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Ettore Garzia
Percorsi Musicali, November 2016

C’è da concordare in toto sulle affermazioni del compositore José Luis Greco allorché dichiara sulla sua musica che “…I should also admit that I’m never quite sure what it is that I’m exactly intending in a piece of music I compose. Usually, after starting out with a vague sound image for the beginning of a work, and once I’ve got that worked out, the music itself seems to dictate what its intentions are, what it wants to say, where it wants to go, from one bar to the next, passage to passage, harmony to harmony…”; nato a New York ma di evidente origine spagnola, Greco ha provato ciò che significa una preparazione allargata al campo del jazz, uno dei suoi primi amori, studiando assieme a John Lewis del Modern Jazz Quartet; ma anche in composizione l’ausilio formativo è venuto da personalità forti come Mario Davidovski, Jack Beeson e Chou Wen-chung. La musica risente delle impostazioni ma impone certamente anche una sua caratterizzazione. I quattro brani che compongono la raccolta per la Naxos appena pubblicata, arrivano in un momento in cui si sta progressivamente rivalutando la sua scrittura, con incisioni che investono tutti i settori tradizionali della classica: la Philarmonic Orchestra of Gran Canaria ha reso possibile la registrazione su supporto informatico del concerto per violino (Mariana Todorova) e di una serie di composizioni dotate di una splendida e fantasiosa fragranza orchestrale; il Fatum String Trio e il Mondriaan Quartet ne hanno illustrato la parte cameratistica, la partecipazione ad una progettualità compositiva di nuova musica per danza lo ha visto incrociare moderni patterns musicali tra percussioni, beats dell’ultima era dance della musica e campionamenti (Voodoo in New York).

In Geografias del silencio c’è ancora uno dei migliori Greco, dal momento che è in esso è possibile scorgere quel processo vitale che segue la composizione con tutti i suoi crismi ed influenze. Dimenticatevi del silenzio di Cage (quello assoluto) o di Feldman (quello lussurioso che fa galleggiare nella gravità) e pensate ad una mera scintilla di ispirazione che per silenzio intende zone compositive d’ombra con un proprio scopo melodico, ritmico e con una propria dimensione dinamica, che sono al tempo stesso preludi dell’espansione creativa; fa enormemente piacere trovare un compositore che, pur rivedendo il passato, lo fa in maniera autonoma e genuina, lanciando solo tracce del ricordo dell’invenzione del pianismo romantico e di quello dei primi grandi pianisti investiti dalle novità delle scale e del jazz, in mezzo ad ulteriori tracce delle orchestre variabili splittate tra Wagner, Holst e Stravinsky. Un eclettico ed indecifrabile post-moderno che non si riconosce in nessuno perché Greco ha la capacità di sviare continuamente gli impianti retorici, tenta in ogni momento di fuggire dalle angolature pericolose della musica del passato, per imporre il “suo” angolo, che è la prospettiva della buona musica verificata sul campo a prescindere da ipotetiche adesioni di principio alla materia contemporanea o ancor di più, ad un futurismo musicale di difficile identificazione. La malleabilità dell’uso del piano, un Duncan Gifford in piena simbiosi al pianoforte con la partitura e le efficienti organizzazioni strumentali esecutrici (dalla Czech National Symphony Orchestra al Netherlands Wind Ensemble) sono le armi determinanti per questo pullulare di idee che si rinviene nelle bellissime avventure sonore di Swallow, infettata dall’andirivieni migratorio subliminale degli uccelli o di In Passing, una composizione che detiene una meravigliosa sincope in equilibrio tra effetto sospensivo e narrativo della musica. © 2016 Percorsi Musicali





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