About this Recording
8.573142 - FUGA, S.: Violin Sonatas Nos. 1-3 (Tortorelli, Milani, Lamberto, G. Fuga)
English  Italian 

Sandro Fuga (1906–1994)
Sonate per violino e pianoforte

 

Sandro Fuga nacque il 26.11.1906 a Mogliano Veneto. Dalla madre, discendente dei Nono, illustre famiglia veneta di artisti (si ricordano lo scultore Urbano e il pittore Luigi, rispettivamente zio e nonno del compositore Luigi Nono), ereditò la passione per l’arte e per la musica. Il padre, che era medico condotto, morì nel 1917 e la madre in seguito si risposò con un egregio musicista piemontese che gli impartì lezioni di pianoforte. La famiglia quindi si trasferì a Torino dove Fuga, che aveva iniziato regolari studi musicali a Treviso e Venezia, li proseguì presso il Liceo Musicale G. Verdi. Qui ebbe come maestri Luigi Gallino per il pianoforte, Dino Sincero e Ulisse Matthey per l’Organo. Con Giorgio Federico Ghedini studiò armonia e contrappunto, con Luigi Perracchio e Franco Alfano composizione: “musicista ferratissimo, compositore di valore, eccellente didatta” il primo, “contrario ad ogni forma di pedanteria” il secondo, “anticonformista” il terzo secondo quanto ricordava lo stesso Fuga. Conseguiti tre diplomi tra il 1924 e il 1928, nell’ambiente torinese coltivò importanti amicizie, come con i compagni di studi Fernando Previtali e Giulio Gedda, e conobbe Andrea della Corte che gli fornì preziosi consigli. Divenne a sua volta figura di rilievo della vita musicale della città, come presidente del Circolo degli Artisti, ed in seguito promotore di concorsi e rassegne. In un primo tempo intraprese la carriera pianistica in Italia e all’estero partecipando anche a diverse trasmissioni radio poi, dal 1944, si dedicò esclusivamente alla composizione. Nel Liceo torinese divenuto nel frattempo Conservatorio (1936) gli fu affidata la cattedra di pianoforte dal 1933 al 1956, anno in cui passò a quella di composizione che tenne fino al momento in cui divenne direttore (1966), carica ricoperta fino al 1976. Ebbe vita non facile, costellata di dolore (nel 1960 morì la madre e l’anno dopo il fratello Iginio che gli era carissimo e che fu anche suo librettista) ma non perse mai l’ottimismo. Membro dell`Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma e dell`Accademia Nazionale Luigi Cherubini di Firenze, ricevette numerosi premi e riconoscimenti in concorsi anche internazionali. La sua musica è stata pubblicata dai maggiori editori italiani. Morì a Torino nel 1994. L’anno dopo, la Famiglia ha fondato un’associazione per promuovere la conoscenza della sua opera (http://www.sandrofuga.it).

Oltre alla musica Fuga ci ha lasciato due testi—la Lettera ai giovani compositori (1965) e l’autobiografia Sandro Fuga visto da se stesso (1990)—importanti per individuare la sua poetica, nei quali, con semplicità si dichiara un “superstite romantico” che crede nella musica come espressione di sentimenti. Per Fuga il fatto creativo ha sempre origine nell’ispirazione, stimolata da un fatto emotivo, da uno stimolo fantastico, da una lettura e prosegue nel paziente lavoro di costruzione vagliato da una severa autocritica (definita “ripensamento”). Egli non esitò quindi a polemizzare con le avanguardie radicali—similmente al suo maestro Ghedini—che si affidavano spesso all’ingegneria del suono, agli effetti o espedienti extra musicali, limitandosi a creare atmosfere timbriche, sonore, strumentali, per lo più finalizzate a stupire, giungendo ad accusarle di “clownismo sonoro” o viceversa di voler imporre un nuovo accademismo. In questo modo Fuga non intendeva certo voltare le spalle alla modernità, che accolse in modo temperato nella sua opera, ma contestarne gli aspetti effimeri. Il giudizio sulla musica—in cui nulla è “da capire”—si può affidare solo al gusto e alla sensibilità, lasciò scritto. Sentendosi parte della tradizione, indispensabile termine di riferimento e confronto, non accettava una rottura con il passato che portasse al caos e conservò un’incrollabile fiducia nelle possibilità del sistema tonale. Intendeva così salvaguardare la sincerità dell’atto creativo. Ciò gli permise di riuscire nella difficile impresa, come sottolinea Paolo Isotta, di scrivere musiche eccellenti e autenticamente ispirate, secondo un linguaggio e uno spirito che dovrebbero aver esaurito la propria funzione storica.

