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8.572922 - BUSONI, F.: Clarinet Concertino / Divertimento / Rondo arlecchinesco / Tanzwalzer (Rome Symphony, La Vecchia)
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Ferruccio Busoni (1866–1924)
Eine Lustspielouvertüre • Canto della ronda degli spiriti • Concertino per clarinetto e orchestra • Divertimento per flauto e orchestra • Tanzwalzer • Rondò arlecchinesco

 

A quasi novant’anni dalla morte Ferruccio Busoni è ancora oggetto di controversie critiche. Troppo ampio, secondo molti musicologi, il divario tra l’estetica rivoluzionaria del compositore e la sua realizzazione pratica. La necessità di ampliare il linguaggio, il superamento del sistema tonale, il distacco dal tematismo, tutte cose propugnate nei vari saggi di estetica che ebbero una enorme influenza nello sviluppo delle idee delle avanguardie del Novecento, si traducono nelle sue composizioni in lavori che non rompono mai completamente con il passato; ma forse a chi rimprovera Busoni di ‘scarsa modernità’ è sfuggito che cardine del suo pensiero è l’idea di dialettica con la storia, necessaria al raggiungimento di una ‘nuova classicità’. In un saggio del 1920 così spiegò il compositore: «per ‘nuova classicità’ intendo il dominio, il vaglio e lo sfruttamento di tutte le conquiste di esperienze precedenti: il racchiuderle in forme solide e belle».

Le composizioni comprese in queste registrazioni mostrano bene le varie sfaccettature che assume l’opera busoniana in rapporto alle epoche precedenti, a cominciare da quella Lustspielouverture op. 38, scritta tutta d’un fiato la notte dell’11 luglio 1897, che è il frutto di una improrogabile ispirazione ‘divinamente mozartiana’. Non per nulla essa fu pubblicata nel 1904 insieme ad una rielaborazione della mozartiana Ouverture dal Ratto dal Serraglio. Per l’occasione il compositore effettuò, come suo solito, delle revisioni. L’organico è classico, classica l’armonia, equilibrata la forma. Lo spirito è quello dell’opera buffa italiana, e la febbrile attività richiama infallibilmente le ouvertures mozartiane, nell’uso degli archi, dei ribattuti, delle ripetizioni, nell’uso dei fiati che sottolineano le frasi degli archi in alcuni punti; ma anche i temi sono di stampo settecentesco, e da opera buffa sono gli incisi ritmici. Busoni però non fa solo il verso al Settecento: l’Ouverture è piena di deviazioni dalla classicità, quando l’ordito si increspa e si insinuano fosche armonie, quando, verso la metà, protagonista di un fugato diventa un tema ricco di cromatismi, o quando clarinetti e fagotti sembrano mimare un accompagnamento di marcia, nel registro grave, mentre sopra crepitano brandelli di frase. Dopo ognuno di questi episodi torna però la luce; e ci sembra una lezione di storia, questo voler illuminare di classico il linguaggio sinfonico moderno.

Le ‘conquiste di esperienze precedenti’ non riguardano solo la cultura occidentale: quando, nel 1915, mise mano al Gesang vom Reigen der Geister (Canto della ronda degli spiriti), Busoni era interessato a scale e materiali degli indiani d’America, che la sua ex-allieva Natalie Curtis aveva raccolto e studiato. Da motivi dei pellerossa d’America nacquero i 4 studi dell’Indianische Tagebuch, libro I, la Fantasia indiana per pianoforte e orchestra, e la quarta delle sei Elegie per orchestra, il Gesang vom Reigen der Geister, uno studio per piccola orchestra d’archi, sei strumenti a fiato e timpani, a cui Busoni si riferiva anche con il termine ‘preludio corale’; il compositore utilizza una canzone Pawnee che si riferisce al massacro di Wounded Knee del 1890, dove furono fucilati dall’esercito degli Stati Uniti circa trecento indiani. Lo studio di melodie indiane rispondeva all’ideale di allargare i mezzi espressivi, dall’altro confermava che nella musica ci sono delle leggi universali; e possiamo immaginare, quando comincia questa piccola opera di grande fascino, che nelle scale strane percorse avanti e indietro dagli archi nel misterioso incipit Busoni stia cercando delle alternative alle scale tradizionali integrando nelle scale occidentali elementi ad esse estranei. Misterioso e sfuggente è tutto il brano, tranne in un punto, che sembra indicare qualcosa di molto preciso: i prolungati colpi di timpano che interrompono il flusso continuo della musica nell’ultima parte sembrano infatti rimandare ad una serie di spari, all’avvenuto massacro.

