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Maurizio Frigeni
La Sala del Cembalo del caro Sassone, December 2012

el compositore portoghese Francisco António de Almeida scrivevo qualche mese fa nel recensire il CD Il secolo dei Portoghesi: fu infatti uno dei giovani musicisti di talento mandati a Roma dal re di Portogallo Giovanni V a studiare la musica italiana. Dopo questo soggiorno di studio Almeida tornò a Lisbona, dove rimase al servizio della Corte fino alla sua morte, avvenuta probabilmente durante il terremoto che devastò la città nel 1755. L’opera tuttavia non era un genere molto gradito presso i Reali di Portogallo, sicché egli si dedicò prevalentemente alla musica sacra, ad eccezione di tre opere buffe scritte per il teatro di corte e di cui La Spinalba (1739) è l’ultima, nonché la sola a noi pervenuta integralmente.

Già l’incisione dell’oratorio La Giuditta (scritto a Roma nel 1726) ad opera di René Jacobs nel 1992 mi aveva fatto conoscere Almeida come un autore di grande talento e questi nuovi CD non fanno che confermare quell’impressione: il compositore portoghese mostra di aver assimilato perfettamente lo stile operistico italiano a lui contemporaneo, tanto che questa Spinalba potrebbe passare tranquillamente per un lavoro di Pergolesi o di Vinci. Per fortuna l’opera ci viene qui restituita in forma integrale: anche se in alcune arie il da capo si limita al solo ritornello orchestrale, pare che ciò sia previsto dalla partitura, mentre i recitativi non sono stati per nulla abbreviati, sicché la durata complessiva è di quasi tre ore e mezza.

Il libretto (di autore anonimo, ma forse opera di quel Alexandre de Gusmão che aveva scritto per Almeida La pazienza di Socrate nel 1733) situa la vicenda a Roma: Spinalba, giovane figlia di Arsenio, è da tempo innamorata di Ippolito, il quale però l’abbandona per cercare l’amore di Elisa, cugina di Spinalba. Allora la giovane fugge di casa travestita da uomo col nome di Florindo per poter osservare le mosse di Ippolito senza essere riconosciuta. Il risultato è che Elisa s’innamora di Florindo e respinge quindi sia Ippolito sia l’altro suo spasimante, Leandro. Il padre di Spinalba, quando viene a sapere che la figlia è fuggita travestita da uomo, esce di senno: ci vorranno tutte le attenzioni della sua seconda moglie Dianora, aiutata da Vespina cameriera di Elisa e da Togno servitore di Leandro, per riportarlo alla ragione. Questo avviene alla fine dell’opera, quando Dianora finalmente capisce che Florindo è in realtà Spinalba e rivela tutto ad Elisa, portando la vicenda al suo lieto fine.

La trama come si vede è semplice e contiene molti elementi tipici dell’opera buffa. Gli otto personaggi si possono suddividere in un quartetto “serio” (Spinalba, Elisa e i due spasimanti) al quale spettano le arie più impegnative ed in un quartetto “comico” (Arsenio, Dianora e i due servitori) che è impegnato soprattutto in lunghi recitativi di carattere buffo ed in brevi arie. La vicenda si snoda su due binari paralleli: da una parte gli intrighi amorosi del quartetto principale e dall’altra la pazzia di Arsenio con tutta una serie di scenette comiche correlate: Arsenio che scambia Togno per Caronte, Togno che si finge medico per curarlo, nonché Vespina che fa la smorfiosa con Togno.

Fra i personaggi seri quello di Spinalba spicca come il ruolo di gran lunga più difficile: evidentemente Almeida lo scrisse per una cantante molto dotata ed in grado di padroneggiare lunghe arie ricche di estese colorature, come Un cor ch’ha per costume, scritta nel più puro stile napoletano, oppure la malinconica Quello sdegno ch’è figlio d’amore. In confronto Elisa, Leandro e Ippolito cantano musica dalla scrittura decisamente più semplice. Notare che i due spasimanti sono interpretati da due tenori: anche se a corte erano presenti dei castrati, per qualche motivo essi non prendevano parte alle rappresentazioni operistiche. Invece i personaggi maschili comici sono affidati, come d’abitudine, a due bassi.

I cantanti non sono italiani e questo si riflette in qualche lieve imperfezione nella pronuncia, ma nel complesso la loro prova è buona: Ana Quintans in particolare ci consegna un’eccellente Spinalba. I personaggi comici sono interpretati con grande senso del teatro e con una verve che fa dimenticare la qualità non eccelsa delle voci, fra le quali spicca l’ottima Vespina di Joana Seara. Ho qualche riserva invece sui due tenori, che non hanno voci particolarmente belle e che cantano tutto di petto, quindi con uno stile poco consono all’opera del Settecento.

L’orchestra è quella tipica dell’epoca: archi, oboi e corni, a cui si aggiungono per il continuo due clavicembali e un fagotto. La direzione di Marcos Magalhães mi è parsa molto attenta e appassionata, così come ottima è la qualità sonora dei CD. Peccato che lo stringatissimo booklet interno manchi del libretto, sostituito da un riassunto in inglese ma scaricabile dal sito Naxos.

Quest’opera è stata insomma una piacevolissima sorpresa e spero di poterla vedere anche in teatro in un futuro non troppo remoto. Un cofanetto che consiglio a tutti. © 2013 La Sala del Cembalo del caro Sassone





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