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8.573072 - CATALANI, A.: Ero e Leandro / Contemplazione / Il Mattino (Rome Symphony, La Vecchia)
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Alfredo Catalani (1854–1893)
Ero e Leandro • Scherzo • Andantino • Contemplazione • Il Mattino ‘Sinfonia romantica’

 

Luogo di sperimentazione nella seconda metà dell’Ottocento furono i lavori sinfonici di Alfredo Catalani, di cui oggi è conosciuta e apprezzata soprattutto La Wally. Cresciuto in una famiglia di musicisti e avviato allo studio della musica prima dal padre e poi dallo zio compositore e pianista, Catalani frequentò l’Istituto Musicale Pacini della città natale e successivamente si trasferì a Parigi, dove frequentò le classi di composizione e di pianoforte di François Bazin e di Antoine François Marmontel. Rientrato in Italia nel 1873, continuò lo studio con Antonio Bazzini e Carlo Andreoli al Conservatorio di Milano, dove presentò l’opera in un atto La Falce. Tra il 1872 e il 1874 compose tre fughe e un quartetto in quattro tempi per archi con il quale partecipò a un concorso indetto dalla Società del Quartetto. Al 1874 risale anche la stesura delle due sinfonie per orchestra, la prima ‘romantica’ in si maggiore intitolata Il Mattino, la seconda ‘descrittiva’ in do minore dal titolo La Notte.

A Milano si svolse tutta la sua attività di compositore e di docente—dal 1880 subentrò al Ponchielli nella cattedra di composizione al Conservatorio—nella città lombarda entrò in contatto con l’ambiente della Scapigliatura, in particolare con Franco Faccio, Emilio Praga e Arrigo Boito, da cui trasse alcune idee di rinnovamento, e prese anche parte al salotto della contessa Maffei, dove conobbe Giovannina Lucca Strazza, editrice che in quegli anni era di sostegno alle nuove tendenze musicali.

La formazione del compositore toscano fu di impronta prevalentemente melodrammatica; i suoi maestri ideali furono Verdi e Ponchielli, anche se gli studi effettuati in Francia e l’avvicinamento al movimento della Scapigliatura lo portarono ad accogliere vari stimoli e tendenze culturali presenti in Italia nei decenni 1870–1890, come il melodismo francese di Gounod e Massenet; la scoperta dei lavori di Wagner (soprattutto Lohengrin che fu presentato in Italia solo nel 1871 a Bologna), il genere liederistico di Schubert e di Schumann e le opere pianistiche di Mendelssohn e Chopin.

Catalani si dedicò prevalentemente al genere operistico; nel 1875 compose La Falce, un egloga per due voci e coro su testo di Arrigo Boito; il lavoro fu molto apprezzato dalla critica che portò l’editrice Lucca a commissionargli un libretto di Carlo D’Ormeville, Elda, che riprendeva l’antica leggenda renana Loreley, la fanciulla ammaliatrice che trascina alla sventura, narrata da Clemens Brentano e già cantata in una celebre cantata adi Heine.

Seguirono Dejanice (1883), Edmea (1886) Loreley (rimaneggiamento di Elda, 1890) e La Wally, su libretto di Luigi Illica, a sua volta basato sul racconto di Wilhelmine von Hillern, un’opera moderna considerata da Mahler ‘la migliore italiana’. Catalani cominciò a lavorare alla Wally nel 1889 completandola in appena un anno, l’opera fu rappresentata con successo al teatro alla Scala nel 1892, ma il compositore non fece in tempo a vedere la sua creazione affermarsi, perché la morte lo colpì nel 1893, all’età di trentanove anni.

La stesura del suo lavoro sinfonico più impegnativo, il poema sinfonico Ero e Leandro, si colloca nell’estate del 1884 a Gais, ‘sotto l’impressione delle immense montagne’ nel cantone dell’Appenzell, come scrisse all’amico Depanis. Catalani è qui alle prese con un tema romantico e lo distende in un programma dettagliato: «la notte era serena, il mar tranquillo; Ero, la vergine di Abido, sola nella sua torre aspetta il suo Leandro venga nuotando dall’opposta via dell’Ellesponto; Il cielo si abbuia e il mare minaccia tempesta; Leandro non giunge, Ero piange e invoca su di lui la pietà degli dei; La tempesta infuria; Al chiarore dei lampi Ero scorge una figura che si dibatte nel mare. Leandro giunge; Estasi; Spunta il giorno. La tempesta è finita. Leandro deve tornare. Si precipita nelle onde e muore». Il lavoro si apre con un unisono di re, in piano, che lascia indistinta il modo—maggiore o minore—fino alla settima battuta, quando gli archi accennano un motivo animato, un fruscio che coinvolge anche i clarinetti, mentre i corni evocano un richiamo di caccia. L’idea iniziale, sebbene sottoposta a continui mutamenti timbrici, è tutta ancorata al brusìo degli archi, fino a che il clarinetto non introduce un nuovo elemento, lanciando il suo richiamo; il discorso si anima e il mormorio degli archi diventa sempre più corposo, si uniscono i legni e gli ottoni con accordi di sostegno e di riempimento. La linea del clarinetto è imitata dal corno, e poi dall’oboe con una variante ritmica. L’incontro dei due amanti è espresso attraverso le linee dell’oboe e del corno inglese. Un cupo silenzio, scandito dai timpani e da gravi accordi degli ottoni, descrive il momento del naufragio; si apre così un disegno fittamente cromatico che porta all’epilogo funebre, in cui l’iniziale frase degli archi è rievocata dal clarinetto con timbro ‘gelido’. Un vivacissimo conclusivo porta alla perorazione finale.

