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8.572065 - PAISIELLO, G.: Piano Concertos Nos. 1, 3 and 5 (Nicolosi, Campania Chamber Orchestra, Piovano)
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Giovanni Paisiello (1740–1816)
Concerti per pianoforte e orchestra No 1, 3 e 5

 

Di rara esecuzione e scarsamente documentati dalla storiografia, gli otto concerti per strumento a tastiera di Giovanni Paisiello offrono un interessante punto di osservazione sulla scrittura del compositore, nato nel 1740 in provincia di Taranto. Com’è noto Paisiello è considerato un brillante esponente della Grande Scuola Napoletana non solo per via del suo sodalizio, prima scolastico poi professionale, maturato con il capoluogo campano, un legame che si riflette nei tratti caratteristici del repertorio che lo rese straordinariamente celebre, quello composto per il teatro d’opera con la fecondità di chi può vantare quasi cento titoli in catalogo. Tuttavia i concerti per clavicembalo (o fortepiano, come si vedrà) possono raccontare molto della qualità musicale di Paisiello, a partire dal dono innato ch’egli possedeva nell’inventare melodie, seppur applicate a una trama musicale in questo caso prettamente strumentale. Composti nell’arco degli anni che lo videro in un primo momento soggiornare presso la corte di Caterina II di Russia, vale a dire dal 1786 al 1783, per poi tornare a Napoli al servizio di Ferdinando IV, sono accomunati da un linguaggio che declina con passo deciso l’impronta melodica della Scuola Napoletana, l’eredità della tradizione clavicembalistica più genericamente italiana e il ‘tratto’ limpido di un autore a cui ben si adatterebbe lo stupore poetico riassunto nella frase “incendiami di barocco”. Sono da considerarsi tipicamente paisielliane caratteristiche come l’equilibrata ottimizzazione dei mezzi espressivi in forme efficacemente concise (un connotato che pare abbia affinato al servizio di Caterina la Grande, la quale risulta fosse una sostenitrice della brevità), una certa imprevedibilità ravvisabile in improvvisi cambi di umore, che lasciano intravedere un linguaggio inaspettatamente avanzato e la spontaneità dell’ispirazione, capace di dare alla luce temi di immediata presa, facilmente memorizzabili. Dei tre concerti presentati in questa registrazione il primo in do maggiore, pur offrendo una scrittura chiaramente riferita al clavicembalo, appare il più ambizioso sia in termini di proporzioni (dura quasi il doppio degli altri) sia per alcuni di quei repentini gesti armonici cui si accennava poc’anzi, sintomatici di un carattere sorprendentemente umbratile, capace di rabbuiarsi per poi distendersi dopo poche battute, svelando un inclinazione velatamente preromantica, che sembra guardare da vicino il respiro di Mozart. Edito dalla Carisch nel 1959, unitamente al secondo in fa maggiore, il concerto in do beneficiò della revisione di uno specialista paisielliano come Adriano Lualdi, compositore cui nel secolo scorso si dovette anche la riscoperta dei concerti di Durante e di Pergolesi, le sinfonie di Cherubini e sempre di Paisiello alcune importanti opere composte per il teatro. Le cadenze invece, redatte con sobrio rispetto dello stile del tempo, furono composte dal pianista Mario Delli Ponti. La versione integrale presentata in questo cd si basa sulla copia manoscritta di Paisiello conservata nella Biblioteca del Real Conservatorio di Musica San Pietro a Majella di Napoli.

Scritto durante il soggiorno pietroburghese, tra il 1781 ed il 1783, il concerto era destinato all’esecuzione di una nobile dilettante, una dama d’onore dell’imperatrice Caterina II di Russia conosciuta come la Signora de Sinnavine: anche se scrisse ben dodici opere durante i sette anni di soggiorno in Russia, Paisiello investì molto del suo tempo alla stesura di musica per tastiera, adempiendo ai suoi obblighi di maestro di musica presso la corte di Caterina la Grande.

L’Allegro iniziale presenta una figurazione briosamente ritmica agli archi, da cui scaturisce un’introduzione orchestrale dal carattere schiettamente settecentesco, com’è nell’indole della tonalità serena per eccellenza, il do maggiore. L’ingresso dello strumento solista, che riprende con buona consuetudine il tema orchestrale scarnificato dalla dizione meccanica del basso albertino, pone ancora di più l’accento sul tono espressivo del movimento, a metà strada tra stile galante, riferimenti ai classici viennesi e retaggi barocchi, con il suo procedere per arpeggi, scale, accordi e ottave spezzate, ricorrendo alle progressioni ogniqualvolta appaia necessario emozionare l’ascoltatore. Un preludio al Larghetto in fa maggiore, corredato dall’indicazione iniziale sottovoce, dolce, con molta espressione, che porge all’orecchio una figurazione agli archi morbidamente cullante, sostenuta dalle note lunghe ai corni. Nel clima pastorale dipinto nelle ventisei battute introduttive, giocato sulle sfumature agresti dei legni in bell’evidenza e dai richiami di montagna soffiati nei corni, compare luminoso il tema cantabile dello strumento solista, dal carattere libero ed estemporaneo, di volta in volta arricchito da doppie note o incitato da un accompagnamento di terzine o sestine, trovando il suo climax nell’abitudine onnipresente delle progressioni. L’Allegro conclusivo scaturisce da un tema dal carattere tipicamente di Rondò, sorta di moto perpetuo giocoso e insistente, filastrocca infantile di cui difficilmente ci si può sbarazzare sin dal primo ascolto. Basato su due periodi binari ritornellati esposti dal pianoforte a solo in piano staccato e leggero, appena sostenuti da lievi accordi orchestrali, è seguito da un periodo esposto dall’orchestra inaspettatamente in forte marcato e deciso, che dà avvio alle schermaglie tra solo e tutti avvicendati in un contrasto tanto netto da presentare la secca alternanza del pianoforte senza orchestra e dell’orchestra senza pianoforte. Un duello da cui il solista emerge con schiacciante prevalenza, come d’altronde si può riscontrare sin troppo frequentemente in questi concerti.