L’opera di Fuga abbraccia tutti i generi musicali: dai lavori per pianoforte (due raccolte Canzoni per la gioventù, tre Sonate, Studi e Preludi, le notevoli Variazioni sul tema della Passacaglia per organo di J. S. Bach) alla musica da camera (tre Sonate per violino e pianoforte, altrettante per violoncello e pianoforte, sei Quartetti per archi, un Quartetto e un Quintetto con pianoforte); dalle raccolte di musica vocale da camera (edite soprattutto negli anni Trenta e Quaranta) alle composizioni per soli e orchestra (Concerti per pianoforte, per pianoforte, archi e timpani, per violino, per violoncello, per tromba e archi, e un Concertino per oboe); dalle opere per orchestra (tra cui una Sinfonia e una serie importante di Cinque Concerti sacri per coro con o senza soli e orchestra scritti tra il 1938 e il 1978) alle opere per il teatro: La croce deserta (1948–49), Otto Schnaffs (1948), Confessione (1959), L’imperatore Jones (1975) e La pesca (1977) rimasta inedita.

Non sono poche le musiche che testimoniano il suo impegno civile: il Trio per pianoforte, violino e violoncello ispirato all’invasione della Polonia (1941), l’Ode in memoria di un caduto in Grecia parte di un trittico che comprende anche Ode alla pace e Ode alla libertà (1946), le impressionanti Ultime lettere da Stalingrado per voce di lettore e orchestra (1957), la già ricordata Confessione (su un episodio della resistenza francese), la Cantata da camera su di un frammento del Diario di Anna Frank (1977), Ai Martiri delle Fosse Ardeatine per coro misto, tromba e quartetto d’archi (1980) e, per concludere il Requiem per El Alamein per baritono o basso e orchestra.

La Prima Sonata per violino e pianoforte, scritta tra il 1938 e il 1939 e dedicata al fratello Iginio, ha una struttura originale; il movimento allegro, infatti, è collocato tra due movimenti lenti di grande concentrazione emotiva. La Sonata inizia con un Molto tranquillo, con semplicità ed espressione, in cui una melodia melanconica affidata al violino, a più riprese si espande, s’intensifica, raggiunge un acme e si spegne, in modo suggestivo. Da segnalare la delicatissima trama tessuta dal pianoforte con eleganti arpeggi alternati ad accordi a modo di “corale”. L’armonizzazione raffinata rimanda a un impressionismo maturo, moderno, in piena coerenza con la poetica dell’autore. Il secondo tempo, è un Molto allegro concitato, drammatico, che elabora un tema appassionato che sta tra Grieg e Debussy. I due strumenti interagiscono con virtuosismo grazie a una scrittura ad incastro di grande effetto, ricca di cromatismi, creando sezioni coloristicamente diversificate: davvero una grande riuscita strumentale. La Sonata si chiude ritornando al climax del primo tempo. Il tema esposto dal pianoforte ha un andamento innodico, e ricorda una sofferta preghiera, anche quando è ripreso con partecipazione dal violino. Gli strumenti instaurano un dialogo quasi responsoriale passandosi il tema in un’atmosfera tanto calma quanto raccolta, complice un’armonia dai colori modali. Il dialogo infine si esaurisce e, dopo che il violino ha sostato a lungo nel registro acuto, attraverso un definitivo Rallentando e morendo, si giunge alla stasi finale sulle note ribattute del pianoforte.

