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8.573273 - CLEMENTI, M.: Piano Concerto in C Major (1796) / Symphonies, Op. 18 (Canino, Rome Symphony Orchestra, La Vecchia)
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Muzio Clementi (1752–1832)
Concerto per pianoforte in do maggiore • Due Sinfonie op. 18

 

Le quattro composizioni contenute in questo disco sono tra le poche testimonianze dell’inizio dell’attività sinfonica di Muzio Clementi. Il musicista romano era noto al pubblico londinese in qualità di pianista e compositore di musica per tastiera, almeno fino al 1786, anno in cui si ha notizia dell’esecuzione di almeno quattro nuove sinfonie (o ouvertures), delle quali solamente due sono sopravvissute, quelle che nel 1787 furono stampate come Op. 18, e che rimasero le uniche pubblicate mentre il compositore era in vita. La produzione sinfonica di Clementi, come quella dei suoi colleghi operanti a Londra, era fortemente condizionata dalla situazione musicale e dal gusto del pubblico: nonostante nella metropoli inglese l’occasione di far musica fosse più ampia che altrove in Europa, e vi abbondassero concerti, sia pubblici che privati, era difficile per un compositore che non fosse Haydn piazzare sul mercato composizioni sinfoniche nuove. Il pubblico londinese, molto conservatore in fatto di gusto, sembrava volesse ascoltare solamente Haendel e Haydn. In un articolo della prestigiosa rivista Allgemeine musikalische Zeitung pubblicato nel 1805 il corrispondente da Londra scriveva che «la musica di ampie proporzioni, le partiture e simili, nessuno può stamparle qui, poiché rimarrebbero negli scaffali».

Come sottolineato da Galliano Ciliberti, al di fuori del contesto londinese un mercato più favorevole per le sinfonie era quello parigino. In un documento del 1789 si citano le Symphonies à grand orchestre del repertorio di corte, nel quale sono comprese le due sinfonie Op. 18. Nel decennio che va dal 1780 (anno del primo viaggio di Clementi a Parigi) al 1789 ci furono numerose esecuzioni pubbliche e pubblicazioni di opere di Clementi, e l’Op. 18 fu stampata da Jean-Jérôme Imbault negli anni a cavallo tra Settecento e Ottocento. Sembra dunque assai probabile che i lavori sinfonici di Clementi avessero una destinazione internazionale: nell’edizione londinese dell’Op. 18 il titolo è in francese, e l’organico strumentale, che prevede l’impiego di 2 flauti, 2 oboi, fagotto, 2 corni e archi è quello tipico dell’orchestra dei Concerts spirituels.

La stessa sorte toccata alla maggior parte delle sinfonie, andate perdute, è toccata ai concerti: sappiamo che Clementi suonò dei concerti per pianoforte nella seconda metà degli anni Ottanta, fino al 31 maggio 1790, anno dell’ultima apparizione in pubblico di Clementi come solista. Egli aveva trentotto anni e intatte capacità virtuosistiche, ma l’ambiente concertistico era dominato da fanciulli prodigio e fanciulle di buona famiglia, e Clementi doveva sentirsi non a suo agio essendo praticamente l’unico pianista adulto operante a Londra. Un indice della preferenza del pubblico londinese per gli esecutori giovani è dato dagli annunci di concerti nei giornali a Londra (ma la stessa cosa succedeva anche a Parigi) negli anni Ottanta, nei quali il musicista romano, nonostante non fosse più giovane, compare con il nome di ‘Clementini’, ad insinuare la giovane età del musicista.

C’è poi un altro motivo per il quale Clementi potrebbe aver rinunciato all’attività concertistica: essere musicista professionista, cioè esibirsi in pubblico, era controproducente dal punto di vista sociale. In Inghilterra i suonatori erano considerati persone socialmente di basso rango; in qualità di costruttore di strumenti e di commerciante invece Clementi godeva di una reputazione rispettabilissima. Fatto sta che il Concerto in do maggiore dell’Op. 33 è l’unico sopravvissuto, copiato in un manoscritto viennese da Johann Schenk nel 1796. Secondo Plantinga, il maggiore biografo di Clementi, il Concerto divenne poi la Sonata in do maggiore Op. 33 N. 1, come testimonierebbero la lunga cadenza del primo movimento e gli squilibri dovuti all’eliminazione di alcuni Tutti; secondo altri, invece, il Concerto deriverebbe piuttosto dalla Sonata. Secondo Piero Rattalino il Concerto sarebbe addirittura di mano dello stesso Schenk.

Come risultato delle difficoltà che un compositore, benché noto, incontrava a ritagliarsi uno spazio nella musica sinfonica tra Sette e Ottocento, abbiamo un corpus sinfonico che comprende appena due sinfonie giovanili edite, quattro giunte a noi in stato frammentario, ed un certo numero di movimenti staccati; e—cosa che sembra paradossale per colui che è considerato il ‘padre del pianoforte’—un solo concerto, la cui attribuzione è per giunta messa in dubbio.

