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8.573005 - CASELLA, A.: Donna serpente Suites (La) / Introduzione, aria e toccata / Partita (Sun Hee You, Rome Symphony, La Vecchia)
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Alfredo Casella (1883–1947)
Introduzione, aria e toccata • Partita • La donna serpente: frammenti sinfonici

 

«Scopo di tutta la mia vita di creatore fu quello di raggiungere e affermare uno stile moderno nostro, cioè ad un tempo strettamente italiano ma anche di valore internazionale»; con queste parole Alfredo Casella spiegava nel 1928 il suo lungo vagare nei meandri dei linguaggi delle avanguardie, alla ricerca di un modo di esprimersi che fosse interamente suo. A mostrare una raggiunta padronanza tecnica, ed uno stile basato sul «senso del rilievo nelle masse, nelle sagome, nel chiaroscuro, sulla predilezione per certi violenti contrasti plastici…» è la sua produzione dagli anni Venti in poi. Al maturare di uno stile personale contribuì senza dubbio il volgersi alla musica antica, che Casella rilegge alla luce delle conquiste della musica moderna, come mostra la Partita per pianoforte e orchestra, composta negli anni 1924–25 subito dopo il completamento della commedia coreografica La giara, che il compositore stesso considerava uno spartiacque nella sua produzione. In tre movimenti (Sinfonia, Passacaglia, Burlesca), la Partita è una delle composizioni più solide e coerenti di Casella: le forme sono ampie ed equilibrate, c’è contrappunto, c’è il concertare, nei dialoghi intensi tra gli strumenti, e c’è la plasticità dei frammenti tematici, meno burleschi del solito e spesso addirittura seriosi. L’iniziale Sinfonia è trattata quasi come un movimento di concerto: il pianoforte, che in tutta l’introduzione suona insieme ai timpani solo una nota, ossessivamente ribattuta, si contrappone poi nei suoi interventi, con il suo stile toccatistico, alle linee dell’orchestra. Nella Passacaglia centrale i soli violoncelli e contrabbassi espongono un semplicissimo (benché asimmetrico) basso, da cui nascono dodici variazioni con una coda, tutte stilisticamente differenti: nella concentrata esplorazione di stili Casella trova il tempo di inserire, tra le altre cose, una marcia, una ‘quasi Musette’, ed una siciliana. Nella conclusiva Burlesca l’ispirazione è palesemente rossiniana: il ritmo serrato fa da base alla concitazione che permea il movimento, la melodia iniziale diventa una tarantella, che poi si spezza in una specie di fugato, poi si ricomincia con la baraonda, quasi come si trattasse d’una scena da opera buffa.

Caratteristiche simili a quelle osservate nella Partita sono presenti anche nell’Introduzione, aria e toccata che Casella scisse nel 1933, dedicandola a Leopold Stokowsky ed alla Philadelphia Symphony Orchestra. L’orchestra è allargata, comprendendo anche clarinetto piccolo, clarinetto basso, tuba bassa, xilofono, pianoforte ed organo, ma la sonorità è asciutta; si noti come, ad esempio, il pianoforte si limiti quasi sempre a sottolineare certe atmosfere espressive, senza inutili virtuosismi. L’Introduzione è costituita da due grandi blocchi che si alternano: un Largo e solenne, dove i legni sono protagonisti dell’intrecciarsi di linee melodiche di stampo neoclassico su un pedale ostinato; e un Allegro vivace caratterizzato da note staccate e ripetute e da un tema principale che ha una forte spinta ritmica; il movimento si calma con il ritorno, alla fine, del Largo, che si lega alla breve Aria. Lunghi pedali contribuiscono a rendere estatico questo movimento. La Toccata, che è una rielaborazione della Toccata dal Concerto romano che Casella aveva composto nel 1926, è una splendida interpretazione della forma settecentesca, con tutte le caratteristiche di essa: brillantezza, note ribattute e staccate, virtuosismo; ma il contesto armonico è ormai slegato dai rapporti armonici tradizionali. Il pianoforte gioca in questo movimento un importante ruolo, svolgendo un compito a volte concertante, a volte quasi solistico.

Non furono solo le antiche forme della musica strumentale ad essere rilette da Casella. All’esuberanza dell’opera pre-romantica egli volse lo sguardo quando, tra il 1928 ed il 1931, mise mano all’opera La donna serpente. Antiverista e antisentimentale, in nome di una modernità e di una oggettività musicale scevra da qualunque vena di romanticismo, egli diede il suo contributo all’opera italiana del Novecento con un capolavoro di arguzia; già nel 1918 aveva pensato di musicare la fiaba teatrale di Carlo Gozzi, ma aveva pensato ad un balletto con dei cori. Quando vi tornò su, dieci anni dopo, si rese conto che il soggetto si prestava ad essere trattato con uno «stile grandioso, fantastico, fatto di eroismo barocco, di passioni drammatiche, di tragicità, di comico buffonesco e popolaresco, di vicende varie infine e tutte dinamiche». Sono i caratteri dello stile eclettico di Casella, che prese forma in un’opera-fiaba in un prologo, tre atti e sette quadri. Cesare Vico Ludovici ricavò il libretto, seguendo il corso tortuosissimo e impregnato di fantastico della favola di Gozzi: l’intricatissima trama ruota intorno alla storia d’amore tra la regina di Eldorado, Miranda, ed il re di Teflis, Altidor, ma ci sono le maschere della commedia dell’arte, compaiono mostri, fate e maghi, gnomi e sacerdoti; ci sono colpi di scena in continuazione, a un terremoto si succede una guerra, poi una carestia, e l’ambientazione passa con disinvoltura dalle rupi del Caucaso alla città di Teplis. Spettacoli del genere deliziavano le feste di corte nel Seicento, per Casella tutto questo è puro divertimento. Dalla nascita dell’opera i compositori si sono divisi tra due poli opposti, quello per cui la musica è ‘serva dell’oratione’, per dirla con le parole di Claudio Monteverdi, e quello in cui viceversa il dramma è una funzione della musica. Casella usa la trama di Gozzi per regalarci una tavolozza di musiche di tutti i tipi; ed è la musica la protagonista, tanto che gli episodi solamente strumentali sono numerosissimi: marce, ninne nanne, minuetti. Sono così numerosi che il compositore stesso decise di estrarne alcuni, adattandoli per essere eseguibili al di fuori della scena, e ricavandone due suites sinfoniche, che funzionano egregiamente anche senza sapere nulla dell’opera. Entrambe sono tripartite, con due movimenti mossi interrotti da uno più breve lento. La prima contiene la dolcissima Berceuse del sogno di Re Altidor, dall’Atto I, dove l’oboe è protagonista, mentre gli archi sussurrano con la sordina; un brevissimo Interludio, con trombe e tromboni da lontano sullo sfondo degli archi che suonano sul ponticello, conduce all’estesa Marcia guerriera del II atto, che nasce dal registro grave, e cresce implacabile, con tutti i fiati in grande risalto; ogni volta che la musica sembra giungere al culmine si spezza all’improvviso e riparte dal basso, sempre più frenetica. Nella seconda serie Casella estrae dall’opera la Sinfonia dall’Atto I, una marcia pomposa e scherzosa allo stesso tempo; il nostalgico Preludio dall’Atto III, che è il momento più intimo della Suite, calma gli animi prima dell’ultima parte, la Battaglia e Finale, ancora dall’Atto III, che ha nuovamente movenze di marcia, con i fiati (in particolare gli ottoni) e le percussioni in grande rilievo.


Tommaso Manera


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