La Sonata seconda del 1972, dedicata agli amici Enrico ed Amalia Pierangeli, ha un carattere meno drammatico della prima e più elegiaco. Anche questa inizia, come la precedente, in un clima di concentrazione espressiva Moderatamente mosso, ma tranquillo grazie a un tema che si sviluppa con dolcezza in ampie volute sugli accordi ribattuti del pianoforte alternati a passaggi di liquide terzine. Si giunge quindi a un Recitativo a piacere (privo di battute) che porta a un passaggio contrappuntistico Allegro vivo proposto dal pianoforte. La sezione conclusiva, più agitata, si stempera nella ripresa del tema su una serie di accordi pesantemente ribattuti dal pianoforte fino allo svanire del movimento con il ritorno delle liquide terzine. Il secondo tempo Molto adagio è introdotto da una dolorosa figurazione discendente del pianoforte e costruito sul movimento ondulatorio delle terzine dapprima proposte dal pianoforte e poi riprese dal violino con effetto di moto continuo che svanisce solo in conclusione—come nella nebbia—preludendo all’Attacca subito del terzo tempo che segue senza soluzione di continuità. Si tratta di un Presto con slancio in cui il dialogo serrato e virtuosistico, a botta e risposta, si placa solo momentaneamente nella sezione centrale, e ricorda, per il ritmo ostinato in 6/8, una tarantella forsennata e un po’ lugubre. Il movimento basato sull’incedere insistito e martellante degli strumenti che si passano il tema—inframezzandolo con sequenze di note doppie da parte del violino e figurazioni accordali da parte del pianoforte—si conclude con una spettacolare cesura netta.

Diversamente dalle precedenti, la Terza Sonata del 1989, dedicata a Sergio Lamberto, è costruita in quattro movimenti e come spesso accade nelle produzioni ultime (Fuga aveva 83 anni), sembra smorzare i forti contrasti all’insegna di un superiore equilibrio sonoro. I movimenti sono legati da sottili affinità dei temi e la composizione raggiunge un grado di omogeneità tale che le voci degli strumenti si fondono in un insieme superiore. Il tema del primo movimento, Mosso amabile, è sognante e melanconico—ricorda i temi dolenti dell’ultimo Bartók—ed è immerso in un contesto aggraziato, floreale, colmo di luce autunnale. Il secondo movimento, Andantino, è una dolcissima Berceuse dall’andamento cullante, imbastita sul faticoso procedere del pianoforte. Il violino intona la melodia e la sospinge gradualmente e con estrema delicatezza fino al registro più acuto (8° alta), mentre il pianoforte sostiene con arpeggi. E’ un canto sinceramente commosso che ricorda i paesaggi immoti e incantati di certo impressionismo (Koechlin). Bellissimo il terzo tempo, un Vivo—in ¾ e in forma ternaria—per energia ritmica e luminose, chiare armonie. Anche qui, nella sezione centrale, scoppiettante per le note in staccato e tutta giocata su ritmo e colore, nel disegno di estrema pulizia, si palesa l’adesione alla scuola francese. Come in altri lavori Fuga affida la chiusura della Sonata a un movimento, Assai lento, alieno da qualsiasi vacua spettacolarità, meditativo, concentrato sul senso profondo della melodia connotata da dolenti cromatismi che nella prima sezione (Molto espressivo) è affidata al violino e “commentata” con passaggi accordali (come un moderno corale) dal pianoforte. Quest’ultimo, nella parte centrale, sostiene il pathos del canto con una lunga sequenza di terze e seste creando un magico alone impressionistico. Il brano si conclude—ancora una volta—con una elegantissima dissolvenza.


Flavio Menardi Noguera


Close the window