Tanto è ombroso il Gesang vom Reigen, tanto pieno di arguzia e di ironia è il coevo Rondò arlecchinesco; ‘la la la’, canta beffardo un tenore verso la conclusione. E La, la nota, è l’iniziale di Arlecchino: infatti nei paesi tedeschi, dove le note si chiamano con le lettere dell’alfabeto, La è A; e in La maggiore e minore è questo delizioso poema sinfonico in miniatura, scritto utilizzando materiale del ‘capriccio teatrale’ Arlecchino ovvero le finestre, al quale Busoni stava lavorando già da un anno. Non era infrequente, per Busoni, lavorare contemporaneamente a diversi lavori che si ispirano alla stessa idea poetica; l’aveva già fatto, l’abbiamo visto, con le melodie indiane. Il Rondò arlecchinesco è una specie di schizzo preparatorio per il pezzo teatrale. Fu lo stesso Busoni a spiegare, nel programma della prima esecuzione, avvenuta a Roma il 5 marzo 1916, il significato del motto presente nella partitura, ‘in veste di toppe variopinte / un corpo guizzante / uno spirito capriccioso e saggio’: le toppe rappresentano la ‘forma sciolta, per giustapposizioni’, il corpo guizzante riguarda il tempo ed il ritmo, e lo spirito capriccioso e saggio ‘il contenuto, nella misura in cui il capriccio e la saggezza del compositore lo permettono’. Busoni spiega anche una sequenza di quadri che nella sua fantasia accompagna la composizione: il ritratto di Arlecchino, di profilo e di faccia (la fanfara iniziale, che ritroviamo anche nell’opera prima del monologo del protagonista, rappresenta Arlecchino che afferma i suoi princìpi), lo stato contemplativo e quello amoroso (che spiega la deliziosa serenata), la fuga con la quale il protagonista si salva dalla rissa, e la distanza di sicurezza da cui Arlecchino ‘fa ascoltare la sua voce a superiore derisione del mondo’.

Gli ultimi anni Busoni li passò concentrato su quello pensava sarebbe stato il suo capolavoro, l’opera Doktor Faust, che rimase incompiuta. Tutto quello che scrisse in quegli anni nacque come schizzo preparatorio o come diversivo, talora per utilizzare materiale che non poteva confluire nell’opera. Il Concertino per clarinetto e piccola orchestra e il Divertimento per flauto e orchestra nacquero nel giro di due anni; il primo ad essere composto fu il Concertino, scritto nel marzo e aprile del 1918 a Zurigo per Edmondo Allegra, il primo clarinetto dell’orchestra Tonhalle. Leggero e amabile, è entrato da subito nel repertorio dei clarinettisti. Nonostante la brevità è articolato in quattro sezioni: all’inizio c’è un Allegretto sostenuto con diversi temi che si susseguono, ma quando sembra tornare il primo tema segue un Andantino dall’andamento di siciliana che utilizza il materiale scartato per un lied che gli serviva da preparazione per il Faust; alla fine un recitativo riporta al tempo del primo movimento; conclude un brevissimo e pomposo Minuetto, che del minuetto ha il metro ma non le movenze. Il Divertimento per flauto e orchestra fu completato il 24 maggio del 1920. Busoni lo considerava un pendant del Concertino. A dispetto della brevità del pezzo, l’introduzione è decisamente imponente, con gli oboi ed i clarinetti in evidenza. L’entrata del solista è geniale: la prima tromba suona una fanfara, echeggiata dalla seconda tromba con la sordina, e il flauto entra con la stessa fanfara come se proseguisse ammorbidendo ulteriormente il suono; dopo aver esposto una variazione del motivo introduttivo si lancia in ardite evoluzioni. C’è poi un secondo tema più calmo e meditativo, come nella forma sonata. Segue un Andante sostenuto, trascrizione dell’Elegia per clarinetto; il flauto canta sui pizzicati degli archi, e alla fine riecheggia il primo Allegro, come introduzione al terzo movimento. Dietro la veste di classicità si celano armonie vaganti che spingono il linguaggio ai limiti della tonalità. Su tutti si ascolti verso la metà dell’Allegro finale una progressione tipicamente barocca nella linea del solista, ma con le armonie totalmente distorte.

Anche l’ultima composizione orchestrale di Busoni, il Tanzwalzer op. 53, completato il 2 ottobre del 1920, nasce come satellite del Doktor Faust; più precisamente si tratta di uno studio: infatti la musica, rimaneggiata, fu usata nell’opera, nell’episodio della pantomima. Lo stimolo a comporre, dichiarò il compositore, gli venne durante una passeggiata in cui sentì un’orchestrina che suonava dei valzer in un caffè. Tornato a casa, abbozzò il lavoro in un paio di giorni. Dal punto di vista formale, dopo un’introduzione tutta in sordina di tredici battute, si scatena il valzer, poi ne seguono altri quattro, variati, come nei valzer di Strauss, e conclude una coda; e nel vorticoso ritmo di danza capiamo che anche la musica ballabile, quando è scritta bene, ha dignità d’arte. Ravel aveva decretato, con La valse, la morte del valzer viennese; forse però quello di Busoni è un altro colpo di coda.

Nato ad Empoli nel 1866, Ferruccio Busoni, figlio di una pianista tedesca e di un clarinettista empolese, fu precocissimo, debuttando come pianista a sette anni, e componendo sin da bambino. Visse quasi sempre all’estero, da Vienna, passando per Lipsia, ad Helsinki, ma, dal 1894, risiedette soprattutto a Berlino. Durante la prima guerra mondiale si trasferì a Zurigo, per rientrare a Berlino nel 1920, con la Germania che si trovava in una situazione economica disastrosa. Morì nel 1924 lasciando la sua ultima opera incompiuta. Insegnante, pianista tra i maggiori della sua generazione, oltre che compositore, fu anche musicologo, e scrisse testi di enorme influenza, come Die Junge Klassizität (Il nuovo classicismo), e il Saggio su una nuova estetica musicale. Tra le sue maggiori composizioni, eclettiche e sperimentali, figurano il Concerto per pianoforte e orchestra op 39 (Naxos 8.572413), con coro finale, la Fantasia contrappuntistica, la Fantasia indiana, le opere Die Brautwahl (La sposa sorteggiata), Turandot, Arlecchino ovvero le finestre, oltre all’incompiuta Doktor Faust.


Tommaso Manera


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