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Ettore Garzia
Percorsi Musicali, October 2014

Nell’àmbito dei compositori canadesi spesso ci si ritrova a parlare dei più innovativi (vedi per esempio un Murray Schaffer) e si dimentica che il novecento in Canada ha partorito molti validi compositori che si sono distinti semplicemente per il loro personale approccio alla scrittura. Jacques Hétu è certamente uno di quelli che va ricordato a lungo: pur essendo scomparso nel 2010, Hétu era in possesso di uno stile ben preciso, evoluzione degli insegnamenti di Messiaen e Dutilleux, in cui l’impostazione seriale di fondo non rinnegava mai e completamente la tonalità. Hétu ci ha lasciato molte opere che si inseriscono in una propria vena, riconoscibile, che permea tutta la scrittura. Glenn Gould, che riprese le sue eccellenti variazioni per piano, diceva saggiamente che “…egli utilizzava le tecniche seriali con verve e spontaneità…un approccio al materiale seriale singolarmente eufonico e un senso teatrale innato…gli elementi del suo stile potrebbero essere definiti come forme neoclassiche ed espressioni neo-romantiche in un linguaggio che utilizza le tecniche del 20° secolo…l’essenziale per lui non è cercare una inaudita disposizione dei suoni, ma trovare la sua maniera di pensare alla musica…”.

Dal punto di vista discografico ci sono, per fortuna, molte testimonianze: oltre alla citata Variation pour piano rinvenibile dalle registrazioni del famoso pianista canadese, si trovano tracce del repertorio di Hétu grazie alla riscoperta del compositore fatta dalle nuove generazioni che ne colgono il senso e la bellezza del risultato musicale: si pensi alla suite per chitarra op 41 (che potete trovare in guitar recital di Jerome Ducharme) o al Quintette per fiati, nonchè profili interessanti ma incompleti del compositore a proposito dei suoi concerti.

La Naxos colma una lacuna, pubblicando il lavoro completo di Hétu agli archi da camera, che ripresentano quella “stranezza regolarizzata” che lo caratterizzava: in ogni angolo recondito della partitura emerge quella forma pensata che mette assieme, in tre o quattro movimenti, forza, struggimento e perdita di coscienza. Si è veicolati in una sorta di sentimentalismo chapliniano mascherato e ripensato per i tempi moderni, in cui la partitura scorre con una sua presenza, è ritmicamente sostenuta, ma fa i conti con un diffuso sentimento di nervosa impotenza. Quelli di Hétu sono sentieri da percorrere senza sapere la metà, fatti con l’ansia dell’accadimento, come guardare pensosi da una finestra un’immagine deformata che si cerca di mettere a fuoco a tutti i costi. Direi una melodia deformata, al servizio della realtà della vita, un piacere per le orecchie.

Mi sembra, inoltre, nitidissima la prova esecutiva del giovane New Orford String quartet. © 2014 Percorsi Musicali





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