Nel 1986 il pianista Pietro Spada fu artefice della prima edizione, realizzata con la Boccaccini & Spada Editori, dei restanti sei concerti paisielliani, curando anche la scrittura delle cadenze. Spada stesso ci informa nelle note allegate agli spartiti, che “nella Biblioteca del Tenbury College in Inghilterra, ricca di manoscritti ed edizioni settecentesche, si conserva una copia manoscritta di una serie di otto concerti”. Su questi il musicista si è dunque basato per il lavoro di recupero e trascrizione dei concerti di Paisiello. Composti tra il 1784 e il 1788, furono espressamente dedicati a una Principessa molto discussa per il suo stile di vita al limite del buon gusto, l’Infanta Maria Luisa di Parma, la quale sposando poi il futuro Carlo IV, sarebbe divenuta Regina di Spagna nel 1788. Malgrado la dedica, con ogni probabilità essi non furono pensati per essere eseguiti dalla Principessa, richiedendo infatti un’agilità digitale superiore alle capacità regali, pur nell’anatomica naturalezza di una scrittura semplice ed essenziale, che permette posizioni sempre comode sulla tastiera. Il Concerto III in la maggiore prende avvio da un Allegro indicato come forte ma al tempo stesso appare soave nella conduzione graziosamente ornamentata dell’introduzione orchestrale, che dopo trentuno battute lascia spazio a un’autentica invasione di campo da parte del solista, dispiegando una scrittura stilisticamente coerente al precedente concerto, infittita da un eloquio pianistico praticamente senza sosta. Particolare la chiusa del primo movimento, che sfocia direttamente nel successivo Largo, quasi a formare un tempo unico, ponendo così l’accento su un’altra peculiarità di Paisiello compositore di concerti, quella di destabilizzare l’ascolto attraverso improvvise irregolarità timbriche e formali. Il movimento centrale si presenta repentinamente diverso dal tempo precedente, appoggiato su figurazioni puntate e rapide scale che conferiscono un tono cerimoniale e solenne. Dopo il periodo introduttivo ad appannaggio dell’orchestra, scaturisce un’entrata pianistica molto mozartiana, che offre un disegno melodico affine al linguaggio espressivo del grande salisburghese, estremamente fluido, in splendente contrapposizione con la parte orchestrale, ritmicamente scandita. Chiude il movimento una ripresa dell’introduzione, andando a comporre una struttura molto semplice (periodo A di otto battute dell’orchestra, periodo B di otto battute del solista, frase A’ di quattro battute orchestrale), con la particolarità di un’alternanza senza compromessi tra il solo e il tutti: non una singola nota di pianoforte risuona nelle sezioni orchestrali, non un accordo di appoggio si staglia sullo sfondo del disegno solistico. Originale anche la chiusura del concerto, un Minuetto (Allegretto) dall’andamento danzante e regale, finemente arricchito dagli accenti dei corni. Dalla struttura limpida nel suo alternare due periodi ritornellati a carico dell’orchestra agli interventi del solista, si presenta anche in questo caso sin troppo in ossequio alla concatenazione alternante dei ruoli e degli episodi, dando vita a una chiusura di concerto senza alcun enfasi demagogica, rivendicando soltanto la sua nobile sobrietà. Per questo concerto, come per il successivo, le cadenze sono state curate personalmente da Francesco Nicolosi.

Il quinto concerto in re maggiore si apre con un Allegro moderato che presenta una scansione dei ruoli tra le parti meno rigida, fluidificata dai tratti cadenzali del solista, anche se è da osservare la costante carenza di una reale compenetrazione del materiale musicale pianistico con quello orchestrale. Il Largoin re minore, felicemente consequenziale, lascia fiorire un tema di bachiana memoria finalmente calibrato dai timbri seppur tenui dell’orchestra, confermando la sincera ispirazione melodica di Paisiello, che brilla specialmente nei movimenti lenti. La corona posta sull’ultimo quarto della battuta conclusiva del brano prelude al repentino attacco del movimento successivo, un Allegro in forte: è il movimento conclusivo orchestrato in maniera più convincente ed anche il più equilibrato da un punto di vista formale tra i finali di questi tre concerti, caratterizzato da un garbato, paisielliano virtuosismo.


Laura Valente


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