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8.573006 - GHEDINI, G.F.: Architetture / Contrappunti / Marinaresca e baccanale (Rome Symphony, La Vecchia)
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Giorgio Federico Ghedini (1892–1965)
Architetture • Contrappunti • Marinaresca e baccanale

 

Giorgio Federico Ghedini, nato nel 1892, era un compositore dalla tecnica solidissima e dalla padronanza del contrappunto e della forma non comuni; a ciò si aggiunga che egli suonava diversi strumenti. Eppure la conquista di una cifra stilistica inconfondibile fu per lui lunga e faticosa: nonostante componesse incessantemente, gli ci vollero diversi decenni per maturare un suo personale stile, nel quale egli fuse elementi stilistici e formali della musica antica, che adorava e alla quale rimase legato tutta la vita, con le novità linguistiche del Novecento.

Già solidamente costruito è il dittico Marinaresca e baccanale, in cui Ghedini ha cercato di rendere musicalmente, per utilizzare le sue stesse parole, «una trasformazione idealizzata di un quadro, di un susseguirsi di stati d’animo suggeriti da un’immagine base». La composizione, scritta nel 1933, fu dedicata a Victor de Sabata, che ne diresse la prima esecuzione tre anni dopo. L’immagine della Marinaresca è quella dei lavoratori forzati incatenati in una galera, che solcano il mare attraversando una tempesta; ed il mare è protagonista, evocato dall’andamento di barcarola, dalle ondate di suono, che salgono dagli archi e si ispessiscono in tempesta, che si placa sì, ma lascia ai carcerati il senso della loro ineluttabile prigionia; il mare della Marinaresca sfocia senza interruzione nel Baccanale, ispirato ad un frammento di Pindaro, dove l’immagine è quella orgiastica delle baccanti; le ripetizioni, il rincorrersi delle voci, il discorso frammentato, spesso interrotto bruscamente come l’andamento di un ubriaco, mimano lo scatenarsi del rito baccanale. Ci sono momenti di intensa suggestione in Marinaresca e baccanale, anche se manca ancora, nel disegno complessivo, una ispirazione costante. Perfetto come il meccanismo di un orologio è invece Architetture, brano composto alla soglia dei cinquant’anni, nel 1940, e da molti considerato l’esito più alto dell’intenso lavoro di limatura che Ghedini portò avanti negli anni conquistandosi un suo posto nel novero dei grandi del Novecento. Sette pannelli (le ‘architetture’ del titolo) legati da una ferrea logica, nuclei tematici essenziali ed impasti timbrici sempre differenti; la costante ricerca di una bellezza che vada al di là del tempo, nella quale c’è spazio per passaggi anche molto aspri, quali raramente si erano uditi fi no a quel momento dal compositore: queste sono le caratteristiche più evidenti di Architetture; ciascuno dei sette pannelli è basato su un gesto sonoro breve ed incisivo, e—a confermare il sottotitolo della composizione ‘concerto per orchestra’—in ciascuno di essi Ghedini cambia il modo di concertare: al pianoforte e timpani che dialogano con gli archi nella prima architettura subentrano i legni nella seconda, gli ottoni sono protagonisti nella quarta e nella sesta, dopo che gli archi erano rimasti soli nella terza architettura; i legni tornano protagonisti, stavolta in dialogo col pianoforte, nella quinta; chiara è l’alternanza degli strumenti, utilizzati a gruppi, fi no a che non sono utilizzati tutti (tranne il pianoforte) nella settima e conclusiva architettura, che riprende l’inciso tematico della prima, a chiudere un ideale cerchio. L’idea del concertare ghediniano è di chiara matrice barocca: il concerto grosso mette a confronto piccoli gruppi di solisti con l’orchestra. E’ il principio che ritroviamo, ancora più essenziale, in Contrappunti, una delle ultime composizioni di Ghedini, scritta nel 1961–62. In essa sono un violino, una viola ed un violoncello a ‘fare gruppo’ contro una nutrita orchestra; il linguaggio è diventato essenziale e depurato, tutti i modi in cui i solisti possono fare sezione a sé esplorati: dal corale iniziale, al subentrare l’uno all’altro per portare una scala sempre più in alto, al cantare di uno sull’accompagnamento degli altri due. Il titolo Contrappunti maschera in realtà la struttura di un concerto grosso: la composizione è divisa nei canonici tre movimenti, che si susseguono senza soluzione di continuità. La prima parte, Molto moderato e marcato, è completamente pervasa dal tema di corale iniziale, lirico e cromatico allo stesso tempo, protagonista di addensamenti continui e da una rarefazione fi nale in un’atmosfera dilatata ed oscura. Il secondo movimento, Andante, riprende dal gesto misterioso con cui si era chiusa la prima; il linguaggio resta rarefatto e si fa ancora più cromatico (si noti ad esempio l’uso delle scale, che nella prima parte erano totalmente ancorate al linguaggio tonale); al confronto il drammatico terzo movimento, Allegro vivo, spicca per chiarezza e plasticità; non c’è riposo, e anche i rari momenti giocosi sono sopraffatti dall’intensa attività contrappuntistica, che si placa solo nelle battute fi nali, quando solisti e orchestra ‘marciano’ in canone, poi alternandosi, ed infi ne all’unisono su una sola nota ripetuta.

Nato a Cuneo nel 1892, Ghedini è uno dei più prolifi ci compositori del Novecento. Formatosi al conservatorio di Torino (dove studiò, pianoforte, organo e violoncello) e poi a Bologna (dove studiò composizione), coltivò per tutta la vita la passione per la musica antica, soprattutto rinascimentale e barocca. Totalmente dedito alla composizione ed all’insegnamento, con una parentesi da direttore d’orchestra, svolse la sua attività nei conservatori di Parma, Torino e Milano. Morì a Nervi nel 1965. La sua enorme produzione comprende musica strumentale, teatrale, musica sacra, trascrizioni e rielaborazioni di musiche antiche, e anche musiche da fi lm. Agli anni Quaranta risalgono le composizioni unanimemente ritenute i suoi capolavori: Architetture (1939–40), il Concerto dell’albatro (1945) ed il Concerto funebre per Duccio Galimberti (1948).


Tommaso Manera


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