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Album Reviews



 

TÜRK, D.G.: Keyboard Sonatas, Collections 1 and 2 (1776-1777) (Tsalka)


Grand Piano GP627-28

   VideoHiFi, March 2014

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VideoHiFi, March 2014

TÜRK, D.G.: Keyboard Sonatas, Collections 1 and 2 (1776-1777) (Tsalka) GP627-28
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Spulciando negli anfratti della storia della musica, ci si può imbattere a volte in personaggi che, sebbene oggi appartengano alla schiera delle seconde o anche delle terze fila in fatto di importanza e notorietà, hanno pur sempre lasciato un segno, una traccia della loro arte e della loro opera. Tra questi personaggi (e sono veramente tanti), c’è anche un compositore sassone, Daniel Gottlob Türk, nato nel 1750 a Clauβnitz e morto nel 1813 a Halle, che le enciclopedie musicali riportano, dedicandogli solo poche righe, quale organista, saggista e professore di musica tedesco. Dapprima Türk studiò organo con il padre e, in seguito, con Johann Adam Hiller (un notevole compositore, padre dell’opera buffa tedesca, detta Singspiel), il quale, viste le doti e la predisposizione del giovane allievo, lo consigliò all’università di Halle, dove il compositore sassone divenne dapprima (nel 1779) direttore musicale e, nel 1809, docente di teoria musicale e acustica. Oltre a studiare con Hiller, Türk ricevette lezioni a Dresda anche da Gottfried August Homilius, il quale a sua volta era stato nientemeno che allievo di Johann Sebastian Bach.

Quindi, il musicista sassone fu tra coloro che ebbero la possibilità e il raro privilegio di venire a conoscenza, da parte di chi aveva avuto la fortuna di studiare direttamente con il divino Kantor, delle tecniche esecutive di Bach, assimilandole e facendole proprie. E, in effetti, Türk è e resta un artista del Settecento, non solo per il fatto che muore all’inizio del XIX secolo, quanto perché il suo modo di concepire la musica e la sua esecuzione appartengono al modo di sentire e di esprimersi del secolo precedente (ne fa fede il suo trattato intitolato Klavierschule, ossia “Metodo per la tastiera”, un testo sul quale si sono formati legioni di interpreti e musicisti, il cui stile è incentrato soprattutto sull’esecuzione al clavicembalo). Allo stesso tempo, però, non bisogna dimenticare il Türk compositore. Non per nulla, quando divenne studente presso l’università di Lipsia nei primi anni Settanta del XVIII secolo, il virtuoso della tastiera Johann Wilhelm Hässler lo introdusse allo studio del trattato Versuch über die wahre Art das Klavier zu spielen (Saggio sulla vera arte per suonare le tastiere) di Carl Philipp Emanuel Bach, il secondogenito del sommo compositore, e alle sue sonate per clavicembalo. Poco dopo, Türk, sotto la supervisione del suo mentore e amico Johann Adam Hiller, iniziò a comporre le sue prime due raccolte di sonate. Da quelle prime sonate, nel corso del tempo il compositore sassone giunse a scriverne quarantotto che sono state finalmente registrate da un valente e sensibile clavicembalista e clavicordista israeliano, Michael Tsalka, il quale ha affrontato e portato a termine l’ardua impresa (pubblicata dall’etichetta “Grand Piano”, costola del colosso Naxos) interpretando queste pagine con l’aiuto di una pletora di tastiere, ossia clavicordi, spinette, clavicembali, fortepiani e una serie di pianoforti, tutti strumenti rigorosamente storici, proprio per rimarcare l’“universalità” del timbro del compositore sassone, diretto retaggio di quella lezione appresa da un allievo di Johann Sebastian Bach e dallo studio delle opere e del trattato del secondogenito Carl Philipp Emanuel.

Ascoltando cronologicamente queste quarantotto sonate, tutte ovviamente registrate in prima mondiale e interpretate su strumenti appartenenti alla collezione Marlowe A. Sigal, ospitata nei locali della Newton Centre di Boston, nel Massachusetts, alla collezione di strumenti musicali che si trova al Metropolitan Museum of Art di New York e al National Music Museum dell’Università del South Dakota a Vermillion, nello Stato omonimo, si ha un’idea precisa dell’evoluzione stilistica delle medesime, in chiave di espressività e di eleganza. Sono pagine sospese, a volte eteree, come le leichte Sonaten (ossia le sonate facili) che Türk compose per i suoi studenti di Halle, o più granitiche, rocciose, ma mai spigolose, irte, come le sei Klaviersonaten Grössentheils für Kenner (dedicate a interpreti più esperti), pubblicate nel 1789. Un’evoluzione, quella espressa in queste pagine dal compositore sassone, che ci fa comprendere come la sua opera, in fondo, come quella di altri eccellenti, cosiddetti “minori”, abbia fatto da ponte, da collegamento, da fase di passaggio da un tardo Barocco ormai al tramonto all’inizio di quel periodo irripetibile che fu il Classicismo viennese (magistralmente ricostruito e approfondito da Charles Rosen in quel meraviglioso libro che è Lo stile classico), rappresentato da Mozart, Haydn e Beethoven.

Merito di questa espressività, di questo senso di un cammino che porta fino a un’era aurea della musica colta occidentale sta anche e soprattutto nell’interpretazione di Michael Tsalka, il quale, prima di affrontare questa registrazione integrale, si è confrontato a lungo con l’opera e la visione di Türk, penetrando nei minimi risvolti della sua musica. Da qui un’esecuzione che, lungi dall’essere semplicemente calligrafica, esemplifica i sentimenti, le emozioni, gli stati d’animo che vanno oltre la semplice rappresentazione formale e la scelta di diversi strumenti (tutti riconducibili all’essenza timbrica del suono del compositore sassone) permette di esaltarne le molteplicità idiomatiche. Così, grazie a Tsalka possiamo conoscere finalmente, come merita, l’opera di un cosiddetto “minore” (ma “minore” rispetto a chi e a che cosa?), degno rappresentante di un’epoca in piena trasformazione, dai mutamenti repentini, durante la quale la musica del tempo subì una spasmodica accelerazione, nel corso della quale, in poco meno di quarant’anni, nulla fu come prima.

La registrazione di questa integrale si è dunque svolta nei tre ambiti museali di cui si è detto, ossia il Newton Centre di Boston, il Metropolitan Museum of Art di New York e il National Music Museum a Vermillion. Tre location, una diversa dall’altra per ciò che riguardava la resa acustica, che non hanno mai però causato problemi insormontabili, soprattutto tenendo conto della diversità timbrica di tutti gli strumenti storici utilizzati, da quelli dal suono più flebile (clavicordi e spinette), fino a quelli dalla resa sonora più decisa, come i clavicembali e i primissimi modelli di pianoforti. In ogni caso, questi strumenti non sono mai risultati troppo avanzati, permettendo di stabilire la presenza di un’adeguata ambienza, nella quale la fase di riverbero si è manifestata in modo abbastanza corretto (a volte il suono è risultato semmai un po’ troppo asciutto). Lo stesso può essere detto per la dinamica, grazie a un posizionamento microfonico non troppo ravvicinato, brillante, senza risultare “rimbombante”. © 2014 VideoHifi





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