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8.570930 - MARTUCCI, G.: Orchestral Music (Complete), Vol. 2 (Rome Symphony, La Vecchia) - Symphony No. 2 / Theme and Variations / Tarantella / Gavotta
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Giuseppe Martucci (1856–1909): Integrale della musica per orchestra • 2
Sinfonia n. 2 • Tema e Variazioni • Gavotta • Tarantella

 

Martucci è, nel panorama musicale italiano di fine Ottocento, una figura di assoluto rilievo: in un’epoca in cui regnava il melodramma, egli diede un fondamentale impulso alla diffusione in Italia della musica sinfonica europea, in particolare tedesca, dirigendo opere di Beethoven, di Schumann, di Brahms, di Wagner, e favorendo nel contempo, come compositore, il ‘risveglio’ della musica strumentale italiana. La biografia di Martucci è scarna di episodi. Talento precocissimo, era nato a Capua nel 1856; dopo gli studi di pianoforte e composizione presso il Conservatorio di Napoli divenne in poco tempo un pianista apprezzato e tenuto in grande considerazione da figure del calibro di Rubinstein e Liszt. Il 1880 è una data fondamentale per la sua carriera di didatta; in quell’anno fu nominato insegnante di pianoforte presso il Conservatorio di Napoli; sei anni più tardi fu nominato direttore del Conservatorio di Bologna, per poi ritornare a Napoli dove ricoprì lo stesso ruolo dal 1902 fino al 1909, anno della sua morte.

La sensibilità musicale di Martucci era profondamente italiana, ma allo stesso tempo ricettiva agli impulsi della tradizione austro-tedesca. Tale combinazione di atteggiamenti emerge nelle sue opere orchestrali più ambiziose, le due Sinfonie, la prima scritta a Bologna nel 1895, l’altra a Napoli, una decina di anni più tardi. Entrambe le sinfonie nascono sul sostrato classico beethoveniano, impregnato dello spirito moderno, passionale e tragico, che ha in Brahms il suo maggiore esponente; ma dall’orizzonte di Martucci non è escluso colui che in Germania di Brahms era considerato l’antagonista, Wagner, e con lui Bruckner; gli accenti moderni dei grandi romantici sembrano vibrare con uguale simpatia nel compositore campano; e a questa risonanza intima si aggiunge la peculiarità, la sua voce di artista italiano, in un’epoca in cui per un compositore nato e cresciuto in terra italiana non sembrava esserci altro sbocco che il teatro d’opera.

La Prima Sinfonia è l’opera di un compositore che mostra un grande talento; la Seconda Sinfonia rivela una personalità più libera e indipendente: le promesse sono state mantenute, e la Seconda è il frutto maturo di un compositore che solo le circostanze storiche sfavorevoli hanno relegato al ruolo di ‘minore’. La Sinfonia Op. 81 si apre con un primo tema solare, che emerge nei legni dal mormorio indefinito degli archi; dopo la delicatezza iniziale, attraverso un rapido crescendo, il tema viene ripetuto con sonorità più piena dai vari gruppi strumentali fino a prorompere in tutta l’orchestra, dominata dagli squilli trionfali dei corni. Il secondo tema, più intimo e malinconico, appare nei clarinetti e si espande con calore nei violini e nei corni. La fusione dei due temi musicali fondamentali rappresenta forse la vetta di tutta l’opera sinfonica martucciana, il momento in cui la sensibilità sinfonica italiana si ridesta da quel periodo di stasi in cui nell’ultimo Ottocento si era ripiegata. I due temi fondamentali ricorrono ancora nelle altre sezioni del primo, sempre in nuovi aspetti e colori. Nella ripresa la melodia è avvolta dall’ondulare dei violini, e quando essa sembra spegnersi, è presentato nuovamente lo spunto iniziale che avvia il ritorno regolare del secondo tema sulla tonica. Nel complesso, la forma di questo primo tempo, Allegro moderato, è, rispetto a quello della Prima sinfonia, piuttosto semplice ed essenziale.

Il secondo movimento, lo Scherzo, si ricollega nel colore espressivo e negli incisi tematico-ornamentali agli episodi di elaborazione del primo movimento. La vena è scherzosa, e richiama quella degli Scherzi per pianoforte composti negli anni giovanili, in cui compaiono melodie alla napoletana evocanti il suono delle ciaramelle. Non manca anche in questo brano, in particolare nel Trio, una vena nostalgica. La ricchezza di ornamentazione è di una meravigliosa freschezza, superiore a quella dell’Allegretto della Prima sinfonia; ed è proprio tale ricchezza di sfumature a rendere il brano di grande difficoltà d’esecuzione, tanto che Toscanini, quando diresse l’ultima volta questa sinfonia a Milano, nel 1926, pare avesse fatto ripetere, alla prove dello Scherzo, un passaggio del clarinetto una settantina di volte.

L’Adagio è di espressione opposta al secondo movimento: l’intonazione è poetica e intensa come quella di altri brani lenti di Martucci in tonalità con bemolli (si pensi al famoso Notturno, o al Larghetto del Concerto per pianoforte Op.66). Vi è un legame tra questo tempo lento e gli altri della sinfonia, evidente soprattutto nella seconda frase, tutta incentrata sulla morbida linea del clarinetto che si collega alle parti ornamentali degli altri movimenti, in particolar modo del primo; da questi collegamenti trae giovamento la sinfonia come organismo unitario. Nella coda il fagotto evoca la parte più luminosa del primo tema mentre i violini evocano l’inizio del secondo.

