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Ettore Garzia
Percorsi Musicali, March 2014

Ci sono molti modi per ricordare l’importanza di un artista: per ciò che concerne il pianista/compositore Frederic Rzewski il principio suddetto non ha ragioni per non essere applicato. Negli anni sessanta, Rzewski è stato un iniziatore di quel percorso elettro-acustico che stava invadendo il mondo musicale dopo l’avvento delle teorie di Cage. Rzewski si occupò di sistemare il fardello dell’indeterminatezza con le “indigeribili” movenze dell’improvvisazione libera, costituendo cerniera tra l’elettronica dal vivo e il jazzismo sperimentale (qualcuno si ricorderà certamente dei concerti di quegli anni in cui Lacy e Braxton si unirono al MEV). Ma composizioni shock come Spacecraft o Sound Pool (sempre nell’esperienza primordiale del MEV) lasciarono ben presto il posto ad un più equilibrato compositore di musica, che usando configurazioni romantiche vicine ad Beethoven o Liszt, ne voleva dare una moderna visione: emerse tutta la sua figura di pianista di transito, invischiato in configurazioni di sintesi divise tra la tonalità eccelsa e l’atonalità vicina alle formazioni di autori come Ives o Scriabin, in cui l’esplorazione virtuosa del pianoforte aveva un passo nell’antico ed un’altro nel futuro. Questa impostazione di base fu la sostanza del suo riconosciuto capolavoro “The people united will never be defeated!” e di molte altre composizioni, sebbene fosse palese come essa non fosse esaustiva delle sue idee: basti pensare a composizioni come “Four North American Ballads”, in cui alcuni idiomi fondamentali della musica popolare americana (il folk, il blues) venivano trattati in chiave sperimentale o a molta musica costruita sulla vocalità (trasfigurazione di lied o rinnovati incontri tra testi letterari e tecniche di canto sperimentali).

Allo stato attuale una valutazione critica completa forse può convenire sulla difficoltà di centrare a livello musicale un comune filo denominatore, quel fattore utile per rendere pienamente riconoscibile uno stile iconoclasta (evento che si complica nell’arte contemporanea), ma sulle idee e sul modo con cui esse intervengono nella rappresentazione musicale, non ci sono assolutamente dubbi sulla grandezza dell’autore, anche alla luce delle enormi implicazioni politiche e sociali fornite. Inoltre, io penso che anche la produzione non pianistica di Rzewski andrebbe rivalutata, specie quando si prendono in considerazione gli incroci tra la sua visione e alcuni istinti minimalisti (“Scratch Symphony” in specie), che irrimediabilmente rispecchiano anche l’andamento parallelo delle esplorazioni di quel settore della musica.

Tuttavia la produzione pianistica rimane per quantità, la parte più esteriorizzata del compositore americano, un principio che la Naxos sposa in un capitolo discografico a lui dedicato per la serie American Classics: dovendo scegliere per un progetto di sintesi, la scelta è caduta sulla “Fantasia” (un riepilogo delle caratteristiche salienti di Rzewski, ossia ritmo, sincopi ed atonalità del primo novecento), nei 6 quadretti sonori di “Second hand, or, Alone at last” (una composizione per sola mano sinistra, che non era mai stata pubblicata su cd) e uno dei suoi capolavori “De Profundis” (per speaking pianist), che coglie il lato più affascinante dell’americano, dove le vicende della permanenza in carcere subìta da Oscar Wilde, sono lo spunto per imbastire un intimo happening di avanguardia musicale da distribuire tra pianoforte, voce e gestualità. L’esecuzione viene affidata ad un perfetto Robert Satterlee. © 2014 Percorsi Musicali





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