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Giovanni Desideri
Giudizio Universale, June 2011

Galuppi, divina semplicità. Potremmo sfidare in questo modo chi non accettasse l’esistenza di una tale categoria estetica, nel definire il primo cd dedicato alle sonate per tastiera di Baldassare Galuppi “il buranello” (Burano 1706 – Venezia 1785) eseguite da Matteo Napoli per l’etichetta Naxos. Per farne la contabilità, il disco raccoglie otto sonate, una delle quali in quattro movimenti, tre in tre movimenti, due in due, per finire con una Sonata in do maggiore, composta da un solo “Allegro” (op. 98 nel catalogo stilato da Hedda Illy delle opere galuppiane).

La semplicità di queste composizioni non è certo banalità, ma al contrario brillantezza, grazia, eleganza, fluidità di una musica basata sulla melodia, più che su altri aspetti della tecnica compositiva - se si eccettuano interessanti spunti ritmici. E tuttavia, fatta salva la piacevole verve di molti brani, non soltanto il disco si apre con un “andante” ( Sonata in fa maggiore, Illy 28), ma in generale esso sembra trovare grande profondità proprio nei movimenti lenti, come l’“andante spiritoso” all’inizio della successiva  Sonata in fa minore (Illy 9; nel suo complesso una delle pagine più incisive tra tutte quelle presentate) o negli “andantini” che aprono tre sonate: quella in do minore dopo le due citate, e poi una  Sonata in si bem. magg. (Illy 32) e quella in sol maggiore (Illy 53), mentre la successiva, in re magg. (Illy 45), in quattro movimenti, comincia con un adagio altrettanto espressivo.

Un disco quasi lunare, per le due facce straordinarie ma simmetriche, tra luce e ombra, gioia di vivere e intima, commovente malinconia. Quanto alle assonanze, se lo stile di Galuppi sembra richiamare spesso Scarlatti o il giovane Mozart, si potrebbe quasi azzardare un’ascendenza anche in Schubert. Molto interessante, in ogni caso, il fatto che venga qui proposto un versante spesso trascurato della musica di Galuppi, ricordato nella storia della musica più per la sua produzione di opere liriche e il contributo all’evoluzione del linguaggio in questo ambito, o per la felice collaborazione con Goldoni.

Matteo Napoli fornisce un’interpretazione convincente proprio per la capacità di trasmettere quelle emozioni e i colori della scrittura di Galuppi. Senza chiamare in causa spinosissime questioni filologiche, le atmosfere dipinte in questo disco si reggono su un respiro sempre misurato, arcate terse, una lucida spigliatezza.





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