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Ettore Garzia
Percorsi Musicali, November 2013

Nel 2011 Michael K. Slayton scrisse un voluminoso libro di circa 500 pagine dedicato alle donne americane che hanno dato un significativo contributo alla composizione moderna negli Stati Uniti: tra quelle nove figure femminili prese in considerazione vi era anche la compositrice Cindy McTee (1953).

La Naxos ha pubblicato in questi giorni quella che può considerarsi il suo primo cd biografico: stranamente la compositrice non aveva ancora avuto questo privilegio, se si esclude una raccolta a limitata distribuzione di sue composizioni come GIA Composer’s Collection, in cui il repertorio veniva tramutato in musica per Wind Band. Con parecchie composizioni sparse su raccolte compilative la McTee viene ricordata per il suo stile transitorio, che sistema tonalità ed atonalità cercando di proiettare in maniera personale particolari enfasi su timbri o ritmi che sono appartenuti ai grandi personaggi musicali del passato classico. In verità il mio gradimento e la mia segnalazione vanno anche riversati soprattutto sui lati meno “convenzionali” della sua musica: sia nell’ambito del repertorio dedito alla composizione condita con l’elettronica, sia nelle figure per bande di fiati, la McTee affascina maggiormente. E’ un aspetto che in realtà viene (purtroppo) parzialmente dimenticato dal pubblico e messo in evidenza invece da una parte intelligente di compositori americani. Cindy con “M Music” o “Metal Music” è entrata nell’eccellenza dell’electronic music fatta nell’epoca del computer accanto a Dodge o a Lansky, così come la sua visione contorta delle regole tonali ed atonali ha costituito una svolta necessaria nel repertorio delle Winds Bands.

In questa compilazione della Naxos c’è per intero tutto il suo carattere, il suo stile, diviso in composizioni come la Sinfonia n. 1, dove diventano nervose le colorazioni umorali di Beethoven (quello della quinta sinfonia), dove l’Adagio di Barber si stempera nell’atonalità della Polish Requiem di Penderecki, dove Ravel è irriconoscibile e gli impeti ritmici di Stravinsky si scontrano con le orchestre di Mingus.

L’aver citato Mingus non è casuale, poichè il jazz nel contesto della musica di McTee è importante e serve per rappresentare nella sua interezza quel processo di integrazione che la società americana ha compiuto dal novecento in poi e che è uno dei punti di forza del pensiero americano. Il tentativo di Cindy è quello di filtrare nella musica questi echi della società pluri-etnicamente composta: questo si avverte anche in “Double Play” dove la tematica ritmica viene messa in discussione da un coacervo di note (sia tonali che atonali) in ossequio alle prime dissonanze che furono di uno dei padri della musica americana, Charles Ives.

Ma è in “Einstein’s dream”, composizione per orchestra d’archi, percussioni e computer music su cd, composta nel 2004, che la McTee affascina per le confluenze sonore che riesce a creare in quell’impalpabile giungla che è l’elettroacustica. E’ un tema ben affrontato dal punto di vista musicale, molto allegorico, che affronta la meravigliosa storia del sogno di Einstein, che si impegnò nel trovare una spiegazione univoca dei fenomeni che ci governano, ma che indirettamente (per la McTee) è il pretesto per affermare quell’attaccamento alla scienza e alla tecnologia che è stato il motivo per cui l’America ha acquisito un posizione rilevante in cui le arti (compreso quella musicale) non sono affatto escluse. © Percorsi Musicali





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