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8.573291 - MALIPIERO, G.F.: Fantasie di ogni giorno / Passacaglie / Concerti (Rome Symphony, La Vecchia)
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Gian Francesco Malipiero (1882–1973)
Fantasie di ogni giorno (1953) • Passacaglie (1952) • Concerti (1931)

 

Modi del concertare nel Novecento italiano: Gian Francesco Malipiero

Tra i protagonisti della musica italiana del Novecento Gian Francesco Malipiero è uno dei meno facilmente inquadrabili in rigidi schemi: la sua personalità inquieta ed estrosa si rifl ette in una musica la cui modernità è diffi cile da concettualizzare. Attratto da una vagheggiata e nostalgica epoca d’oro della musica in tempi remoti, egli ingloba arcaismi, diatonismi modali, contrappunto e spunti popolareggianti in uno stile libero che sembra procedere per associazione di idee. Da qui il carattere rapsodico che sembra avere la sua opera nel corso della sua lunga e prolifi ca carriera, che non procede in maniera lineare verso una o l’altra tendenza stilistica, ma rimane fedele a sé stessa, seppur con scarti qualitativi talora notevoli.

Negli anni tra le due guerre, soprattutto negli anni Trenta, Malipiero ripensò in maniera originale la grande tradizione concertante veneziana a cavallo tra Seicento e Settecento. Il primo prodotto di questa attività è un’opera molto particolare, Concerti, scritta nel 1931 e dedicata a Fritz Reiner. La prima esecuzione pubblica avvenne proprio sotto la bacchetta del grande direttore, all’Academy of Music di Philadelphia, il 29 gennaio del 1932.

Il titolo, al plurale nonostante si riferisca ad una composizione singola, si riferisce all’articolazione interna della struttura, in cui si susseguono nove episodi, ciascuno con un titolo: incorniciati da un Esordio e da un Commiato si susseguono sette mini concerti in cui cambia di volta in volta il protagonista. La distribuzione dei movimenti è la seguente: Esordio Concerto di fl auti Concerto di oboiConcerto di clarinetti Concerto di fagotti Concerto di trombe Concerto di tamburi Concerto di contrabbassi Commiato.

Nei movimenti in miniatura non c’è nessuna concessione al virtuosismo strumentale, che Malipiero riteneva pernicioso, ma sonorità che sfruttano al meglio le risorse dei singoli strumenti. L’Esordio, Piuttosto lento, sembra nascere dagli archi che si accordano: un singolo contrabbasso, un violoncello ed un violino eseguono infatti dei bicordi usando le corde vuote; subito dopo, il violoncello e il violino in successione eseguono delle scale rapide, poi degli arpeggi; come a dire: dopo aver accordato gli strumenti, ci scaldiamo prima di entrare nel vivo. Nel giro di poche battute si aggiunge un clarinetto, poi gli altri legni, poi tutti gli altri. Le sonorità rimangono sempre molto chiare grazie al modo in cui Malipiero fa dialogare pochi strumenti alla volta con quelli protagonisti dei singoli movimenti; è un po’ come se nel concerto grosso barocco agli strumenti del concertino fossero contrapposti altri concertini sempre variabili. Ecco allora che nel Concerto di fl auti, Allegro moderato, ai solisti, due fl auti e un ottavino, si contrappongono le viole e i contrabbassi, poi gli altri legni e i corni; o nel Concerto di oboi, Lento, a dialogare con i solisti sono ora le viole divise, ora tutti gli archi con sordina. Sarebbe ozioso rendere conto di tutte le combinazioni timbriche che Malipiero sfoggia in questo lavoro, combinazioni che sono la sua vera ragion d’essere. Si noti però la mescolanza di utilizzo tradizionale degli strumenti, con i fl auti agilissimi, i clarinetti che si prodigano in acciaccature, le trombe protagoniste di squillanti fanfare, e quello meno usuale che ci mostra Malipiero consapevole della modernità, come nell’inizio del Concerto di fagotti, Più lento un poco, in cui il fagotto è utilizzato sommessamente nel registro acuto con una frase che non può non richiamare l’inizio del Sacre du printemps. Infi ne, ci sembra che l’alternanza di movimenti lenti e vivaci richiami formalmente la suite: il principio concertante è il modus, ma la struttura non è quella del concerto. Se questa interpretazione è giusta, allora Concerti può essere considerata come una moderna sintesi di due delle forme più gloriose del barocco musicale.

