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Ettore Garzia
Percorsi Musicali, September 2015

La composizione di Christopher Rouse (1949) è stata per molto tempo erroneamente convogliata in una nuova linea neo-romantica che oscillava tra il ricordo europeo e la vitalità di una rappresentazione confusa nella dissonanza: quando nel ’84 scrisse la sua prima composizione di rango, “Gorgon”, in ossequio alla mitologia di Perseo e delle tre sorelle malvagi, Rouse usava già un tipo di scrittura mista (nettamente posseduta da una provocazione atonale) che rifletteva una grande preparazione accademica ed un futuro nella sinfonia e la concertazione orchestrale, in quello che è sembrato un debito verso i serialisti europei come Berg o Schoenberg (sempre che ce ne fosse stato uno di matrice europea). Tuttavia la sua carriera non sempre si è arricchita di buone idee e certamente Rouse non può essere considerato un innovatore; ma quel porre in evidenza il fattore “urgenza espressiva” ha risolto molti dei problemi della sua musica.

Invece di propendere per la tirannia sinfonica moderna, si potrebbero dare indicazioni molto più pertinenti su alcuni lavori che hanno costituito il suo periodo migliore, a cavallo del decennio dei novanta: su tutti si staglia con consenso il Concerto per Trombone, che vinse il Pulitzer Price nel ’91, ma senza dubbio la piccola orchestra di Iscariot, il concerto per flauto, nonché il Concert de Gaudì per chitarra, rappresentano i vertici di una produzione che ha saputo affiancare ad una scrittura piena di contrasti (divisa tra caratterizzazioni slow and fast) l’opportunità di un sentimento non condivisibile dalla storia.

Di quel decennio fa parte anche il concerto di Seeing scritto nel 1998, una premiére mondiale della Naxos che colma un vuoto discografico importante se concepito in rapporto alla fortuna che il compositore ha avuto nel quasi pedissequo trasferimento su supporto discografico delle sue composizioni: Seeing, infatti, è probabilmente il miglior pezzo scritto da Rouse in quel comparto non molto sviluppato dal compositore, in cui compare un lato particolare della sua personalità artistica, ossia l’interesse per la citazione; come già successo in parecchi casi (dalle citazioni sinfoniche di Bruckner a quelle di Prokofiev, dall’ispirazione sincopata del jazz ad alcune rivelazioni della musica rock) Rouse imposta la sua composizione allertando continuamente sulla presenza di pezzi di storia visti in modalità flashback che ne condizionano lo svolgimento. In Seeing si incrociano completamente disfatti nel tema della follia, il magnifico concerto per piano di Schumann e l’omonimo brano dei Moby Grape, un gruppo psichedelico dei sessanta in cui militava Skip Spence (due personalità entrambe invischiate nella problematica della sanità mentale): come spirali ventose la musica si commuta in un errante galoppo atonale che nasconde i tesori della composizione di Schumann e si offre nel finale alla melodia di Spence, tramite un lungo passaggio strumentale in sospensione. Come per tutte le composizioni di Rouse, lo stimolo del tema non è la condizione essenziale per costruirne delle fantasie simulatorie, ma ciò che è importante è cavarne la sensibilità in una personale operazione che possa ben rispettare un canone psicologico. “…it was my plan to explore the notion of “sanity” via swings back and forth between extremes of consonance and dissonance, stability and instability. My intent was to compose a unified and coherent work about confusion…”.

L’altra premiére discografica unita a Seeing costituisce l’unico pezzo che il compositore americano ha scritto appositamente per voce ed orchestra: originariamente dedicato a Dawn Upshaw, in questa versione di Kadir Padalavi, 6 canzoni dedicate al poeta indiano, l’interpretazione è affidata alla cantante soprano Talise Travigne, che si insinua nell’effetto tensivo creato da un orchestrazione parecchio estranea alle regole tonali. © 2015 Percorsi Musicali





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