L’ultimo tempo, Allegro, è una grande prova di maturità e di sapienza compositiva, sia per la nobile espressività dei temi che per il loro fittissimo sviluppo. Tutto il movimento è pervaso da un esuberante brio e vitalità. L’orchestrazione è varia, ora delicata ora sonora, ma sempre poetica. Tutte le qualità del miglior Martucci emergono in questa bellissima Seconda sinfonia; e c’è solo da rammaricarsi che ad essa non abbia fatto seguito una terza.

Il Tema con variazioni in mi bemolle maggiore fu composto per pianoforte nel maggio del 1882 a Napoli, e dedicato all’illustre compositore Giovanni Sgambati, altro fautore della rinascita strumentale italiana. L’opera non ci è arrivata in un’unica versione: l’idea originaria subì infatti orientamenti diversi che approdarono, attraverso la versione originale per pianoforte solo ed il tentativo incompleto della versione per pianoforte ed orchestra, alla stesura completa per due pianoforti. Il brano si compone di un tema—un corale in mi bemolle maggiore dal tono delicato e intimistico—otto variazioni ed un finale. Le otto variazioni che seguono il tema si basano sulla contrapposizione di diversi motivi ornamentali come nelle decorazioni degli arabeschi, distaccandosi dallo stile accademico. L’ispirazione fondamentale del brano è trasognata ed elegiaca, e culmina nell’ottava variazione, con una melodia che è diversa dal tema, ma poggia su una base che richiama le note del tema stesso intercalate da arpeggi, in una sorta di ‘digressione sentimentale’. Il brano è denso di dolcezza e varietà di armonie, che si manifestano in continue modulazioni, e in scorrevoli linee melodiche a guisa d’arpa. La terza variazione è intrisa di disegni cromatici discendenti che si posano sulle armonie fondamentali del tema. Anche la quinta variazione è profonda e sognante, nuova rispetto al tema ma congiunta ugualmente ad esso, come è nello spirito classico delle variazioni. Il brano originario per pianoforte ha due finali diversi, da scegliersi a piacimento; il primo è una fuga libera (sebbene non ne porti il titolo), il secondo un Allegro molto di carattere brillante eseguendo il quale—avverte l’autore—la VIII variazione va omessa, e la VI eseguita dopo la VII. Il gusto corrente privilegia la seconda forma; e lo stesso autore ha contribuito a creare questa preferenza, eliminando la fuga, nella trascrizione per due pianoforti, e adottando le varianti annesse. Nella versione per pianoforte ed orchestra, il brano è concluso dal Finale, Allegro molto, preceduto dalla ottava variazione ‘alla Chopin’.

Eccetto le due Sinfonie, i due concerti per pianoforte ed alcuni brani inediti, tutte le altre composizioni per orchestra sono trascrizioni da brani originali per pianoforte. Tra esse, vi è una che ha avuto grande fortuna, tanto da eclissare l’originale pianistico: quella del Notturno in sol bemolle. Al contrario, quella dell’Andante per violoncello, il secondo dei tre pezzi opera 69, è pressoché ignorata. Ben riuscite sono quelle del Momento musicale e Minuetto per archi soli, la Canzonetta e il Tempo di Gavotta. Quest’ultima è il secondo dei Quattro piccoli pezzi per orchestra (Canzonetta, Tempo di Gavotta, Giga, Notturno), trascrizioni di precedenti brani pianistici che vengono generalmente eseguiti separatamente; fu composta per pianoforte nel 1880 e trasposta intorno al 1900 per piccola orchestra. Il tono è aggraziato e a volte un po’ manierato, ma di piacevole ascolto.

La Tarantella op. 44 è forse la più interessante tra i brani pianistici per le difficoltà che impone al solista; fu composta nell’agosto nel 1880 a Napoli e trascritta dall’autore nel settembre 1908 per orchestra con il titolo di Danza-Tarantella. È un brano originale e caratteristico di impronta meridionale, in cui rivivono l’arte strumentale ed il colore locale attraverso un vortice di ritmi danzanti, con prevalenza di tinte vivaci alternate ad altre più dolci. Per il tono piacevole e originale ed il temperamento romantico tra il trasognato ed il giocoso, il lavoro di Martucci sembra rivaleggiare con le altre tarantelle, tutte brillanti ed espressive, composte da Chopin, Liszt, Rubistein. La forma è quella classica di un primo tempo di sonata, con due temi ben distinti e netta tripartizione (esposizione dei due temi in tonalità diverse, elaborazione breve ma densa, e ripresa con i due temi nella stessa tonalità di impianto, sol minore). Nella trasposizione orchestrale è conservato tutto lo spirito popolare italiano della versione pianistica: il brano si evidenzia per l’originalità dell’invenzione melodica e dell’orchestrazione, soprattutto nell’utilizzo degli strumenti a percussione (castagnette e tamburello), che richiamano i ritmi e le movenze della caratteristica ‘danza’ popolare.

Marta Marullo


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