La scoperta di un modo nuovo del concertare rimase una caratteristica del Malipiero, anche dopo la Seconda guerra mondiale. Tra i pochi sopravvissuti della Generazione dell’Ottanta alla seconda Guerra, Malipiero riuscì a mantenersi vitale. Non si sottrae al caratteristico stile frammentario neanche Passacaglie, composta nel 1952; il richiamo alla forma antica di passacaglia rimane come vago procedimento tecnico; la composizione è un dittico costituito da due passacaglie, la prima delle quali utilizza un unico tema, mentre la seconda presenta all’inizio un tema differente per ogni gruppo strumentale, per cui si può a ragione parlare di una serie di passacaglie, collegate da alcuni elementi tematici che fungono da legante. Le combinazioni strumentali sono al centro della composizione: nella prima il tema della passacaglia circola all’interno della composizione passando da una combinazione strumentale all’altra, subendo trasformazioni sia melodiche che ritmiche. Il tema non è sempre ripreso letteralmente, ma trasposto, cambiato nei valori ritmici e frammentato. Nella seconda i temi sono più ambigui, come nel caso del primo, affi dato ai soli archi, in cui è diffi cile dire quale sia il tema di passacaglia.

Il modo di comporre passando da un’idea all’altra con sottili manipolazioni e con assoluta libertà formale trova una delle sue manifestazioni più ispirate in Fantasie di ogni giorno, lavoro sinfonico nato nel 1953 come diario musicale intimo, come riferito dallo stesso compositore: «questa mia opera sinfonica rappresenta il viaggio quotidiano nel regno della fantasia».

In un unico movimento sinfonico si susseguono atmosfere differenti, sempre sorrette da inventiva e freschezza. La libertà formale però non è indice di capriccio assoluto: tutto germoglia dall’idea iniziale a due voci esposta dai due fl auti sulle due note costantemente ripetute dei clarinetti. Questa idea passa poi agli oboi, poi agli archi gravi, mentre gli altri strumenti si aggiungono man mano contrappuntando e facendo nascere nuove idee, che spesso sono derivazioni od estensioni dei frammenti melodici dell’inizio; ad esempio, quando la composizione si movimenta la prima volta, il tema puntato quasi di marcia che si sente esposto dai legni è derivato dall’accompagnamento di due note dei clarinetti all’inizio, poi passa ai violini ma non è più puntato. Si ha quasi la sensazione del trascolorare di una cosa nell’altra, in un’iridescente trasformazione continua e vitale della materia sonora, il tutto mentre le aggregazioni timbriche cambiano e si ricompongono. Il concertare viene dunque esplorato da Malipiero in tutte le sue sfaccettature, ed inserito in forme sempre differenti: in una suite, inquadrato nella schematicità della passacaglia, o in una forma totalmente libera; e ciascuno dei modi è esemplifi cato splendidamente nelle tre composizioni di questo disco.

Nato a Venezia il 18 marzo 1882 da famiglia musicale (il nonno Francesco era stato un operista apprezzato tra gli altri da Rossini, il padre Luigi era pianista e direttore d’orchestra), si iscrisse al conservatorio di Vienna, poi a quello di Venezia, dove era poco stimato dal direttore Marco Enrico Bossi, poi ancora al Liceo musicale di Bologna, perfezionandosi infi ne alla Hochschule di Berlino. Negli anni di studio scoprì da solo il repertorio antico italiano, a Parigi entrò in contatto con i musicisti e gli artisti d’avanguardia, stringendo amicizia con Casella, Ravel e D’Annunzio. Insegnò al Liceo musicale di Venezia, al Conservatorio di Parma e all’Università di Padova, prima di ritirarsi ad Asolo per dedicarsi esclusivamente alla composizione. Imponente è il corpus di musiche di tutti i generi che egli ci ha lasciato, che comprende numerose sinfonie, concerti per vari strumenti, otto quartetti per archi, opere liriche, tra cui spiccano L’Orfeide (1918–22), il Torneo notturno (1929), I capricci di Callot (1941–42) e Le metamorfosi di Bonaventura (1963–65). Tra i capolavori strumentali si annoverano le tre serie di Impressioni dal vero (1910–11; 1914–5; 1921–22), le due serie di Pause del silenzio (1917; 1925–26) e la serie di 8 Dialoghi (1955–56). Morì a Treviso nel 1973.


Tommaso Manera


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