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Ettore Garzia
Percorsi Musicali, February 2015

L’oboe è uno strumento che sta riguadagnando un ampio interesse nelle nuove generazioni di compositori e musicisti: dopo aver avuto il suo periodo d’oro nel barocco e al contrario un periodo di degenza nel romanticismo, l’oboe ha cominciato ad ottenere un ritorno di popolarità grazie al rinnovato piacere profuso dalla musica da camera impressionista francese e inglese (molta parte del repertorio sull’oboe deriva però soprattutto da compositori inglesi, vedasi Goosens, Holst, Vaughan Williams, etc.). Poi, con molto ritardo rispetto all’orizzonte temporale delle teorie schoenbergiane, lo strumento si è fatto vivo nel repertorio dei serialisti e decostruzionisti all’incirca solo negli anni settanta del secolo appena trascorso, presentando al tempo stesso elementi spuri e comuni: pochi compositori accettarono la serialità pura per intraprendere delle formule ibride in cui dentro c’era anche un ritorno all’ottenimento dell’armonia tonale. Tra i tanti concerti per oboe che si sono imposti nella memoria di una più o meno sensibilità seriale troviamo quelli di Holliger, Carter, Feldman, Rochberg, Maderna e di molti compositori del mondo nordico (da Segerstam a Kaipainen, da Nordheim a Salonen): il pregio di questi concerti è il rinnovato significato donato al timbro dello strumento, che da dolce e trasognato diventa spocchioso e riflessivo.

Osias Wilenski è un compositore argentino che ha da tempo nazionalità spagnola: nelle sue biografie viene ricalcata un’essenziale formazione fatta con Erwin Leuchter, un professore allievo di Berg. E’ una realtà incalzante quella della serialità, che viene abbandonata quantomeno nella sua rigorosità. Poi si americanizza, studia con Schuman e Persichetti, ma il ritorno in Argentina come compositore è una disfatta, al punto che distrugge persino le sue partiture. Ancora un altro colpo di scena lo vede lasciare temporaneamente la musica e diventare un regista, prendendo Barcellona come dimora stabile. Wilenski, dopo aver ripreso l’attività musicale nel ‘75, si è cimentato in una scrittura che ha riguardato principalmente 3 string quartets, molta musica per combinazioni pianoforte-fiati e un adattamento della leggenda argentina del Kakuy, un poema sinfonico in 7 movimenti per un sestetto di strumenti, tutte composizioni che hanno avuto la fortuna di avere anche una registrazione grazie all’interesse della Navona R. Ora la Naxos pubblica un CD dedicato alle sue composizioni recenti in cui è l’oboe a rivestire spesso una parte essenziale: soprattutto nel concerto, che è lontano da presunti climax seriali, si scorge realmente dell’ottima composizione; tensiva, con una direzione molto melodica, quasi impressionistica, mostra la bellezza dell’utilizzo dell’oboe in un contesto orchestrale, e dimostra come la scrittura moderna di Wilenski (che ha composto i pezzi tra il 2012 e il 2013), abbia indirizzato le sue indagini su alcune caratteristiche timbriche che permettono ad oboe o corno inglese di condividere elasticamente, accanto alle ordinarie qualità sonore degli strumenti (tra tutte il lirismo) quelle di un processo teso ad esprimere genuine sensazioni popolari o di tipo umoristico. © 2015 Percorsi Musicali





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