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Ettore Garzia
Percorsi Musicali, March 2016

E’ su alcune caratteristiche che si gioca la bravura e popolarità della compositrice canadese di origini serbe Ana Sokolovic (1968): in questa raccolta monografica per la Naxos (la seconda per la Sokolovic dopo quella pubblicata dalla Centredisque) si è adoperato in senso positivo persino un must della musicologia come Jean Jacques Nattiez (nelle note interne) e certamente il suo interesse non è dovuto solo alla vicinanza geografica del posto di lavoro (la docenza all’Università di Montreal); immediatamente etichettata dalla Naxos come patrimonio musicale del Canada nella serie Canadian Classic, la Sokolovic in Folklore imaginaire viene ritratta efficacemente nelle vesti di compositrice che riordina una serie di temi dimenticati nelle forme contemporanee: il balletto, la comunicazione verbale, la bontà delle forme popolari, la dignità delle forme altere della musica. In venti anni passati in Canada la Sokolovic ha attribuito un peso specifico alla problematica delle riorganizzazioni, tentando di sviluppare sonorità coinvolgenti e senza diluizioni retoriche.

Folklore imaginaire presenta un set di 8 composizioni composte nell’arco del ventennio passato in Canada, che si espandono dal solo all’ensemble, mostrando come le idee buone possono insinuarsi rispettando i canoni della modernità, soprattutto di quella che ancora oggi fa fatica ad affermarsi. Inoltre non c’è solo una scrittura del comporre che si pone all’attenzione ma anche delle perfomance accuratamente registrate da ascoltare. Quanto alla scrittura il solo difetto è che Folklore imaginaire non è in grado di sviscerare quella parte degli interessi della compositrice intrattenuta nella dimensione molto coltivata delle relazioni teatrali: per forza di cose in Folklore imaginaire è evidenziato solo l’ambito sonoro della composizione, in cui la Sokolovic porta dentro le impressioni gestuali e musicali di alcune tradizioni popolari della sua Serbia, un lavoro ottimale svolto in composizioni come Vez (per violoncello solo), Mesh (per quartino) e Ciaccona (per ensemble), le quali sono triturate nel loro status di flusso ritmico: un’evenienza che comunque non rende impossibile rintracciare i caratteri popolari durante lo svolgimento dei brani. In molti casi un impianto stilistico del tutto imparentato con le idiosincrasie di un Berio o di un Cage (i dodici minuti di Portrait Parle per trio classico farebbero felici qualsiasi amante della free improvisation) permette di assistere ad un ribaltamento della memoria storica degli argomenti trattati. Ana Sokolovic conosce benissimo i metodi didattici e le possibilità di accrescimento/diminuzione della realtà e lavora come una meravigliosa ed infantile artista che filtra la sua preparazione negli occhi dell’innocenza dell’espressione artistica. Gli umori della gente e delle cose, la loro replica musicale, la poesia apparentemente semplice di una figlia dell’emigrazione balcanica si raccolgono negli indefinibili labirinti della musica contemporanea. E’ qualcosa che fa parte del bagaglio di quei compositori che hanno accolto silenziosamente il concetto scottante dell’etnicità sovversiva, che si mescola adeguatamente al vissuto dei tempi e lo fa con un entusiasmo contagioso ed una lungimiranza non facile da accettare. © 2016 Percorsi Musicali





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