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Ettore Garzia
Percorsi Musicali, April 2016

C’è un filone di compositori americani con le idee molto chiare quanto agli indirizzi stilistici in cui versare la propria musica. Non ne fa sicuramente eccezione Joan Tower (1938), compositrice di New York coerentemente intonata in un controverso cortocircuito che si espande nell’establishment musicale classico, quello che fa le cifre: l’orchestral side (la parte più appariscente e richiesta alla compositrice) ha subito seguito una costipatura tonale fin dalle sue prime battute (Sequoia è stata la prima composizione importante nel 1981), in cui si poteva scorgere una consonanza con il tipo di movimentazione sinfonica di Beethoven, i rinforzi di Stravinsky e le oasi di leggerezza di Debussy; la chamber side (dal solo alla combinazione a 5 strumenti) si è invece dispiegata seminando su alcuni sentieri di Debussy e certe allocazioni della composizione americana del novecento, ma si è trattato di quella tonalità incentrata dall’inquinamento delle prove seriali. Come fatto notare da Strauss nel suo saggio per la Cambridge, Twelve-tone music in America, “…the impact of twelve-tone styles on various postwar forms of tonality has been pronounced. It’s hard to imagine the recent work of, for example, John Corigliano, Christopher Rouse, Joan Tower, or John Harbison, without sensing the impact of generations of atonal and twelve-tone composition. The tonality of their music is not Mozartean, it is post-Schoenbergian…”.

Tale scomposizione umorale ha senza dubbio giovato alla profondità dei contenuti dell’americana, che è riuscita a fornire una depression version di Debussy senza inoltrarsi nelle pieghe convulsive della seconda scuola viennese: in tal senso un cd monografico della Naxos (Instrumental Music) è esplicativo per proclamare una diversa versatilità della musica da camera del primo novecento ed arrivare a creare persino collegamenti reconditi al jazz, ma è con la composizione per quartetto d’archi che la Tower ha probabilmente raggiunto il suo culmine espressivo, molto di più di quanto ottenuto da ciò che è stato contraddistinto come “classico” della sua produzione (il tutto si annida nell’orchestra e nelle revisioni di Copland o Stravinsky); coloro che, come me, spingono sull’innovazione, avranno vita dura ad accettare partiture deliziose ma scontate dal punto di vista della struttura, mentre apprezzeranno sicuramente il fatto che la Tower abbia svoltato nell’intimità verso terreni più consoni all’omaggio e alla celebrazione (dal Trés lent, bel pezzo dedicato a Messiaen, fino alle vittime dell’11 settembre che coinvolgono i primi due string quartets). E’ con gran piacere, quindi, che si accoglie la stampa dei quartetti mancanti alla registrazione, in cui la Tower ha mantenuto intatti alcuni centri di convergenza della scrittura per archi moderna, limando i riferimenti alla classicità con le impostazioni di Shostakovich.

Il quinto quartetto gioca con le scale decrescenti tra legati di tonalità ed alcuni glissandi, in un’atmosfera tonale ambigua al limite dell’adagio e del senso liturgico (White water); il terzo ha incedere che indaga, assegna una parte predominante al violino, e confonde le ambientazioni romantiche poiché offre davanti al furore dei quartetti di Beethoven la spietata innocenza di quelli di Shostakovich (Incandescent); il quarto procura un senso dell’attenzione con abbondanti sovrapposizioni dell’intreccio cromatico romantico legate a sequele minimali alla Glass (Angels, con una eccellente interpretazione del Muir String Quartet). Conclude Dumbarton quintet, un quartetto + piano che rimugina in un’intensa trama la pensosità di Debussy. © 2016 Percorsi Musicali





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