La prima delle due sinfonie dell’Op. 18, la Sinfonia in si bemolle, è stilisticamente piuttosto arcaica, a cominciare dal tema principale del primo movimento, in perfetto stile Mannheim, con le sue simmetrie e l’enfatizzazione delle armonie principali. All’interno troviamo però numerose sorprese, episodi polifonici e modulazioni inusuali, soprattutto nel primo movimento, nella parte dello sviluppo, tutto un susseguirsi di singhiozzi, episodi cromatici e improvvise pause. Le stesse caratteristiche, presenti in maniera diseguale in entrambe le sinfonie, le accomunano stilisticamente a molte sonate per pianoforte, che, spesso banali iper larghi tratti, aprono inaspettatamente degli squarci di eccentricità che turbano l’armonia dello stile classico nel quale sono scritte, rendendole estremamente interessanti. L’Adagio della Sinfonia N. 1, che si regge quasi interamente su due sole frasi, è bellissimo ed ispirato, cosa che raramente avviene nei movimenti lenti di Clementi. Il Minuetto con Trio (quest’ultimo più lungo del minuetto) ci mostra Clementi, italiano trapiantato all’estero, inserito in un contesto europeo: frequente nelle sinfonie tedesche, infatti, il minuetto non lo era affatto nella tradizione italiana. Il breve movimento finale è uno spigliato Allegro assai in una forma sonata abbreviata, uno sviluppo quasi inesistente ed un secondo tema che nella ripresa subisce delle trasformazioni.

La Sinfonia in re maggiore è più estesa e sembra anche più ambiziosa, come testimoniato dall’introduzione grave a ritmo puntato, armonicamente tensiva. La solennità dell’introduzione nelle sinfonie settecentesche di solito è indice del fatto che il compositore sta scrivendo qualcosa di importante. Nonostante alcuni squilibri (l’irruzione dell’Allegro assai dopo la solenne introduzione, ad esempio, suona piuttosto incongrua) anche qui troviamo delle modulazioni sorprendenti ed effetti che fanno balzare sulla sedia l’ascoltatore. L’effetto sorpresa era caratteristico anche dell’umorismo di Haydn, tant’è che alcuni critici dell’epoca parlarono di «grossolana imitazione di Haydn». C’è un altro tratto che sembra richiamare il metodo compositivo di Haydn: l’utilizzo, nel primo movimento in forma sonata, di un secondo tema derivato dal primo. Dopo l’Andante c’è un Minuetto con il Trio in minore, e chiude un Allegro assai ancora in forma sonata; in esso non è evidente come nel primo movimento la derivazione del secondo tema dal primo, ma l’omogeneità dei tratti tematici è comunque molto forte.

Con tutti gli squilibri e le ingenuità riscontrabili in un sinfonismo non ancora del tutto maturo, quello che rimane di queste due sinfonie giovanili è quello che brilla in gran parte della musica di Clementi: non la forma classica e la chiarezza di linee, ma i momenti eccentrici, quelli armonicamente più aspri ed originali, le tensioni inserite nello stile classico.

Il breve e intenso Minuetto pastorale WO 36, conservato in un manoscritto della Library of Congress di Washington, reca l’annotazione «da essere abbreviato—per un’altra sinfonia in Re». Quasi sicuramente fu eseguito come Minuetto nell’esecuzione londinese del 1819 della Sinfonia in re maggiore WO 33 [Naxos 8.573071], che non fu mai pubblicata. L’appellativo ‘pastorale’ farebbe pensare ad un’atmosfera idilliaca; eppure Clementi, dopo una dolce apertura, addensa delle nubi anche qui, con un Trio sorprendentemente drammatico, con dei rapidi ed inaspettati cromatismi, e con bruschi passaggi dal maggiore al minore.

Il Concerto per pianoforte è nei consueti tre movimenti: il primo, Allegro con spirito, è una forma sonata, che gioca estesamente sulla manipolazione della scala di do maggiore; il secondo, Adagio cantabile con grande espressione, è una romanza in Fa maggiore nella quale il pianoforte abbellisce in senso espressivo la semplice melodia esposta all’inizio dagli archi sullo sfondo di corni e fagotti; l’ultimo movimento, Presto, è un Rondò monotematico scherzoso e spigliato, con molte ripetizioni leggermente variate del motivo principale e due estesi episodi contrastanti, uno alla dominante, ma che utilizza lo stesso tema, ed uno modulante prima della ripresa finale del tema. La scrittura pianistica è brillante anche se mai troppo difficile, l’orchestrazione semplice ma funzionale e a tratti non priva di originalità.

Il nome di Muzio Clementi, nato a Roma nel 1752, ma trapiantato giovanissimo in Inghilterra, è indissolubilmente associato al pianoforte, strumento al quale dedicò la maggior parte delle sue energie, come compositore, didatta, editore e costruttore di strumenti. La sua figura è oggi più legata alla sua attività didattica, e gli studi del Gradus ad Parnassum costituiscono ancora una delle basi della tecnica pianistica; ma al suo tempo egli fu musicista a tutto tondo, stimato da Beethoven come compositore di sonate per pianoforte, ed artefice del passaggio da un’epoca all’altra della musica, con l’affermazione di una classe borghese, alla quale egli apparteneva, che si era fatta strada con l’intraprendenza raggiungendo uno status sociale rispettabile. Poche le composizioni sinfoniche sopravvissute a noi, moltissima la musica per pianoforte, di qualità spesso disomogenea, tante composizioni didattiche e anche antologie di musica del passato. Amante di Bach e Scarlatti, Clementi indirizzò anche il gusto di una generazione di pianisti e studenti, con le sue antologie. Morì ad Evesham nel 1832, ed è sepolto a Londra, nell’abbazia di Westminister. Sulla sua tomba sono iscritte le parole ‘padre del pianoforte’.


Tommaso Manera


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