La struttura del poema presenta due quadri esterni simmetrici, che fungono da prologo ed epilogo della vicenda amorosa, e un’ampia sezione centrale tripartita. All’impianto ambizioso della composizione corrisponde una notevole capacità nell’orchestrazione: il motivo del mare è abilmente utilizzato come ‘tema’ conduttore del brano, cadenzando le diverse sequenze del programma attraverso variazioni nell’intensità timbrica; così il momento dell’estasi, reso dal corno inglese insieme al violoncello, appare più sofferto e nella descrizione della morte di Leandro il discorso si intensifica in un crescendo realmente drammatico. L’esecuzione data da Franco Faccio alla Scala il 9 maggio del 1885 con l’orchestrale milanese ebbe buon esito; il pubblico rimase impressionato dalla potenza espressiva del musicista, dagli effetti sorprendenti che egli sa ricavare dagli strumenti, dalla ricchezza di melodie abilmente dosate.

Tra le poche composizioni per orchestra, si evidenziano anche un Andantino, composto forse nel 1871, una sinfonia in un tempo intitolata Sinfonia a piena orchestra del 1872, e due brani, Scherzo e Contemplazione, tramandati anche nella versione per pianoforte solo.

Il breve Scherzo in la maggiore, composto nel 1878, mostra una scrittura leggera e brillante, con armonie decisamente tradizionali. La forma è quella tipica tripartita, con un Trio centrale. Il motivo principale è leggerissimo e ‘volante’, ricco di contrasti dinamici, e qui Catalani gioca abilmente con lo spostamento degli accenti. Il brano fu diretto da Franco Faccio a Parigi nel 1878, come risulta dalle cronache dell’epoca.

L’Andantino in la maggiore fa parte dei primi lavori pubblicati dall’editore Venturini e fu favorevolmente giudicato dalla critica che vide nel giovane maestro una particolare dote di originalità. La struttura del brano ricalca la forma del rondò; il tema, esposto dall’oboe—cui si aggiunge il fl auto—è ripreso delicatamente dagli strumentini ed imitato e variato dagli archi, attraverso svariati impasti timbrici tra le diverse sezioni orchestrali che tracciano e si rimandano la fl uida linea melodica.

Evidente è l’infl uenza dei modelli francesi sull’altro lavoro sinfonico presentato a Parigi dall’amico Faccio: Contemplazione. Il tono e l’impasto strumentale del brano sono lievi, si tratta di un ‘notturno’ orchestrale il cui tema è esposto quasi timidamente dai violini, su un accompagnamento cullante dei violoncelli e contrabbassi, sostenuto dal ritmo sincopato dei fagotti e dei corni. Il discorso è reso più intenso nella sezione centrale per ridursi pian piano, fino alla ripresa, nostalgica e appassionata, del tema iniziale.

Di intenzioni forse più marcatamente sinfoniche è la sinfonia Romantica Il Mattino, composta nel 1974. La pagina si compone di un unico movimento di ampie dimensioni, in cui possono essere individuate varie sezioni: un Andante introduttivo dove i violoncelli presentano, in pianissimo, l’accordo spezzato di si, completato (con la terza) dopo poche battute dal tremolo dei violini. Catalani sembra quasi indugiare nel definire il modo del brano, spostando così l’attenzione dell’ascoltatore, verso l’intervento dei clarinetti e degli oboi soli che accennano un primo motivo tematico. L’esposizione completa del tema si avrà soltanto più avanti, il compositore utilizza la sezione introduttiva per costruire strumento dopo strumento l’accordo di si maggiore. Una volta definita la tonalità d’impianto, si inserisce una nuova sezione, l’Allegro in si minore, che si dipana nelle prime battute sulla continua esposizione dell’accordo arpeggiato, sul quale è proposto il tema ampio e cantabile, affidato inizialmente ai legni e poi ripreso dagli archi e oscurato dagli ottoni che lo portano a progressiva conclusione. Segue l’inserimento di una seconda idea motivica, accennata inizialmente dall’arpeggio dell’arpa e ripresa e ampliata dagli archi, in una nuova scansione ritmica—in emiolia—mentre i fiati intensificano il discorso, riprendendo e variando il materiale melodico e ritmico già ascoltato. La sezione conclusiva è caratterizzata da una grande libertà nel trattamento della linea melodica: gli archi cantano vibrando e sostenendo la melodia attraverso pedali tremolati che si estendono man mano agli altri strumenti, in una lunga coda.


Marta Marullo


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