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Ettore Garzia
Percorsi Musicali, January 2015

Jack Gallagher è un compositore che lavora nell’Ohio. Con un progressivo palmares di titoli e progetti, l’americano ha assorbito molto nel suo stile l’influsso di uno dei suoi mentori, ossia Elie Siegmeister. Pur essendo molto conosciuto negli ambienti, di Gallagher si è sempre fatta fatica nel trovare opportune registrazioni monografiche o quanto meno compilative. La Naxos si è fatta carico di questa mancanza, pubblicando un cd di lavori orchestrali nel 2010 contenenti la sua prima sinfonia, che fu una piacevole sorpresa anche per me che non conoscevo a sufficienza il compositore. Adesso ritorna intelligentemente sul compositore, pubblicando un bis con la sua seconda sinfonia composta tra il 2010 e il 2013, e abbinando alla stessa un’altra composizione orchestrale, “Quiet reflections”; entrambe sono in prima mondiale discografica ed entrambe sono suonate benissimo dalla London Symphony Orchestra diretta da JoAnn Falletta.

Lo stile di Gallagher richiama il periodo d’oro dell’orchestrazione sinfonica in America: si diceva dell’influsso di Siegmeister, ma sarebbe meglio precisare che il riferimento è a quello degli anni trenta/quaranta, quello che mescolava in linee orchestrali melodiose i principali elementi della cultura americana musicale, ossia una scrittura aperta, con tracce di folk e jazz condensate in una gioiosa ed estroversa forma sinfonica. Negli anni in cui prese piede il rinnovamento sinfonico in America, ossia nel periodo tra le due guerre, si svilupparono parecchie configurazioni musicali munite di metabolismi diversi: ve ne era una più remissiva, che accompagnava il grigiore del sentiment di quei giorni (vedi gli adagi di Barber), un’altra che rimuginava sulla quotidiano e sull’arte di saper riprodurre creativamente le situazioni urbane (vedi Schumann), altre che spingendo sul fattore popolare si inoltravano fino alla ruralità (vedi Harris o Grant), dando anche l’impressione che in tempi in cui imperversava lo sviluppo di un certo tipo di rappresentazione (segnatamente il cinema americano ed in particolare quello western) si potessero accompagnare con gusto quelle immagini. Per fortuna i migliori compositori americani se ne guardarono bene dall’utilizzo retorico di certe forme popolari, fornendo sempre un’adeguata integrazione dei loro elementi in strutture che rimanevano piuttosto serie ed iconoclaste. L’incipit americanizzato di Gallagher estremizza in maniera semplice quella sostanza orchestrale che non fu solo di Siegmeister, ma che partendo da Ives ed arrivando a Copland ha accertato un’identità nazionale, accettando il lato morbido e trasognato della composizione sinfonica americana del novecento, un lato vero, molto meno ipocrita di quello che si pensa in termini di fattibilità musicale, risaltando gli impasti melodici e, nel caso di Gallagher, utilizzando percentuali adeguate di francesismi alla Ravel maniera. “Ascendant” è più di un riferimento alle radici, è un factotum dell’espressione, di un certo tipo di espressione non pienamente valorizzata dalla critica moderna, che tende a dimenticarla. Ma per fortuna rispetto al tono sommesso con cui sono state trattate le forme sinfoniche del maestro Siegmeister, quelle di Gallagher sembrano sortire maggior effetto in un linguaggio che per molto tempo ha unito cuore e cervello. © 2015 Percorsi Musicali





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