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Ettore Garzia
Percorsi Musicali, October 2015

Nella musica classica molti compositori si sono aperti un varco in maniera silenziosa ed educata, lasciando temporalmente alla musica stessa il ruolo dell’affermazione; Eleanor Cory (1943) è una di quelle compositrici tanto stimate quanto misconosciute all’audience pesante della classica, nonostante non le siano mancati i riconoscimenti. Nata in una famiglia cresciuta a Mozart e Brubeck, la Cory ha trovato nel trasferimento a New York l’occasione per imporre uno stile che aveva da tempo rimuginato durante la preparazione accademica; segnata dalla scuola seriale, la Cory ha sposato un’atonalità leggera, lavorata sulle corde del movimento di Schoenberg, tenendo ben presente la lezione armonica dei jazzisti che avevano sostenuto i connubi tra il loro genere e la musica colta. La Cory aveva un peso specifico che, nell’epoca del vinile e della rappresentazione concertistica dal vivo, ha rischiato di mandare nel dimenticatoio le sue composizioni; la Cri, l’etichetta benemerita del comporre americano, fu la prima ad affiancare alcune sue composizioni con quelle di Ellen Taaffe Zwilich dove comparivano due dei suoi lavori più rappresentativi (erano Apertures e Designs) e poi a proporre una prima sistemazione monografica con “Of Mere being”; queste bellissime testimonianze discografiche sono state affiancate solo recentemente da un cd edito per l’Albany R., ma è in questa raccolta della Naxos che ci si può convincere definitivamente sul valore della compositrice.

Qualcuno a proposito della Cory ha parlato di sintesi, ma francamente mai come nel caso della compositrice americana gli elementi della sua musica sono scindibili ed enucleabili con facilità: più che di sintesi si dovrebbe parlare di costruzione sugli strumenti. A seconda dello strumento utilizzato la Cory ha un’idea minuziosa di quale lingua debba parlare; se si tratta di un flauto è attenta nel cogliere quelle variazioni di registro che l’hanno reso importante sia nella classica che nell’improvvisazione jazz (la bellissima Things Are ha queste caratteristiche); se si tratta di un violino od uno strumento ad arco è capacissima nel sollevare quegli istanti di purissima estraneità elettiva che fecero unica la serialità degli austriaci del primo novecento (lo String quartet n. 3 o la Violin Sonata n. 1 sono i casi esaminati dalla raccolta); se si tratta di un piano, il riferimento è chiaro e diretto all’improvvisazione di Brubeck e di tutti i pianisti jazz formatisi a pane “francese” e modalità (Celebration è una composizione notevolissima dal punto di vista dello spartito). Naturalmente in tutti questi pezzi la Cory “costruisce”, componendo gli abbinamenti con il massimo rispetto delle estetiche, anzi talvolta l’empasse jazzistica è così forte che sembra quasi di ascoltare un moderno musicista jazz (in Celebration si capisce quanta strada abbia fatto il jazz del novecento, da Gershwin fino a Lyle Mays). © 2015 Percorsi Musicali





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