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Ettore Garzia
Percorsi Musicali, November 2013

Nell’ambito della musica del Centro Sud delle Americhe un posto fondamentale lo ha avuto il compositore Louis Moreau Gottschalk (1829-1869) per il ruolo catalizzatore svolto nel periodo in cui la musica stava cominciando a “sdoppiarsi” in cerca di nuovi idiomi che provenivano da istanze etniche. Specie per quanto riguarda l’influsso che Gottschalk infuse nella sua produzione pianistica (che vi invito caldamente a riascoltare e riconsiderare) la sensazione è che egli possa essere un punto di riferimento non solo per la musica classica sudamericana ma anche per generi come il jazz, per via dell’introduzione non casuale di alcune sonorità tipicamente ispirate agli umori e alle pratiche di vita dei popoli delle regioni cubane, portoricane o dominicane, che poi saranno inglobate e digerite nei germi del jazz di New Orleans. Uno dei punti di forza del compositore americano (di mamma creola) fu quello di calamitare le sensazioni derivanti dalle tradizioni religiose di quei popoli ed in particolare per ciò che concerne la cultura portoricana, di mettere a nudo gli umori dei rituali “santerici” che furono per quel popolo qualcosa di più che semplici adorazioni religiose.

Gottschalk è anche uno dei principali ispiratori del compositore portoricano Roberto Sierra, compositore che oggi gode di una rilevanza internazionale nel campo della classica americana tutta giustificata: sullo sfondo di un approccio occidentale agli strumenti che richiama, con un ordine piuttosto intenso, il romanticismo e le moderne incursioni nel serialismo (Sierra ha studiato anche con Ligeti), il compositore ha mescolato le sue origini culturali. Una traccia indelebile delle sue incursioni sono state perfettamente descritte in quell’episodio che ha incrociato la sua visione musicale con la coralità europea dell’ottocento nella struttura di Missa Latina, il suo sforzo compositivo più rilevante, costruito su un canovaccio solo parzialmente in linea con la sacralità sudamericana del passato.

Ma la bravura di Sierra sta nel fatto che la sua formula stilistica è un condensato attraente, perchè non retorico, e tendente all’esaltazione di alcuni “colori” timbrici (le usuali buone combinazioni di suoni che sconfiggono i confini temporali e che spesso prevedono l’uso di cencerros, guiro ed altre percussioni tipiche) e dei ritmi (che sono uno spaccato della capacità di rielaborazione di proprietà popolari come il bolero, l’habanera, la salsa, etc.). Vi sono molte registrazioni ormai che racchiudono i vari aspetti della sua variegata espressione in cui si capisce come Sierra abbia fatto anche un certo ordine nello stile da adottare a seconda della tipologia della composizione: se infatti nella chamber music emerge con caratteri maggiori la predominanza degli elementi che costituiscono la preparazione moderna del compositore, in quella dedicata all’orchestrazione ciò che prevale è la devozione alla scrittura melodica e alle figure iterative di danza popolare, che è quello che succede anche nella Quarta sinfonia che la Naxos pubblica in world premiere assieme a due recenti e validissime composizioni (Fandangos e Carnaval, quest’ultima anche prima registrazione).

La quarta sinfonia non si discosta molto dal suo standard compositivo in cui egli mostra la sua attenzione a costruire su basi preordinate il rispetto dell’eredità del passato, la mancanza di fulcro tonale della società post-novecento e l’influsso culturale di origine: lo sviluppo dei movimenti alterna echi dell’impeto di Beethoven con perdite di contatto melodico e con l’acquisizione di una ipotetica cittadinanza musicale stabilita a Portorico. La sua Classical music con Caribbean roots ha modo di esplicarsi in maniera ancora più convincente nelle istanze di Carnaval, dove nel terzo movimento di Unicorns si assiste a splendide aperture strumentali che portano serenità non gratuita, pervadendo la composizione di quel fascino che va assolutamente sottolineato. © Percorsi Musicali





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