora bambino, suonando spesso anche a quattro mani con la sorella. Quando entrò in conservatorio aveva 12 anni. La sua carriera di pianista concertista fu precoce e ricca di soddisfazioni: ricevette i complimenti, tra gli altri, nientemeno che da Liszt e da Rubinstein. Studiando con Cesi, e poi girando per l’Europa come concertista, maturò definitivamente l’amore per il repertorio strumentale. A questo punto, con altri musicisti che condividevano le sue idee, tra i quali Giovanni Sgambati, Luigi Mancinelli e Franco Faccio, cominciò a fare opera di apostolato del repertorio sinfonico e cameristico, nel ruolo di direttore d’orchestra e di didatta: nel 1880 era diventato docente di pianoforte al Conservatorio di Napoli, e nel 1886, a soli trent’anni, succedette al Mancinelli come direttore del Liceo Musicale di Bologna. Qui Martucci raccolse l’eredità del Mancinelli, che si era dato da fare per sviluppare il gusto per la musica strumentale, favorendo ad esempio la Società del Quartetto, ma anche diffondendo la musica di Wagner, che strumentale non era, ma rappresentava l’avanguardia musicale europea. Martucci, continuando su questa linea, diresse la prima italiana del Tristano, nel 1888, proprio a Bologna. I legami con Napoli non furono però mai allentati, tant’è che, per l’accettazione del posto di direttore del Liceo bolognese, Martucci aveva posto la condizione di poter tornare a Napoli due volte l’anno per dirigervi dei concerti; e a Napoli tornò, infine, stavolta in veste di direttore del Conservatorio, nel 1902, rimanendovi fino ala morte, avvenuta pochi anni dopo, nel 1909. Nonostante fosse minato da problemi di salute, continuò fino all’ultimo a divulgare la musica dei compositori che amava. Tra le altre cose, da ricordare, le esecuzioni wagneriane da lui promosse al Teatro San Carlo di Napoli, dove furono rappresentate il Tristano nel 1907 ed il Crepuscolo degli dei l’anno seguente. Come direttore egli portò in giro per l’Italia, oltre a Wagner, molto Beethoven, Mozart, ma anche Schumann, Liszt, Brahms, Lalo, D’Indy. L’attività didattica e concertistica fu affiancata ben presto dalla composizione, orientata anch’essa al gusto sinfonico tardo-romantico. Passando attraverso la musica da camera, Martucci si impadronì progressivamente della tecnica sinfonica. Questi sforzi si tradussero in una produzione non copiosa (i brani di grande respiro si riducono sostanzialmente a due sinfonie e due concerti per pianoforte e orchestra), ma di enorme significato storico.

La Sinfonia in re minore Op. 75, la prima delle due che il compositore azzardò nella melomane Italia, fu eseguita il 28 novembre del 1895 alla Società del Quartetto di Milano, una delle istituzioni nate per promuovere e diffondere la musica strumentale in Italia di cui si è detto. Se si escludono i tentativi di Giovanni Sgambati, era la prima sinfonia composta da un italiano dopo Muzio Clementi, che all’inizio dell’Ottocento componeva sinfonie svincolate da legami operistici, in quel di Londra però. Non si può dunque sottolineare abbastanza il merito di un’opera del genere a livello culturale. Martucci aveva cominciato a mettere mano alla sua sinfonia sette anni prima, nel 1888. Come modello aveva eletto il linguaggio sinfonico tardoromantico, ed in particolare Brahms, che rappresentava la tradizione beethoveniana, e Wagner, che rappresentava la modernità. Reinserire l’Italia strumentale nel giro della musica europea significava infatti guardare a modelli contemporanei che fossero nel solco della tradizione beethoveniana, saltata a piè pari dal Romanticismo italiano, ma che fossero nel contempo moderni. L’afflato che si percepisce nella sinfonia è infatti brahmsiano, nell’eloquenza dei temi, nella cantabilità distesa e nell’orchestrazione possente e granitica. L’intensità dei cromatismi, la lunghezza estatica delle frasi è però reminescente anche dell’amato Wagner. Il peso maggiore nella sinfonia è affidato al primo e all’ultimo dei canonici quattro movimenti. Il primo movimento, in forma sonata, gioca sapientemente con la stringatezza del primo tema, incisivo e dal tono drammatico, e la lunga cantabilità del secondo tema. Siamo nel solco della tradizione: due principi opposti, elaborati con maestria, sfruttati e variati, e unificati in un tutto coerente sullo sfondo di una potenza drammatica degna del miglior sinfonismo mitteleuropeo. I due movimenti centrali sono isole di calma e di melodicità prima dell’esplosione dell’ultimo movimento, che è lungo ed articolato come i quarti movimenti delle sinfonie brahmsiane, alternando impetuosi scoppi di drammaticità che si riallacciano al primo movimento (si veda, ad esempio, nell’introduttivo Moderato, il richiamo dei flauti al primo tema del primo movimento) ad episodi di estatica bellezza. Nonostante Martucci si riallacci scopertamente alla tradizione musicale mitteleuropea, i risultati sono ragguardevoli: la Sinfonia in re minore è un’opera di assoluto valore. Curiosamente, eleggendo la musica sinfonica tardoromantica a loro modello, gli autori nazionali del resto d’Europa si uniformarono ad un linguaggio per così dire ‘sovranazionale’ volendo esprimere l’individualità nazionale; scegliendo il modello tardoromantico per sprovincializzare l’Italia, Martucci ed i suoi successori ottennero lo stesso effetto. Anche nel caso di Martucci l’italianità è un accento aggiunto ad un linguaggio internazionale; e in cosa poteva caratterizzarsi un compositore napoletano, se non per l’intenso lirismo delle melodie, qui inserite in un contesto sinfonico?

La cantabilità della musica di Martucci risalta in special modo nelle altre composizioni presenti nel CD, che rappresentano anche un ottimo esempio delle qualità di Martucci come creatore di suoni orchestrali. Tutte le pagine sinfoniche composte oltre le sinfonie ed i concerti sono, infatti, trascrizioni per orchestra da pagine pianistiche. In tutte risalta la vena melodica spontanea e comunicativa, più immediata nei pezzi brevi rispetto alle grandi forme. Si veda come il canto si dispieghi facilmente tanto nella breve Canzonetta, dove sono soprattutto i fiati a portare il canto in un contesto quasi ‘bucolico’, quanto nel più lungo Andante per violoncello, (che è la trascrizione del secondo dei Tre pezzi per pianoforte Op. 69). La Giga, un tempo piuttosto nota ed eseguita, è una piccola gemma e un omaggio alla tradizione delle sonate di Domenico Scarlatti (ancora più evidente nella versione originale per pianoforte), sia nella forma bipartita (con tanto di ritornelli) che nello spirito, pieno di grazia ma ricco di sorprese e modulazioni. Il Notturno è invece la composizione orchestrale più nota di Martucci, a causa del suo sentimentalismo di grande presa emotiva. Sentimentalismo non vuol dire banalità, ed infatti esso mostra da un lato le qualità cantanti della musica di Martucci, dall’altro il suo amore per Wagner, che qui traspare come forse in nessun’altra composizione.

 

Tommaso Manera


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