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Ettore Garzia
Percorsi Musicali, April 2015

Negli anni ottanta, al culmine delle parabole ascensionali teoriche di Stockhausen, molti compositori americani si resero conto che la nuova musica non riempiva il gradimento del pubblico: fu quasi una naturale conseguenza quella di far risorgere un nuovo movimento romantico, o comunque intriso nella tonalità, che si contrapponesse ad una “fuorviante” modernità. Il ritorno a tematiche ampiamente sperimentate dalla storia fu però molto meno retorico di quanto si pensi: nato in una piena accondiscendenza, quasi nazionalistica aderenza agli americanismi della classica (Ives, Copland, Gershwin messi di fianco all’importato Stravinsky), i new tonalists si impegnarono in una revisione aggiornata dei loro modelli con la convinzione di sfatare quell’anatema che Stockhausen lanciò a loro descrivendoli come i rappresentanti del capitalismo economico; la difesa si incentrava su argomentazioni egualmente valide e fu soprattutto la musica a cancellare molti segnali di consuetudine estetica; la verità probabilmente sta nel mezzo delle cose e il compositore Aaron Jay Kernis (1960) è una lodevole testimonianza di questo presunto inviluppo della classica; così come successo nel romanticismo e nel primo modernismo del novecento (fasi in cui si estese la tonalità), il principale campo di valutazione del compositore si basava sul giudicare le due specialità che lo rendevano sovrano: la sinfonia e il quartetto d’archi. Kernis si impose proprio in queste discipline, caratterizzando il prodotto, grazie ad una incredibile forza strumentale e ad un accresciuto ed articolato senso del tema; le prime due sinfonie (la prima vissuta come stratificazione del movimento marino, la seconda come documentazione delle tragedie della guerra) e i due quartetti per archi (costruiti come estensioni probabili dei quartetti di Beethoven) realizzavano benissimo quel desiderio di ritornare all’emotività intrinseca della musica, aiutato in questo compito da un’iniezione originale di elementi minimalistici presenti nella scrittura ed adattati al contesto non sperimentale. Come da Kernis affermato “…I want everything to be included in music: soaring melody, consonance, tension, dissonance, drive, relaxation, color, strong harmony and form, and for every possible emotion to be elicited actively by the passionate use of those elements…”. Nella sua carriera, Kernis ha provato l’ebbrezza del riconoscimento e dell’affermazione con queste opere finché gradatamente la fantasia sinfonica o cameristica non si è spostata nelle composizioni a pochi strumenti: a tal proposito di lui ricordo delle splendide composizioni per violino e piano (Air fu prestata anche ad altri abbinamenti), un pezzo catalizzatore per violino, viola, cello e piano (Still movement with Hymn) e 22 minuti affascinanti di piano solo (Before sleep and dreams).

La Naxos pubblica in prima di registrazione altri brani con essenza camerale che rispecchiano l’attuale interesse del compositore, passato ad una forma “senza tempo” di composizione tonale-impressionistica, tesa ad evidenziare gli sforzi più impegnativi e più riusciti di Kernis, sulle durate più lunghe: protagonista il piano suonato da Andrew Russo, le tre composizioni lo vedono da solo, affiancato al violino o ad un orchestra. “Three flowers” sostiene il cambiamento della scrittura di Kernis, che sembra abbia irrimediabilmente perso qualsiasi velleità minimalista, concentrandosi su una risonante struttura orchestrale, con echi di gamelan, anfratti debussiani, ed un sentimento diviso tra il bucolico e il dinamico. L’impetuosità della sua musica si impadronisce anche di “Two movements (with Bells)”, che si districa tra trame al limite della comprensione della coscienza: l’abbinamento violino/piano è ben organizzato per suscitare nell’ascoltatore una differenziazione chiara tra stati dinamici e riflessivi. Fosse stato scritto cento anni fa, sarebbe stato un gran pezzo: il violino spinge sulla forza romantica rielaborata mentre il piano attraversa lo stadio impressionistico che permise a Gershwin di avere un’eredità da Debussy. “Ballad(e) out of the blue(s)/Superstar Etude no. 3” è ancora più esplicita su quest’ultima influenza: piano solo di nove minuti che fa parte di un trittico di omaggi ai pianisti americani vernacolari (qui l’omaggio è a Gershwin, mentre gli altri due, non presenti in questo cd, erano rivolti a Jerry Lee Lewis e Monk); ne risulta un saggio virtuosistico, in cui la sostanza musicale non passa certo attraverso strade celebrative, ma trasuda la formazione di Kernis, che mostra di fianco alle grandi influenze pianistiche del jazz (Art Tatum, Oscar Peterson, Monk), lembi di collegamento che si rifanno alla imprescindibile tradizione romantica di Chopin. © 2015 Percorsi Musicali





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